I sostenitori del No hanno trovato il loro argomento forte: il sorteggio sarebbe una lotteria, un insulto alla competenza, una rinuncia al principio democratico. Argomento seducente e capzioso. La versione onesta della tesi pro-sorteggio non dice che il caso governa meglio del voto, ma qualcosa di più raffinato e scomodo: quando un’elezione interna è catturata da apparati stabili, il sorteggio può funzionare come correttivo anti-oligarchico, non come ideale assoluto, ma come extrema ratio contro la cattura sistemica.
Qui di seguito sette argomenti pro-sorteggio.
Chi arriva al CSM dopo una campagna elettorale interna non arriva da solo, ma accompagnato da una rete, da sponsor, da trattative preventive, e anche se tutto è formalmente lecito si crea un vincolo di gratitudine verso la corrente che lo ha sostenuto. Il sorteggio recide a monte quel debito relazionale, perché se non devi la tua nomina a un gruppo sei strutturalmente più libero nel decidere nomine, trasferimenti e incarichi direttivi.
L’elezione non produce solo rappresentanza: produce competizione organizzata, e dove c’è competizione organizzata in un corpo professionale ristretto nascono cordate, promesse implicite, spartizioni preventive. Il problema non è l’esistenza di culture giuridiche diverse nella magistratura, bensì la loro cristallizzazione in apparati permanenti capaci di condizionare l’accesso all’autogoverno. Il sorteggio non elimina il pluralismo; elimina il costo politico d’ingresso al CSM. Una distinzione dirimente.
Tre magistrati su quattro non appartengono ad alcuna corrente, e in un sistema puramente elettivo costoro contano poco, perché non frequentano reti associative, non hanno sponsor e sanno che per ambire a un posto direttivo occorre interloquire con “un santo in paradiso”, come ha testimoniato la magistrata Carmen Giuffrida. Il sorteggio restituisce loro pari dignità di accesso. L’albagia corporativa del fronte del No non cita mai questa maggioranza silenziosa.
Un’elezione interna non premia i migliori; premia i meglio organizzati, e gruppi relativamente piccoli ma molto disciplinati ottengono rappresentanza superiore al loro peso reale perché controllano candidature e canali associativi. Il sorteggio interrompe questa sovra-rappresentazione strutturale: non abolisce le idee, ma prova a sottrarre le idee alla loro traduzione in filiere di potere.
Il vero rischio non è solo chi viene eletto, ma perché viene eletto: se il CSM diventa punto di arrivo per magistrati già inseriti nelle filiere associative più forti, l’organo di autogoverno smette di essere sede di garanzia e diventa luogo di consolidamento del ceto dirigente interno. Il sorteggio colpisce non l’opinione, ma il mestiere dell’intermediazione, una distinzione che il fronte del No evita di affrontare.
Il sorteggio non nasce in astratto: nasce come risposta a una crisi di fiducia già esplosa, e dopo le intercettazioni del 2019 non bastava migliorare le regole elettorali perché occorreva cambiare il meccanismo che consente alle correnti di contare. Luca Palamara lo ha detto senza perifrasi, a Napoli, pochi giorni fa: “il sorteggio spezza il vincolo di appartenenza e consente di portare nel CSM magistrati che non devono rispondere a logiche correntizie.” La confessione più icastica resa dall’uomo che quel sistema lo ha governato con grande perizia, fino alle intercettazioni. 700 magistrati si sono rivolti a lui perorando candidature, favori, trasferimenti e quanto di peggio si possa immaginare per sgomitare nella scalata alle posizioni più in vista.
I magistrati, ogni giorno, decidono della libertà personale dei cittadini, del destino patrimoniale delle famiglie, dell’affidamento dei figli e della vita delle aziende, e lo Stato li ritiene pienamente idonei a compiti siffatti. Ma il fronte del No sostiene che quegli stessi magistrati, con le medesime capacità, non siano in grado di valutare chi debba guidare un ufficio giudiziario senza essere indirizzati dalle correnti. Se questa tesi è corretta, non è il sorteggio il problema: è la magistratura intera. Se è sbagliata, come lo è, si sta difendendo la rendita di potere del correntismo. Tertium non datur.
Il sorteggio non è il massimo immaginabile, ma è meno peggio di elezioni catturate da apparati stabili. Chi lo combatte con la parola “lotteria” sta usando un simulacro di argomento per difendere un sistema che, come ha osservato il consigliere sorteggiato Andrea Mirenda, vede il singolo magistrato costretto a “genuflettersi e mettersi a servizio a tempo debito” pur di non restare un cane sciolto. Questa non è indipendenza: è impermeabilità proterva a qualunque forma di responsabilità.
Giulio Galetti


