Un drone russo “kamikaze”- o quello che ne restava- è arrivato nel cuore di Kiev, in Piazza Maidan, parola che in Italiano significa indipendenza, e si è schiantato proprio contro il suo monumento. Il raid è avvenuto oggi, lunedì 16 marzo, in piena mattina e il bersaglio “pare” sia stato proprio il luogo simbolo del patriottismo ucraino. A darne notizia i media di Kiev, come Kyev Indipendent che cita a sua volta Defence Express: si sarebbe trattato di un drone Lancet, dotato di intelligenza artificiale che potrebbe essere partito dalla Bielorussia, si spiega. Il missile infatti avrebbe una portata che va dai 50 ai 140 chilometri e la distanza dalla capitale ucraina e la vicina Bielorussia è di 90 chilometri. Il drone inoltre, grazie alla tecnologia IA, è “in grado di identificare e attaccare autonomamente i bersagli senza il controllo diretto dell’operatore”. La testata ucraina Defence Express pubblica on line anche un’immagine di quello che resta del drone e spiega che è la prima volta che le forze russe hanno utilizzato questa tipologia di arma. Mentre dal proprio canale Telegram, la parlamentare ucraina Maria Mezentseva è riuscita a postare un video di pochi secondi del momento esatto dello schianto denunciando l’attacco a un luogo simbolico della Capitale. È infatti anche la prima volta dall’inizio del conflitto e dell’invasione russa che piazza Maidan è stata colpita. “Il semplice fatto di aver tentato un attacco al centro di Kiev con un drone Lancet dotato di una testata esplosiva del peso di 3 chilogrammi- spiega la testata ucraina specializzata in armi e strategie militari- viene visto unicamente come una dimostrazione delle nuove capacità terroristiche russe”. Dopo l’attacco, il sindaco di Kyev Vitali Klitschko, su Telegram ha dato la notizia della caduta in pieno giorno dei “resti di un drone” nel centro della città “senza causare vittime”. Tuttavia il primo cittadino ha invitato la popolazione a restare nei rifugi perché “l’attacco nemico su Kyiv continua”.
NYT: SEAN PEAN NON AGLI OSCAR MA IN EUROPA, “TAPPA IN UCRAINA”
Nella notte degli Oscar ha conquistato una statuetta, la terza della sua carriera, come “Miglior attore non protagonista”, per il ruolo del colonnello Lockjaw nel film acchiappatutto “Una battaglia dopo l’altra”. Ma Sean Pean ha confermato che partecipare a Los Angeles alla cerimonia più ambita da Hollywood non è una sua priorità. Così ha lasciato il conduttore Kieran Culkin sul palco del Dolby Theatre nell’imbarazzo del momento di consegna del premio, che se l’è cavata con una battuta: “Sean Penn non ha potuto essere qui, o forse non ha voluto, quindi accetterò io il premio al posto suo”.
IL PROGRAMMA ALTERNATIVO IN EUROPA
E oggi, l’indomani della premiazione, il New York Times ha rivelato dove in realtà si troverebbe l’attore statunitense, da tempo attivista contro la guerra, e per i diritti civili, o in aiuto delle popolazioni in difficoltà. “Domenica ha disertato la cerimonia di premiazione per recarsi in Europa- spiega il quotidiano- dove, secondo due persone che hanno parlato a condizione di anonimato perché non autorizzate a rilasciare dichiarazioni, il suo programma, fino alla fine della scorsa settimana, prevedeva una visita in Ucraina”. Le fonti del Nyt non hanno specificato cosa avrebbe fatto lì, né in quale località precisa del paese si sarebbe recato. “Restava la possibilità che, sebbene Penn avesse già lasciato gli Stati Uniti al momento della trasmissione televisiva, il suo itinerario potesse essere cambiato”, riporta infine il Nyt.
IL DOCUMENTARIO, IL DONO DELLA STATUETTA E L’AMICIZIA CON ZELENSKY
Non senza poi ricordare i suoi legami con l’Ucraina, dove Penn ha trascorso molto tempo dal 2022, quando ha girato il documentario “Superpower” sull’invasione russa del paese. Inoltre, “quando la Russia invase l’Ucraina nel 2022, Penn la definì la punta di diamante dell’abbraccio democratico dei sogni”, aggiungendo: “Se le permettiamo di combattere da sola, la nostra anima come America andrà perduta”. L’attore è inoltre legato da una sincera amicizia con il presidente ucraino Zelensky e, durante una visita, tirò fuori uno dei suoi Oscar da un borsone e glielo regalò, con la promessa che gli fosse restituito una volta vinta la guerra.



