Nel pieno della nuova escalation tra Iran, Stati Uniti e Israele, una serie di indiscrezioni provenienti dagli Stati Uniti sta alimentando un caso politico e mediatico attorno alla figura di Mojtaba Khamenei, il figlio dell’ayatollah Ali Khamenei indicato come nuovo leader della Repubblica islamica. Secondo ricostruzioni diffuse da diversi media internazionali, il nome di Mojtaba sarebbe emerso durante un briefing dell’intelligence americana dedicato agli sviluppi del conflitto con Teheran. In quell’occasione, alcuni funzionari dei servizi avrebbero informato Donald Trump di un dettaglio estremamente delicato sulla vita privata del leader iraniano. Nel dossier, secondo queste ricostruzioni, sarebbe stato riferito che Mojtaba Khamenei sarebbe “probabilmente gay”. L’informazione, ovviamente non verificabile pubblicamente, avrebbe colto di sorpresa lo stesso presidente americano. Durante l’incontro, raccontano fonti vicine all’amministrazione statunitense, il commento dei funzionari avrebbe provocato stupore e reazioni ironiche tra i presenti. Ma dietro la curiosità del retroscena si nasconde un tema altamente esplosivo per la Repubblica islamica. In Iran l’omosessualità è infatti perseguita dalla legge e può essere punita con pene durissime, fino alla condanna a morte. Proprio per questo motivo una simile indiscrezione, se anche solo ventilata nei circuiti politici o mediatici, rischia di trasformarsi in un’arma di delegittimazione contro chi guida un sistema fondato su una rigida interpretazione della legge islamica. Il caso emerge in un momento già estremamente delicato per la leadership iraniana. Mojtaba Khamenei, che da anni è considerato uno degli uomini più influenti all’interno dell’apparato religioso e militare del Paese, è diventato il punto di riferimento del potere dopo l’uccisione del padre nei raid che hanno colpito i vertici del regime. Negli ultimi giorni, tuttavia, attorno alla sua figura si è creato un vero e proprio giallo. Alcune fonti parlano di condizioni di salute molto gravi dopo i bombardamenti, altre sostengono che il leader sarebbe stato trasferito in un luogo segreto per motivi di sicurezza. La sua assenza dalla scena pubblica ha inevitabilmente alimentato speculazioni e indiscrezioni. In questo contesto il presunto dossier citato durante il briefing americano rischia di aggiungere un ulteriore elemento di tensione nella guerra di propaganda tra Washington e Teheran. Da una parte c’è l’utilizzo delle informazioni dell’intelligence come strumento di pressione politica; dall’altra un regime che basa la propria legittimità su principi religiosi rigidissimi e che difficilmente potrebbe tollerare una simile ombra sul proprio vertice. Per ora non esistono conferme ufficiali e l’intera vicenda resta confinata nel terreno delle indiscrezioni. Che però fanno comunque discutere.
N.P.



