Nel teatro della geopolitica esistono notizie che, più che chiarire la realtà, ne rivelano il lato più ironico e paradossale. L’indiscrezione rilanciata nelle ultime ore dal New York Post – secondo cui l’intelligence statunitense ritiene “credibile” l’ipotesi che la nuova Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei possa essere omosessuale – appartiene esattamente a questa categoria. Prima di tutto conviene ricordare cosa sappiamo davvero: poco, o quasi nulla. Non esistono prove pubbliche, fotografie, documenti o testimonianze verificabili. Esistono invece fonti anonime citate da un giornale americano, una valutazione classificata dell’intelligence e un inevitabile rimbalzo mediatico. Tanto basta, però, per aprire un capitolo che mette in luce un paradosso politico e culturale quasi perfetto. Perché il Paese guidato dagli ayatollah è lo stesso in cui gli atti omosessuali sono illegali e possono essere puniti con pene severissime, fino alla morte. Non è una caricatura occidentale: lo ha ribadito più volte anche l’establishment iraniano. Nel 2007 l’allora presidente Mahmoud Ahmadinejad arrivò a dichiarare davanti agli studenti della Columbia University che in Iran “non esistono omosessuali”. Una frase che, più che una descrizione sociologica, sembrava un esercizio di negazione metafisica. Ed è qui che la notizia assume contorni quasi letterari. Se l’indiscrezione fosse vera – e sottolineiamo: non esiste ancora alcuna prova pubblica – il sistema politico della Repubblica islamica si troverebbe davanti a un’ironia storica degna di un romanzo di Orwell o di una satira persiana. Il custode ultimo della morale religiosa dello Stato sarebbe, almeno in teoria, parte di una categoria che quel medesimo Stato perseguita. Non sarebbe neppure il primo paradosso del genere nella storia dei regimi ideologici. I sistemi più rigidamente moralisti hanno spesso prodotto le contraddizioni più clamorose tra dottrina pubblica e vita privata. La differenza è che qui la contraddizione non riguarda un funzionario minore o un burocrate di provincia, ma l’uomo destinato a incarnare l’autorità religiosa e politica suprema. Il contesto rende il tutto ancora più singolare. Mojtaba Khamenei è diventato guida della Repubblica islamica dopo la morte del padre, Ali Khamenei, che ha governato l’Iran dal 1989 fino al 2026. Per anni Mojtaba è stato considerato “il potere dietro le quinte”, una figura influente ma formalmente invisibile, una sorta di regista silenzioso della politica iraniana. Ora, improvvisamente, quella figura opaca diventa protagonista di una narrazione che mescola intelligence, gossip geopolitico e propaganda. Ed è difficile non notare anche l’altra dimensione della vicenda: quella della guerra dell’informazione. Le rivelazioni arrivano mentre i rapporti tra Washington e Teheran sono al minimo storico e mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha definito la nuova guida iraniana “inaccettabile”. In questi contesti le informazioni, vere o presunte, non sono mai soltanto informazioni: sono anche strumenti. La domanda quindi non è solo se la voce sia vera – cosa che al momento nessuno può dimostrare – ma anche perché emerga proprio adesso. Nel frattempo, il paradosso resta. In Iran si continua a sostenere ufficialmente che l’omosessualità non esista. Se però le indiscrezioni trapelate fossero fondate, la Repubblica islamica potrebbe dover constatare che, a volte, le cose che “non esistono” possono persino finire al vertice dello Stato.



