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Parliamo (e pensiamo) tutti allo stesso modo: la colpa è dell’IA

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
16 de marzo de 2026
in Tecnología
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Parliamo (e pensiamo) tutti allo stesso modo: la colpa è dell’IA
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L’IA sta influenzando il nostro linguaggio e le nostre opinioni più di quanto crediamo: il rischio è di spegnere il cervello e andare incontro a un «appiattimento culturale» globale. Scriviamo sempre più allo stesso modo. Le frasi si accorciano, i vocaboli si ripetono, le strutture convergono verso un unico standard fluido e neutro — quello dei grandi modelli linguistici che sempre più spesso correggono, completano o riscrivono i nostri testi. Il rischio non è solo stilistico: se il linguaggio è il mezzo con cui pensiamo, un linguaggio appiattito potrebbe portare con sé un pensiero altrettanto uniforme. Che ne pensate di questa introduzione? Niente male, eh? No, non siamo in cerca di conferme delle nostre capacità di scrittura creativa: vogliamo solo farvi sapere che a scriverla non è stata una giornalista, ma Claude.ai, il grande modello di linguaggio (LLM) di Anthropic (e probabilmente non lo sospettavate affatto). In un saggio pubblicato su Trends in Cognitive Sciences un gruppo di psicologi e informatici mettono nero su bianco le loro preoccupazioni: non solo i chatbot stanno uniformando il nostro modo di scrivere, ma anche quello di pensare. Il rischio è ridurre la saggezza collettiva dell’umanità e la sua capacità di adattarsi, rendendoci dei forbiti ripetitori di nozioni incapaci di pensare fuori dagli schemi (dell’IA).

Cervelli spenti: l’IA che spegne il pensiero critico

La diversità di pensiero, motore di creatività e intelligenza collettiva, si sta spegnendo a mano a mano che aumenta il numero di persone che utilizza gli LLM per migliorare la propria scrittura: «se non controllata, questa omogenizzazione rischia di appiattire i panorami cognitivi che guidano l’intelligenza collettiva e l’adattabilità», avvertono gli studiosi. Nel 2025 uno studio del MIT aveva dimostrato che usare ChaGPT spegne il cervello: dopo aver chiesto a tre gruppi di ragazzi di scrivere un testo con l’aiuto di Google, di ChatGPT o solo della propria testa, avevano rilevato che chi aveva usato l’LLM aveva un’attività cerebrale meno intensa, in particolare nelle aree legate a creatività e memoria. Non solo: alla fine del test, solo il 20% di chi aveva scritto con ChatGPT sapeva riferire i concetti elaborati.

Scrittura robotica: lo stile noioso e omogeneo dell’IA

Uno dei principali problemi è che i testi redatti dai chatbot sono molto meno vari stilisticamente rispetto a quelli umani, oltre che soggetti a bias: tendono infatti a riflettere il linguaggio, i valori e il modo di ragionare tipici di una società occidentale educata, industrializzata, ricca e democratica. Questa sovrarappresentazione della nostra cultura a discapito di altre minoritarie contribuisce ad appiattire lo stile di scrittura, rendendolo noioso e inumanamente omogeneo.

Addio intuizioni: il rischio di un cervello «schematico»

Oltre a influenzare il nostro modo di scrivere, argomentano gli esperti, gli LLM influiscono anche sul nostro modo di pensare: dopo aver interagito con le IA iniziamo a pensare come loro, perdendo la capacità di fare connessioni in modo tipicamente umano, di ragionare per intuizioni o analogie, e risultando schematici e «perfetti» anche nel pensiero.

Spenti per sempre? Usare l’IA senza perdere la testa

Presentata così, la situazione sembra preoccupante (e per certi versi lo è): continuando a usare l’IA in modo passivo e massiccio rischiamo di venire sommersi da informazioni, diventando dei bignamini senza personalità, buoni solo a ripetere nozioni senza comprenderle e a scrivere testi anonimi. Il punto di (ri)partenza, crediamo noi, è smettere di appoggiarci all’IA come a un cervello aggiuntivo, a uno schiavo cognitivo pronto a darci tutte le risposte, e iniziare a servircene per quello che è: uno strumento aggiuntivo e non sostitutivo della nostra intelligenza. Gli autori della ricerca, dal canto loro, auspicano che gli sviluppatori degli LLM li addestrino con dati che rispecchino l’eterogeneità del linguaggio umano, «non solo per preservare la diversità cognitiva umana, ma anche per migliorare le capacità di ragionamento dei chatbot».

Chiara Guzzonato

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