Sì o No, quando cambiare idea diventa un peccato. O la va o la spacca. Il referendum sulla riforma della magistratura entra nel rush finale. E subito dopo tornerà l’altro eterno nodo della politica italiana: la legge elettorale. La vittoria del SI o del NO, insieme al possibile ritorno delle preferenze, potrebbe rimescolare posizioni e convinzioni che sembravano consolidate. Capita così che sulla separazione delle carriere chi per anni l’ha sostenuta — come Luciano Violante, Massimo D’Alema e Piero Fassino, che ne fecero persino una proposta di legge — oggi la osservi con maggiore prudenza. Mentre chi l’aveva contrastata, a cominciare dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, la considera una garanzia democratica. Lo stesso copione si osserva sul terreno della legge elettorale, dove torna un altro grande classico: le preferenze. Non compaiono quasi mai nei testi ufficiali, ma riemergono puntualmente al primo tavolo di trattativa parlamentare. A rilanciarle è Giorgia Meloni con Fratelli d’Italia, mentre in passato il partito le guardava con diffidenza. Nel Partito Democratico la questione divide: Elly Schlein in passato si era mostrata favorevole ma oggi appare più cauta, mentre Antonio De Caro, recordman Pd alle Europee, continua a sostenerle. Del resto, il confine tra coerenza e cambiamento, in politica, è sempre stato un terreno impervio. Se si osservano i percorsi personali l’elenco è lungo, a cominciare da quel “Giuseppi” Conte che guidò il governo gialloverde segnato da posizioni sovraniste mentre oggi dirige un movimento che dialoga con la sinistra europea. Ogni volta che un leader cambia posizione, l’accusa arriva puntuale: tradimento. Tradimento delle promesse, delle identità politiche, delle parole pronunciate quando si era all’opposizione e diventate improvvisamente meno praticabili una volta al governo. Su questa tensione si innesta la riflessione proposta nel libro Le ragioni di Giuda di Tommaso Cerno (Rizzoli), sottotitolato Quando il tradimento ideologico diventa un atto di libertà. Il punto di partenza è la figura di Giuda Iscariota, tradizionalmente considerato il simbolo dell’infamia. Nel volume Giuda non è soltanto il traditore per antonomasia. Diventa anche la figura di chi rompe un ordine stabilito. La stessa parola “tradimento” contiene un’ambiguità linguistica interessante: il latino tradere significa consegnare, trasmettere. Dalla stessa radice deriva “tradizione”, cioè il passaggio di conoscenze da una generazione all’altra. È stata la storia, più che la lingua, a trasformare quella consegna in colpa. Talvolta è il risultato dell’urto con la realtà. Guardando oltre i confini italiani si trovano esempi simili. Volodymyr Zelensky chiede nuove armi all’Occidente pacifista. Donald Trump alterna richiami all’isolazionismo alla promessa di una nuova stagione di potenza americana. Emmanuel Macron parla apertamente di truppe europee dopo anni di prudenza strategica. E la Germania, dopo decenni di pacifismo costituzionale e di rigore nei conti, ha avviato una politica di riarmo e di spesa pubblica. Ma non è la prima volta che accade nella storia. L’economista John Maynard Keynes liquidò l’accusa di incoerenza con una frase rimasta celebre: «Quando i fatti cambiano, io cambio idea. Lei cosa fa?». Nel libro sfiziosamente pruriginoso Cerno mette a confronto due figure simboliche: Giuda e Ponzio Pilato. Il primo rompe il patto e paga il prezzo della scelta. Il secondo evita di decidere e si limita a lavarsi le mani. Se si guarda alla politica contemporanea, il problema non è tanto la presenza di qualche Giuda ideologico quanto il rischio che la diffusione dei Pilato si espanda. Una società piena di “traditori” può ancora cambiare direzione, una società piena di Pilato resta ferma mentre gli eventi continuano a muoversi. Il senso della riflessione emerge anche dal percorso personale raccontato dall’autore. Le ragioni di Giuda può essere letto anche come un racconto accattivante di storia, politica, fede e costume, dove scorrono figure e vicende della vita pubblica italiana — dalle foibe al giornalismo — e dove riemergono protagonisti come Giulio Andreotti, Francesco Cossiga ed Eugenio Scalfari, figure diversissime tra loro ma accomunate dalla capacità di attraversare epoche e trasformazioni senza restare prigioniere delle etichette. Ne nasce uno sguardo lucido sull’Italia recente. Il tradimento segna sempre un punto di rottura. Dopo non si torna indietro e la coscienza non è più la stessa: non necessariamente migliore o peggiore, ma più consapevole di ciò che si vuole davvero essere. Però la coscienza può essere molte cose: un limite agli impulsi, una forma di rispetto verso se stessi, ma anche uno specchio che talvolta deforma la realtà, sebbene resti comunque il centro dell’autodeterminazione dell’individuo. Forse è anche per questo che l’autore racconta alcuni passaggi del proprio percorso. Da parlamentare del Partito Democratico è approdato nel tempo a posizioni più conservatrici. Deluso da una sinistra che descrive come inconcludente e autoreferenziale, «In ebollizione e priva di cuore», Cerno accusa il Pd di essersi rifugiato in un giustizialismo spesso piegato a fini propagandistici. Ed è schierato oggi per il SÌ. Non mancano frammenti di vita privata gustosissimi: da ragazzo, quando lo vedeva bazzicare con “spiriti irregolari” come Aldo Busi e Vittorio Sgarbi, sua madre lo metteva in guardia dai «signori della televisione» che — temeva — potessero «fare proposte strane». Il destino poi ha rovesciato la scena: oggi Cerno è diventato una presenza abituale proprio in quei salotti televisivi. In un episodio della prima infanzia, un compagno gli rinfacciò il nonno fascista ma la nonna gli spiegò che la storia spesso giudica secondo chi vince. Una lezione di esperienza diretta più che di ideologie astratte che il direttore tiene cara. Così come il coraggio di rivendicare la propria omosessualità dopo un incontro fondamentale con Franco Grillini, fondatore dell’Arcigay. Da fatti come questi nasce anche una convinzione: nella vita bisogna scegliere. Anche la politica resta una questione di scelte. Chi cambia idea rischia l’accusa di tradimento. Chi non decide mai, invece, non rischia nulla. Nella storia si ricordano i Giuda. I Pilato passano. Potremmo suggerire a Cerno una terza categoria, tutta politica: i Proteo, quelli che cambiano campo così spesso da finire per non avere più un campo — come qualcuno osserva oggi a proposito di Carlo Calenda In questo caso il rischio non è tradire gli altri, ma finire per tradire se stessi. Cambiare idea può risultare un errore, ma smettere di cambiarla è quasi sempre un peccato.
Luigi Bisignani



