Dove torneremo a finire, signora mia? Di nuovo ai fornelli, al candeggio? Succede che i giornali progressisti scoprono, non senza sgomento, che l’ultima generazione, chiamata Z, cova rigurgiti maschilisti, patriarcali, quanto meno rispetto ai predecessori, ai nonni boomer: uno su tre, udite udite, è convinto che “le mogli devono obbedire ai mariti” (fate attenzione a questa locuzione). La generazione Z, che può stare per tante cose, Z come Zorro, come zoccola o come ronfare, zzz, insomma s’è svegliata: piano a disperarsi così come ad esaltarsi, non è tutto oro a luccicare ma neanche rame. Intanto, si sa, le ricerche lasciano il tempo che trovano, vanno interpretate, capite: concludere che “sembra avere lo sguardo rivolto indietro la prima generazione nativa digitale”, pare giornalismo un po’ azzardato, un po’ superficiale; sia come sia, questi ragazzini sembrano effettivamente tornare a sensibilità novecentesche, da prima delle rivoluzioni sociali figlie del consumismo se pensano che la moglie debba obbedire al marito, depositario dell’ultima parola in famiglia; che le donne non dovrebbero allargarsi troppo negli atteggiamenti, nella loro pretesa indipendenza. Sarà vero? Esperienza ci insegna che quando una attitudine è conquistata, diventa pressoché impossibile rinunciarvi (altra storia per la democrazia fondata sui diritti, a perdere la quale basta un sibilo presidenziale, “non si invochi la libertà…”). In ogni modo c’è da tenere conto di una tendenza che, stando a questa ricerca globale a cura di Ipsos con il Global Institute for Women’s Leadership presso il King’s College di Londra su un campione di 23mila giovani tra Stati Uniti e Brasile all’Australia, passando per l’Europa (Italia inclusa, ovviamente), come dire tutto il mondo più o meno libero, esclusi i regimi autoritari o totalitari (peraltro in crescita), vede un giovane su tre pensare cose che ancora 60 anni fa venivano difese non più che da uno su dieci. Tu chiamalo se vuoi tradizionalismo, se no come ti pare, reazione, maschilismo tossico, patriarcato: non torna, però, se le stesse ragazzine finiscono per nutrire più di prima certe sensibilità all’indietro. I suddetti giornali benpensanti se la cavano frignando di “un preoccupante ritorno alla mascolinità tradizionale”, che non vuol dir niente; insistono, questi miopi cronisti/e di sciocche testate, disperandosi in quanto “le incerte condizioni economiche che portano a rifugiarsi in modelli di mascolinità più rigidi e rassicuranti possono essere una spiegazione, ma non certo una giustificazione”: siamo alla militanza che si tappa occhi e orecchie e fa i versacci, che pretende di capire, di spiegare quanto e quando in realtà non vuole capire, vuole solo denunciare. Ma qui, da denunciare, c’è appena il fallimento di un modello sociale teorizzato, apparecchiato, imposto con tutta la pesantezza dell’ideologia woke: a questo punto la realtà chiede conto, i nodi giungono al pettine. E sono grossi, sono ostinati a sciogliersi. Perché questa inversione di tendenza ha, probabilmente, molte cause, molte dinamiche a partire dalle diavolerie tecnologiche, sulla cui incidenza tuttavia si gira intorno senza spiegare alcunché: osservare che “i sociologi attribuiscono questo ‘ritorno al passato’ di parte dei giovani maschi anche ad algoritmi e social media con diffusione di contenuti che hanno polarizzato il dibattito, creando una narrazione di scontro tra i sessi invece che di collaborazione” equivale a pretendere di analizzare ciò che non torna con la forza delle frasi fatte: la narrazione, lo scontro fra i sessi. In realtà, tra le pieghe della ricerca emerge un assestamento discutibile fin che si vuole, ma all’apparenza acquisito, pacifico: una “vera” donna, una femmina, non deve prendere l’iniziativa nell’approccio (parliamo sempre di tendenze, di quote percentuali, magmatiche, oscillanti, non di proporzioni assolute e definitive): e la donna pare sia d’accordo, almeno a parole. Torna il ruolo del “vero” uomo non necessariamente belluino ma rassicurante, in grado di assicurare protezione, secondo legge di natura di tutte le specie, che in quanto tale si è cercato di edulcorare, di alterare femminilizzando sempre più i maschi fino ad annullarli in quanto tali: ebbene, è fisiologico che prima o dopo scatti o la totale autodistruzione della specie, oppure una reazione. Corsi e ricorsi storici, risacche psicosociali. Così come l’eccesso di tecnologia scatena improbabili e forse ipocrite nostalgie neorurali, allo stesso modo l’esubero di retorica “rosa” suscita un risorgente, e magari patetico, orgoglio azzurro, almeno se fiocchi e grembiulini hanno ancora un senso nel tempo della sessualità “percepita” e della genetica quantistica. Le testate benpensanti, progressiste temono il gran rifiuto dell’uomo ad occuparsi dei figli, l’appassire del rassicurante celenterato maschio sconfitto: molliccio, barbetta, modi melliflui, che culla i pargoli e, perché no, li “allatta” tra un manicaretto e una scopata (per terra): niente di più improbabile per la semplicissima, intuitiva ragione che ormai un nucleo familiare va inteso come necessariamente cooperativo: trippa per gatti non ce n’è, i lavori si fanno sempre più precari, c’è chi paga per farsi assumere, dunque sfruttare, (quasi) tutti siamo un po’ fattorini, il divario della società del “venti-ottanta” si dilata in un “uno-novantanove”, i privilegiati lo sono sempre di più sebbene in numero sempre minore; per tutti gli altri la giornata multitasking tra occupazione professionale e domestica non è neppure una opzione, una scelta: è una necessità che prescinde dai ruoli e dai sessi. Altro che sentirsi “sotto pressione per conformarsi a rigidi stereotipi di genere”. Questi giornali pretendono di squadernare una società che hanno rinunciato a cogliere, che ormai vedono solo attraverso le loro lenti di boomer woke. E fin qui siamo alla critica della ragion pratica; poi, non sfuggirà a nessuno, almeno tra quanti provvisti di residuo buon senso, l’effetto-rigurgito: a furia di plasmare, sformare, modificare comportamenti, valori, cervelli, insomma di rompere i coglioni, si ottiene l’effetto opposto: un irrigidimento nell’ostinazione, un ritorno al caro vecchio passato. Che magari non è neanche così caro, ma diventa via di fuga, di salvezza da un presente moralisticamente oppressivo e non più sostenibile. Detto in parole essenziali: decenni di rottura sul transfemminismo dittatoriale, e questi sono i risultati: la donna a casa, l’uomo “forte” che ha l’ultima parola. Forse tutti questi apostoli della nuova società, tra i quali “filantropi” e tecnocrati alla corte di un pedofinanziere, dovrebbero farsi due conti; con loro, la stragrande maggioranza dei media occidentali, che vengono abbondantemente finanziati, cioè corrotti, per non vedere quello che c’è e per vedere quello che non c’è ma ci deve essere. Questa, è la vera tragedia di un’epoca che, Z, X, Y o come la vuoi chiamare, ha perso, a forza di stravolgimenti sociologici e psichiatrici, qualsiasi orientamento di ragione e si dibatte in un Pandemonium senza scampo dove tutto è ribaltato e non si scorge alternativa tra “bene” e “male” ma solo tra male e peggio: e l’asticella del peggio, sdoganato, normalizzato, condiviso, esaltato, si alza di giorno in giorno. Il tema è allucinante, allarmante, ma stimolante: il Male è tutto intorno a noi, su X circola un breve spot tratto dalla settimana della moda di Parigi: sfilano personaggi letteralmente demoniaci, senza più niente di umano, orecchie eliminate, orribilmente traslocate, quattro narici, occhi senza pupille, una muraglia di ferro al posto dei denti, corna, artigli, protuberanze mostruose: è il Pandemonio dei diavoli, e che sfili in passerella dimostra il grado di assuefazione non meno della consapevolezza di un giro di pedofilia globale, in sospetto di cannibalismo, in certezza di torture, che teneva (tiene!) insieme il meglio della cosiddetta élite: teste coronate, uomini di Stato, ultramiliardari, stelle dello spettacolo. Tutti insieme a banchettare, si immagina a base di bambini. La gente, sui social, esorcizza ridendo, fa i meme, ma questo è il peggiore abominio della storia, con tutto che ne lasceranno emergere sì e no l’uno per cento. In una simile temperie, non può sorprende un bisogno disperato di orientamento, la spasmodica ricerca di un ordine cui tornare. Giusto o sbagliato che sia, e a cercalo sono i più giovani che sono i più disorientati, non i vecchi che ormai la vita l’hanno bene o male risolta. È tanto difficile da capire? Resta un’ultima possibile osservazione, in coda, e velenosa come si conviene: “L’indagine – concludono i ricercatori – ci mostra che stiamo assistendo forse a una grande rinegoziazione del modo in cui uomini e donne incarnano i ruoli di genere nella società odierna. Questa dualità di prospettive apre un dialogo vitale su come le norme di genere vengono rimodellate, evidenziando la complessa interazione tra modernità e tradizione e spingendoci ad approfondire i fattori culturali, sociali ed economici che influenzano queste convinzioni”, così Kelly Beave, AD di Ipsos nel Regno Unito e in Irlanda; per l’ex premier laburista australiana Julia Gillard, attuale presidente del Global Institute for Women’s Leadership della King’s Business School, “è preoccupante constatare che gli atteggiamenti verso la parità di genere non siano più positivi, soprattutto tra i giovani uomini. Dobbiamo continuare a impegnarci di più per sfatare l’idea di un gioco a somma zero in cui le donne sono le uniche beneficiarie di un mondo con parità di genere”. Che vi dicevo? Di fronte a eventi e mutamenti significativi, la suddetta élite reagisce in senso hegeliano: “Se la realtà non coincide coi nostri desideri, che si fotta la realtà”. Ma, cari signori: l’avete voluto il meticciato maranza, l’integrazione islamista? Eccovi serviti. L’Islam, sia detto in modo assolutamente anodino, non è sistema di valori disposto a trattare; ed è infinitamente più radicato, quando c’è, nella mentalità di chi lo professa. In altre parole: non è l’Islam ad adeguarsi, ma ad adeguare. Con la forza, preferibilmente. Come faceva quella locuzione all’inizio? “Le mogli devono obbedire ai mariti”. Questa sarà pure la generazione Z, ma in definitiva è la generazione M come maranza. È l’Islam che cresce. Che s’impone. E spingere in modo ancora più disperato e ottuso “ per sfatare l’idea di un gioco a somma zero in cui le donne sono le uniche beneficiarie di un mondo con parità di genere”, bla bla bla, non servirà: con loro non la spunti. Non basta edulcorare verbalmente la faccenda, chiamarli “italiani di nuova generazione”. Un Cecchettin non fa primavera, e neanche testo. Grazie a Dio, o ad Allah, se preferite (ma il maschilismo del primo Novecento, tranquilli, non può tornare).



