Sul tema dell’attacco all’Iran degli ayatollah, militarmente sostenuti dei temibili pasdaran, martedì mattina Omnibus, talk de La7 orientato a sinistra ma tra i meno faziosi delle reti di Urbano Cairo, ha messo in piedi un dibattito praticamente a senso unico. Un dibattito in cui tutti i presenti, compresa la conduttrice, Alessandra Sardoni, con varie sfumature hanno sostenuto la tesi secondo la quale l’iniziativa bellica adottata in prima persona da Donald Trump sia praticamente campata per aria, e che manchi chiaramente un chiaro obiettivo strategico. In estrema sintesi, sono sembrati un po’ tutti d’accordo che gli attaccanti, compresi gli alleati israeliani, stessero vivendo alla giornata, sperando in un rapido cedimento del sistema di potere iraniano, quasi come si stesse giocando un terno al lotto. Francamente faccio molta fatica a crederlo. Possiamo veramente pensare che la più grande potenza economica e militare del pianeta, con tutte le bizzarrie caratteriali che vogliamo attribuire all’attuale inquilino della Casa Bianca, che abbia deciso, insieme agli alleati israeliani, di iniziare una operazione estremamente rischiosa, senza avere un quadro abbastanza chiaro circa le prospettive di una sua riuscita? E se è vero che, come dicono i sondaggi, solo poco più di un quarto degli americani appoggia l’Operazion Epic Fury”, possiamo pensare che, a pochi mesi dalle elezioni di mezzo termine, Trump si imbarchi al buio in una guerra non molto popolare negli States, con il rischio di far precipitare un consenso che lo vede ai minimi dacché se insediato alla Casa Bianca? E per quanto il personaggio manifesti un comportamento eccessivamente ondivago, dovendosi rimangiare parecchie decisioni affrettate, in questo caso forse potrebbe aver ragione nel tentare di far crollare un regime che, non ce lo dimentichiamo mai, era arrivato ad arricchire l’uranio fino al 60%, quando per le centrali nucleari per uso civile tale arricchimento al massimo non supera il 5%. Tutto può ovviamente essere, ma dato che il feroce regime iraniano probabilmente non è stato mai così fragile come in questo periodo storico, è probabile che Usa e Israele abbiamo pensato che questo fosse il momento più adatto, forse irripetibile nel medio termine, per decapitare un sistema dittatoriale che, oltre a minare profondamente il precario equilibrio in quella tormentata regione del mondo, per scongiurare una volta per sempre la possibilità che la teocrazia iraniana destabilizzasse l’intero pianeta riuscendo prima o poi a fabbricarsi l’arma atomica in casa. La prova indiretta che il momento fosse propizio ci è fornita dal comportamento dei principali Paesi arabi presenti nell’area – Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Qatar – i quali hanno duramente stigmatizzato gli attacchi missilistici subiti dall’Iran, anche quando essi si sono limitati alle basi americane presenti sui loro territori. D’altro canto, in merito al processo in atto per la normalizzazione dei rapporti tra questi Paesi e lo Stato ebraico – normalizzazione bloccata non a caso della strage del 7 ottobre promossa proprio dall’Iran – il regime degli ayatollah rappresenta una presenza troppo ingombrante per tutti i soggetti dell’area, i quali credo che, al di là delle prese di posizione ufficiale, tifino per una rapida caduta di un regime il quale, anche questo da non sottovalutare, controlla un braccio di mare su cui transita oltre il 20% del petrolio e del gas mondiale. Si tratta di un obiettivo di pacificazione generale, del tutto condivisibile, che, contrariamente a ciò che pensano le anime belle che credono alle favole di una sinistra pacifista che non ha mosso un dito per l’immensa strage degli oppositori iraniani, non si potrà mai ottenere con le chiacchiere della politica e della diplomazia.
Claudio Romiti



