Da oggi chi vorrà, o meglio chi dovrà comunque navigare nelle acque ad alto rischio del Golfo Persico, del Mar Rosso, dello Stretto di Bab el Mandab, o, peggio, (a patto di riuscire a ottenere dai pasdaran la luce verde per transitare nel braccio di mare oggi più pericoloso del mondo, ovvero lo Stretto di Hormuz, dovrà negoziare ora per ora il premio assicurativo war risk. Per anni le navi, petroliere o portacontainer che fossero, dovevano versare alle compagnie di assicurazione un premio rischio guerra, pari allo 0,01% del valore per coprire quello che era considerato una sorta di rischio endemico. Da mesi il war risk, specie a causa degli attacchi dei ribelli Houthi era balzato all’1% del valore della nave. Una nave del valore di 100 milioni pagava una polizza assicurativa addizionale pari a un milione per il periodo di permanenza delle aree a rischio. Adesso, con una guerra estesa, che ha centinaia di potenziali bersagli e che già sta coinvolgendo anche la navigazione marittima, il “tappo” è saltato: in linea teorica, difronte a un ulteriore inasprimento del conflitto, le maggiori compagnie di assicurazione potrebbero arrivare a chiedere agli armatori il pagamento di un premio war risk del 10% o addirittura del 20% del valore nave. Tradotto in valuta fumante, una neve del valore di cento milioni di dollari, dovrebbe pagare per 24 o 36 ore di permanenza in aree a rischio un premio assicurativo addizionale di 10 o 20 milioni di dollari. Nulla di nuovo sotto il sole del Medio Oriente, che aveva sperimentato questa escalation negli anni della missione Desert Storm, o del conflitto Iran-Iraq, ma che ora vedrebbe ricadere sotto la copertura war risk un’area particolarmente estesa. Area nella quale – secondo gli ultimi dati di Shipfinder – avrebbero dato fondo alle ancore e sarebbero quindi “parcheggiate” fra le 150 e le 200 navi, in prevalenza petroliere e gasiere, per altro costrette a stazionare in aree maledettamente a rischio. Con una categoria del mondo marittimo, che si prepara a conseguire risultati da record (i broker assicurativi che operano in percentuale sulle polizze staccate dalle compagnie per il war risk, da oggi cambia tutto. I contratti assicurativi in essere sono a tutti gli effetti rescissi e il livello dei premi da pagare sarà frutto di trattative nave, per nave, frutto di una analisi comparata dei rischi reali e quindi dell’andamento del conflitto in essere. Di certo l’estensione dei bersagli dei missili iraniani, anche negli Emirati, nel Qatar, nell’Oman e nell’Arabia Saudita, non fa prevedere nulla di buono. Per altro- piccolo particolare non trascurabile – anche di fronte all’incasso di premi war risk alle stelle le grandi assicurazioni chiedono come conditio sine qua non, che le navi mercantili oggetto della polizza navighino nella zona a rischio scortate da almeno un’unità militare. E pensando ai precedenti di Hormuz, mai totalmente chiuso (e anche ora è ufficialmente aperto) infestato dai barchini dei Pasdaran, risulta difficile pensare a un impiego esclusivo di navi militari di differenti bandiere impegnate nella scorta ai convogli. Ma tutto può accadere. Lo avevamo anticipato, richiamando l’attenzione sul significato geopolitico del discorso del presidente Modi alla Knesset israeliana e all’attacco delle forze pakistane in Afganistan, prevedendo quasi al minuto l’attacco su Teheran.
Bruno Dardani


