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Schlein non vuole le dimissioni di Meloni? C’è un motivo preciso

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
3 de marzo de 2026
in Italia, Política
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Schlein non vuole le dimissioni di Meloni? C’è un motivo preciso
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C’è una sottile arte, in politica, che consiste nel dire molto senza sembrare che si stia dicendo troppo. Elly Schlein, alla vigilia della chiusura della campagna referendaria, sceglie esattamente questa strada: “Se vince il no, non chiederemo le dimissioni del governo: vogliamo battere la destra alle urne, e lo faremo alle prossime elezioni politiche”. Una frase che, letta in superficie, suona come un atto di fair play istituzionale. Ma se la si osserva meglio, racconta una verità assai meno neutra. La segretaria dem spegne sul nascere qualsiasi tentazione di trasformare il referendum in una resa dei conti con il governo. Nessuna spallata, nessuna richiesta di crisi. Solo l’idea che la battaglia vera si consumerà più avanti, nel 2027. È una frenata brusca rispetto alla tradizione di un’opposizione che, in altri tempi, avrebbe cavalcato ogni occasione per alzare il livello dello scontro. E infatti la prudenza non è casuale. Schlein salirà sul palco insieme a Giuseppe Conte e ai leader di Avs, Bonelli e Fratoianni, a chiudere una campagna che viene presentata come una battaglia di merito: “La nostra è una battaglia nel merito di una riforma sbagliata e dannosa per il Paese che non migliora la giustizia per i cittadini e mina l’indipendenza della magistratura”. Parole nette, che marcano una distanza politica e culturale dalla maggioranza. Ma è quello che viene dopo a chiarire il quadro strategico: “Dovesse vincere il Sì andremo avanti con il nostro lavoro perché la sfida alla destra si giocherà alle elezioni politiche del 2027”. Il 2027, appunto. Non domani. Non tra sei mesi. Tra tre anni. È qui che la riflessione si fa inevitabile. Perché se davvero si ritenesse che il governo è delegittimato, o che una sconfitta referendaria possa aprire una breccia decisiva, non si parlerebbe con tanta serenità di fine legislatura. La verità, per quanto nessuno la pronunci apertamente, è un’altra: oggi il Pd non ha alcuna convenienza a tornare alle urne. E probabilmente le perderebbe. Le parole della segretaria sono intelligenti, calibrate, perfino responsabili. Ma nascondono una consapevolezza politica molto concreta. Il centrosinistra non è pronto. Il cosiddetto campo largo è ancora un progetto sulla carta, più evocato che costruito. Basta osservare le differenze che emergono su quasi ogni dossier per capire quanto sia fragile quell’unità esibita sul palco: politica estera, guerra, Europa, riforme istituzionali, agenda economica. Ogni tema è una potenziale linea di frattura. In questo quadro, chiedere elezioni anticipate sarebbe un salto nel buio. Perché un’alleanza improvvisata, tenuta insieme più dall’avversione alla destra che da una piattaforma condivisa, rischierebbe di implodere prima ancora di convincere gli elettori. Schlein lo sa. E la sua priorità, oggi, non è accelerare ma guadagnare tempo. Tempo per cucire, per mediare, per provare a trasformare una coalizione litigiosa in una proposta credibile di governo. Il referendum diventa così una tappa, non un punto di svolta. Una occasione per consolidare un’identità, per parlare al proprio elettorato, per tenere insieme pezzi diversi dell’opposizione. Ma non l’anticamera di una crisi. Non il preludio di una sfida immediata. Dietro la scelta di non politicizzare il risultato c’è, in fondo, una grande verità che tutti conoscono e pochi ammettono: la partita decisiva non può essere giocata adesso. Perché adesso, molto semplicemente, il centrosinistra non la vincerebbe. E allora meglio aspettare il 2027, sperando che nel frattempo il campo largo smetta di essere una formula e diventi una coalizione vera. Altrimenti, più che battere la destra alle urne, il rischio è continuare a perdersi prima ancora di arrivarci.

Franco Lodige

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