“Le più profonde condoglianze del popolo dell’India per ogni vita perduta e per ogni famiglia il cui mondo è stato sconvolto nel barbaro attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre. Sentiamo il vostro dolore. Condividiamo il vostro lutto. L’India è al fianco di Israele con fermezza e piena convinzione in questo momento e oltre”. Nel discorso tenuto al Parlamento israeliano dal premier indiano, Modi, non un cenno a Gaza, non a un genocidio sempre più presunto anche alla luce dei falsi ormai palesi riconosciuti di Hamas; non alla discussione sulla costituzione di uno Stato palestinese. Anzi, a pochi giorni dalla presentazione da parte di Abu Mazen, vecchio presidente dell’Autorità palestinese, di un progetto di Costituzione di un futuro Stato palestinese che istituzionalizza l’eliminazione di Israele, di fatto estendendo le tesi e gli obiettivi di Hamas, il presidente indiano Modi ha compiuto una mossa che non è – come molti in maniera volutamente distorta hanno voluto connotare – né di tipo commerciale, né circoscritta al campo della difesa. Ha segnato un punto fermo: il piccolo Stato di Israele con i suoi meno di 9 milioni di abitanti da oggi non può più contare solo sulla storica alleanza con gli Stati Uniti, che in queste ore hanno schierato una portaerei al largo di Haifa a difesa da eventuali contrattacchi iraniani, ma anche su un potentissimo amico, un amico da un miliardo e mezzo di abitanti che Modi, senza esitazioni di sorta, ha da oggi schierato a fianco di Israele. Quella che si è consumata alla Knesset, non è stata una rituale affermazione di condivisione di obiettivi. E’ stato una ferma presa di posizione che ribalta i rapporti di forze in Medio Oriente, ma anche in Asia, e che, nella prospettiva degli Accordi di Abramo, allontana anche i Paesi arabi del Golfo oltre che molti del Nord Africa, dalle sirene di alleanze cinesi o russe. Solo pochi anni fa l’India garantiva un sostegno incondizionato alla causa palestinese; dopo il 7 ottobre è a fianco di Israele. E non è certo un caso che questo suggello a un’amicizia crescente sia stato posto alla vigilia di un potenziale confronto militare fra Iran e Stati Uniti. L’India è ormai da anni il principale cliente dell’industria bellica israeliana: droni, missili, sistemi radar ed equipaggiamenti per i reparti speciali. Ma quella nata alla Knesset è un’alleanza a tutto campo, della quale anche i Paesi islamici “meno moderati” saranno costretti a tenere bene a mente. “Noi romperemo l’asse del male” ha detto Netanyahu incontrando Modi, e l’apertura di un fronte fra Pakistan e Afganistan rappresenta la conferma ulteriore di una capacità di reazione delle nuove potenze mondiali, a fronte di un Occidente, specie europeo, che ha perso la battaglia prima di combatterla. «Di fronte all’Islam estremo creeremo un’alleanza di ferro, di Stati che santificano la vita contro chi si inchina alla morte. Israele – ha proseguito Netanyahu – è più forte che mai, e l’India è più forte che mai. Noi romperemo l’asse del male». Un asse del male contro il quale Israele intende lanciare una «alleanza esagonale» con India, Grecia, Cipro e altri Paesi asiatici e africani contro gli «assi radicali sciita e sunnita».


