Il Bodø/Glimt non è solo una squadra di calcio. È un’anomalia statistica, un laboratorio a cielo aperto, quasi un esperimento sociale applicato al pallone. Ci è alieno anche solo per l’alfabeto che usa nel nome. Poco meno di quarant’anni dopo quei cinque gol con cui l’Inter liquidò in Coppa delle Coppe un gruppo di pescatori del nord (Di Canio in un commento da studio diventato poi viralissimo li chiamava “i salmonari”) i loro nipoti sono tornati a San Siro per spiegare come si elimina una sedicente grande d’Europa con il 29 per cento di possesso palla, sette tiri in totale e una calma da ghiacciaio. Mai una squadra norvegese aveva superato un turno a eliminazione diretta di Champions League da quando esiste questo formato. L’ha fatto demolendo la migliore squadra italiana per distacco (il distacco non è un’iperbole, è quello che sta mettendo l’Inter tra sé e le altre in campionato). Dopo aver preso a schiaffi Roma e Lazio negli ultimi anni, il Bodø/Glimt si è definitivamente candidato a kriptonite del calcio italiano – scrive Angelo Carotenuto nella sua newsletter Lo Slalom. In generale abbiamo un problema con la Norvegia: nello stesso stadio, pochi mesi fa, Erling Haaland aveva tolto ogni alibi alla Nazionale di Gattuso. Un tempo, nei sorteggi europei, capitare contro una squadra in pausa di campionato era una benedizione. Il Bodø è fuori stagione da novembre. In teoria, per loro questo periodo equivale ad agosto per un club di Serie A. La BBC e The Athletic sottolineano che la preparazione del club norvegese è talmente scientifica da permettere di conservare il picco di forma come se fosse sottovuoto, pronto all’uso mesi dopo. Un’eresia per la fisiologia sportiva tradizionale, non meno di quanto lo sia il loro modello economico. Il Bodø/Glimt non va sul mercato a caccia del calciatore perfetto. Non può permetterselo. Cerca giocatori con una singola qualità fuori scala e costruisce il sistema attorno a quella. Velocità, tiro, lettura degli spazi. Una X ben marcata, come la chiamano loro. A San Siro, in vantaggio di due gol complessivi, Kjetil Knutsen ha apparecchiato una trappola chirurgica. Difesa posizionale estrema, palleggio centrale concesso all’Inter fino allo sfinimento, colpi inferti in contropiede con la precisione di un predatore artico. Una ipnosi agonistica alla quale Cristian Chivu non ha trovato contromisure, in una serata senza Lautaro e senza idee alternative se non qualche tuffetto all’italiana qua e là che l’arbitro ha sorvolato con noncuranza europea. Nel finale, mentre l’Inter spingeva, i giocatori del Bodø non hanno mostrato segnali di panico. Niente picchi di stress, niente scompensi emotivi. Il merito viene attribuito a Bjørn Mannsverk, ex pilota di caccia, oggi mental coach del club. Non fa discorsi motivazionali, non urla negli spogliatoi. Applica protocolli da cabina di pilotaggio di un F-16. Il famoso cerchio che i giocatori formano dopo aver subito un gol serve a resettare l’errore, esattamente come avviene in volo. Lo Slalom ricorda che era dal 1972 che una squadra di un campionato fuori dalla top five europea non batteva quattro avversarie di quell’élite nella stessa competizione. Il Bodø/Glimt lo ha fatto contro Manchester City, Atlético Madrid e due volte l’Inter. L’ultima a riuscirci fu l’Ajax che poi vinse la Coppa dei Campioni. Se spesso ci si lamenta dello strapotere economico delle grandi leghe, il Bodø ha dimostrato che il calcio europeo non è solo una piramide fondata sui soldi, ma una rete. Dove un algoritmo ben usato può battere un fatturato. Dove una rosa da 57 milioni può eliminarne una da 666. Il paradosso è totale se si guarda al contesto. L’Inter è prima in Serie A con ampio margine e ha raggiunto due finali di Champions nelle ultime tre stagioni. Il Bodø/Glimt, nell’anno del triplete nerazzurro, chiudeva sesto nella seconda divisione norvegese. Bodø è una città di poco più di 40 mila abitanti, appena sopra il Circolo Polare Artico. Potrebbero starci tutti, comodamente, in un settore di San Siro. Non è stato un colpo di fortuna. All’andata, in Norvegia, l’Inter era stata presa a martellate. Al ritorno, nonostante il 71 per cento di possesso e 30 tiri, non ha mai davvero dato l’impressione di poterla ribaltare. Un progetto senza mecenati, senza scorciatoie. Calcio ad alta intensità, reclutamento mirato, sviluppo maniacale dei dettagli. Non è la prima volta che il Bodø/Glimt ridimensiona un gigante italiano. Nel 2021 rifilò un 6-1 alla Roma di Mourinho. Ora, all’orizzonte, ci sono Sporting e Manchester City. Sarebbe il caso di smetterla di fare i gradassi a salve, la retorica del “miracolo” possiamo tenercela per noi.
Mario Piccirillo


