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“Re Carlo abdica”. Quella voce sulla Corona dopo lo scandalo Epstein

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
26 de febrero de 2026
in Editorial
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“Re Carlo abdica”. Quella voce sulla Corona dopo lo scandalo Epstein
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La monarchia britannica non è certa nuova alle tempeste. Ma quella che oggi si addensa sul regno di Carlo III assume una connotazione assai diversa rispetto al passato: non riguarda soltanto il comportamento di un membro problematico della famiglia reale, bensì la percezione stessa della trasparenza e dell’autorità morale della Corona. Prima la malattia, che ha imposto al sovrano un rallentamento forzato e ha riacceso seri interrogativi sulla solidità dell’istituzione. Poi l’arresto del fratello, Andrea Mountbatten-Windsor, già travolto dallo scandalo legato a Jeffrey Epstein. Ora, le e-mail trapelate e pubblicate dal Mail on Sunday suggeriscono che l’allora Principe di Galles fosse stato informato già nel 2019 dei controversi rapporti finanziari tra Andrea e il banchiere David Rowland. Non un dettaglio, ma un possibile punto di svolta. La questione centrale non è soltanto giudiziaria — su quella dovranno eventualmente pronunciarsi le autorità competenti — bensì politica e, ancor più, simbolica. Se Carlo fosse stato effettivamente informato in anticipo delle relazioni opache tra il fratello e l’ambiente finanziario orbitante attorno a Rowland, e se avesse scelto di non intervenire pubblicamente, la domanda che oggi pesa è inevitabile: fu prudenza istituzionale o eccesso di lealtà familiare? Il nome di Rowland, fondatore della Banque Havilland, si intreccia a doppio filo con l’attività internazionale di Andrea durante il suo incarico di inviato speciale per il commercio. Viaggi, relazioni, presunti favori, ipotesi di pagamenti e coperture di debiti personali. E soprattutto, quel passaggio riportato nelle comunicazioni secondo cui il duca avrebbe presentato Rowland a Epstein come il suo “uomo di fiducia in fatto di denaro”. Un dettaglio che, nel contesto attuale, assume un peso politico devastante. Per anni la linea difensiva della Corona è stata quella del “caso isolato”: Andrea come problema individuale, progressivamente marginalizzato, privato dei titoli operativi e delle funzioni pubbliche. Ma se emergesse che i vertici della famiglia erano informati di potenziali criticità ben prima dell’esplosione mediatica, la narrativa cambierebbe radicalmente. Non più solo l’errore di un principe, ma il sospetto di una gestione opaca della crisi. Nel frattempo, le pressioni politiche crescono. Dal governo all’opposizione si moltiplicano le richieste di chiarimento, mentre negli Stati Uniti l’avvocata Gloria Allred sollecita piena collaborazione con eventuali indagini. Il tema della successione torna sotto i riflettori, anche se Andrea è oggi lontano da qualunque ruolo operativo. Tuttavia, la vera questione non è la sua posizione nella linea dinastica, bensì la credibilità complessiva dell’istituzione. In questo scenario si fa strada, sottovoce ma con crescente insistenza, un’ipotesi fino a poco tempo fa impensabile: l’abdicazione di Carlo III come gesto di responsabilità politica. La monarchia britannica ha già conosciuto un’abdicazione traumatica nel 1936, con Edoardo VIII. Ma oggi il contesto è diverso: non uno scandalo sentimentale, bensì una crisi reputazionale stratificata, in un’epoca di ipertrasparenza mediatica e di crescente scetticismo verso le istituzioni ereditarie. Un passo indietro del sovrano potrebbe essere interpretato come un sacrificio personale per salvaguardare la continuità della Corona, consegnando il trono a William, principe del Galles, figura che gode di maggiore consenso nei sondaggi e che, insieme alla moglie Catherine, principessa del Galles, incarna per molti l’idea di una monarchia più sobria e contemporanea. Sarebbe una scelta drastica, ma coerente con la logica di sopravvivenza che da sempre guida l’istituzione: la persona può essere sacrificata, la Corona no. Resta però un elemento decisivo: le prove. Le e-mail citate sono anonime, le accuse devono essere verificate e la distinzione tra conoscenza informale e responsabilità effettiva è cruciale. In assenza di accertamenti giudiziari, parlare di coinvolgimento diretto di Carlo sarebbe prematuro. Ma in politica, e ancor più nella monarchia costituzionale, la percezione conta quasi quanto i fatti. Il vero nodo è questo: può un sovrano regnare efficacemente se una parte significativa dell’opinione pubblica dubita della sua trasparenza? La monarchia britannica sopravvive da secoli perché ha saputo adattarsi, tagliare rami secchi e reinventarsi. Oggi si trova davanti a un bivio: o rilanciare con una chiarezza radicale, collaborando senza riserve a ogni indagine e ristabilendo fiducia, oppure valutare un passaggio di testimone che consenta all’istituzione di respirare. Non è detto che l’abdicazione sia imminente, né che sia inevitabile. Ma per la prima volta dall’inizio del suo regno, l’ipotesi non appare più fantapolitica. In gioco non c’è soltanto il destino personale di Carlo III, bensì la tenuta simbolica di una delle monarchie più antiche e osservate del mondo. E quando la credibilità diventa il vero campo di battaglia, ogni scelta — anche la più estrema — entra di diritto nel perimetro del possibile.

Salvatore Di Bartolo

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