Viktor Orbán rilancia. In un post sui social costruito per incendiare il dibattito, il primo ministro ungherese ha accusato i “leader di Bruxelles” – espressione che usa come sinonimo di burocrazia cieca e ostile – di aver stretto un accordo con il presidente ucraino Zelensky per “continuare la guerra”. Secondo Orbán, non è solo una scelta sbagliata: è una “cattiva notizia per l’Europa”. Una guerra che, a suo dire, “non ha soluzione sul campo di battaglia”, ma continua a produrre distruzione e vittime. E soprattutto, una guerra che Bruxelles – sempre Bruxelles – starebbe sostenendo consapevolmente. Il messaggio non è nuovo, ma il contesto lo rende più rumoroso del solito. Il leader ungherese, da anni il più affidabile megafono europeo delle posizioni del Cremlino, ha ripetuto quasi alla lettera alcune delle tesi più recenti di Mosca: Ucraina ed Europa starebbero perdendo il conflitto, l’escalation militare sarebbe inutile e pericolosa, e il rischio di uno scontro nucleare verrebbe alimentato irresponsabilmente dall’Occidente. Un copione che Orbán recita con una certa coerenza, come dimostrano anche i suoi rapporti con Putin, mai davvero raffreddati nemmeno dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Le immagini dei loro incontri continuano a pesare come macigni nella narrativa ufficiale di Budapest. Ma questa volta Orbán ha aggiunto un bersaglio interno. Senza fornire alcuna prova, ha accusato Péter Magyar, leader del partito di opposizione Tisza, di aver concluso un “accordo segreto” con l’Unione europea durante la Conferenza sulla sicurezza di Monaco, addirittura “sotto il patrocinio tedesco”. Un patto, sostiene, finalizzato a sostenere la guerra in Ucraina. Secondo Orbán, la linea corretta è una sola: l’Ungheria deve restare fuori dal conflitto. Il governo, dice, ha il dovere di salvaguardare la sicurezza del Paese, anche a costo di isolarsi ulteriormente dai partner europei e di scontrarsi frontalmente con l’UE. Dietro la retorica, però, c’è una matematica politica piuttosto semplice. Ad aprile si vota, e i sondaggi non sorridono più al premier che governa da sedici anni. Le rilevazioni più recenti indicano Orbán in ritardo di circa dieci punti percentuali proprio rispetto a Péter Magyar. Da qui l’intensificazione del linguaggio anti-ucraino e anti-Bruxelles: una strategia collaudata per ricompattare l’elettorato, polarizzare lo scontro e trasformare le elezioni in un referendum contro l’Europa. L’Ucraina diventa lo strumento, Bruxelles il nemico, e la guerra il pretesto.
Marco Guerra


