La guerra in Ucraina entra nel suo quinto anno lasciando dietro di sé non solo territori contesi, ma soprattutto vite spezzate e comunità disgregate. Case, scuole, ospedali e infrastrutture energetiche continuano a essere colpite, con un impatto diretto sulla popolazione civile. Secondo la Missione di monitoraggio dei diritti umani delle Nazioni Unite in Ucraina, il 2025 è stato l’anno più letale per i civili: oltre 2.500 persone hanno perso la vita e più di 12.000 sono rimaste ferite. Numeri che confermano come il conflitto sia ancora lontano da una soluzione e che testimoniano l’intensificarsi degli attacchi e delle conseguenze sulle infrastrutture essenziali. Sono circa 10 milioni gli ucraini che vivono attualmente lontano dalle proprie abitazioni. Di questi, 3,7 milioni sono sfollati interni: hanno lasciato le zone di combattimento ma sono rimasti entro i confini nazionali. Altri 5,9 milioni hanno invece cercato protezione all’estero. «I flussi di profughi ucraini verso l’estero sono ancora una realtà», spiega Elisabeth Haslund, portavoce dell’Unhcr in Ucraina. La principale ragione resta la mancanza di sicurezza, aggravata dalla crisi energetica dovuta ai bombardamenti continui contro le infrastrutture. Secondo i dati Eurostat, nel 2025 nell’Unione europea – insieme ai quattro Paesi associati all’area Schengen (Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera) – sono stati rilasciati 670mila permessi di soggiorno temporanei a cittadini ucraini, il 12% in meno rispetto al 2024. All’interno del Paese almeno 11 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria. Dietro questa cifra si nascondono bisogni concreti: cibo, alloggio, cure mediche, sostegno psicologico, accesso ai servizi di base. La maggioranza degli sfollati interni si concentra ancora nelle regioni orientali, in particolare Kharkiv e Dnipro, nel tentativo di restare il più vicino possibile alle proprie case. Anche la capitale Kyiv è sotto pressione per l’afflusso continuo di rifugiati. Uno dei problemi più urgenti rimane quello degli alloggi, soprattutto per anziani e persone fragili. Tra le priorità dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati c’è proprio il sostegno abitativo e sanitario per chi non ha alternative. I profughi ucraini presentano caratteristiche peculiari anche nel contesto italiano. «Gli ucraini e le ucraine in Italia non hanno mai dato la sensazione di volersi stabilire in pianta stabile», spiega Filippo Ungaro, portavoce di Unhcr in Italia. Molti bambini hanno continuato a seguire online le lezioni delle scuole ucraine e il livello di conoscenza della lingua italiana resta relativamente basso. Un ulteriore elemento critico riguarda l’iscrizione all’anagrafe: molti non risultano registrati, perdendo così l’accesso ai servizi sociali comunali e ai contributi per l’affitto. Spesso fanno affidamento su reti informali di parenti e amici. Nella seconda metà del 2025 i rischi per la popolazione sfollata e per altri gruppi vulnerabili sono aumentati. Eppure, nonostante i bombardamenti e le difficoltà quotidiane, le persone continuano ad andare al lavoro e a portare i figli a scuola. Una resilienza ostentata che, però, non deve diventare normalità. Dietro l’apparente capacità di adattamento si nasconde una pressione costante, soprattutto sul piano psicologico. Il 42% dei profughi segnala difficoltà legate alla salute mentale, con percentuali ancora più elevate tra anziani, malati cronici e famiglie monogenitoriali. Nonostante tutto, circa 1,4 milioni di rifugiati sono rientrati in Ucraina, restando nel Paese per almeno tre mesi. Un segnale della volontà diffusa di tornare, quando le condizioni lo permetteranno. Secondo l’ultima indagine sulle intenzioni condotta dall’Unhcr, il 61% dei rifugiati all’estero e il 73% degli sfollati interni spera di rientrare un giorno a casa. Tuttavia cresce anche il numero di chi si dichiara rassegnato a non poter tornare nei luoghi d’origine. L’Unhcr ha contribuito alla riparazione di oltre 55mila abitazioni danneggiate dai combattimenti. Ma le difficoltà finanziarie, aggravate dai recenti tagli alla cooperazione internazionale, limitano la capacità di intervento: meno risorse significano meno persone aiutate. La linea del fronte continua a spostarsi lentamente. Ma la frattura più profonda non è soltanto geografica: attraversa le vite di milioni di persone sospese tra l’attesa della pace e la necessità di ricostruire un futuro lontano da casa.
Stefano Leszczynski


