Un rapporto dell’intelligence presentato al parlamento di Kenya parla di oltre mille keniani reclutati per combattere al fianco della Russia in Ucraina, una cifra cinque volte superiore a quella comunicata ufficialmente solo pochi mesi fa. A rendere pubblici i dati è stato il capogruppo della maggioranza all’Assemblea nazionale, Kimani Ichung’wah, che ha letto in aula le conclusioni di un’indagine del Servizio di intelligence nazionale. Secondo il rapporto, «agenzie di reclutamento e individui senza scrupoli in Kenya» continuano a incanalare cittadini verso il fronte ucraino, sfruttando falle nei controlli e una rete di complicità istituzionali.
Il salto numerico è netto: a novembre il ministero degli Esteri parlava di poco più di 200 casi. Ora il conto supera quota mille. Un trend che si inserisce in un fenomeno più ampio: la Russia, a corto di uomini, starebbe attirando combattenti da diversi Paesi africani. Il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha ha dichiarato che più di 1.400 africani provenienti da 36 Paesi combattono oggi per Mosca, molti dei quali detenuti come prigionieri di guerra.
L’identikit delle reclute, secondo l’intelligence keniota, è chiaro: ex militari, poliziotti e civili tra i 25 e i 50 anni, «alla disperata ricerca di opportunità di lavoro all’estero». Le promesse erano allettanti: stipendi mensili intorno ai 350mila scellini, bonus fino a 1,2 milioni e, come incentivo finale, la cittadinanza russa.
Il rapporto punta il dito anche su una presunta collusione con funzionari di varie agenzie statali – immigrazione, investigazioni criminali, unità antidroga e autorità per l’impiego – che avrebbe permesso alle reclute di superare senza problemi i controlli all’aeroporto internazionale di Nairobi.
Mosca respinge ogni accusa. L’ambasciata russa in Kenya ha parlato di «una campagna di propaganda pericolosa e fuorviante», sostenendo che «le autorità governative russe non hanno mai effettuato reclutamenti illegali di cittadini kenioti nelle forze armate della Federazione Russa».
Nando Mariani


