Cambiano le parole d’ordine nelle priorità politiche del ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica, indicate dal Mase nel nuovo Piano integrato di attività e organizzazione (Piano 2026-28). Nel nuovo Piano vengono abbandonate espressioni chiave come transizione ecologica e sviluppo sostenibile. Al loro posto, la sicurezza energetica assume il ruolo di priorità assoluta: se lo scorso anno era legata a decarbonizzazione, sostenibilità e lotta all’inquinamento atmosferico, oggi viene ricondotta al principio di neutralità tecnologica, con un’esplicita apertura al nucleare sostenibile. In questo scritto mi permetto di auspicare una possibile motivazione di questa svolta, peraltro in accordo col recente Position Paper sull’Energia EU da parte dell’EPS che auspica un cambio di priorità nella politica energetica europea, ponendo come finalità principali il migliorare la sicurezza dell’approvvigionamento, l’accessibilità economica e la sostenibilità del sistema energetico. L’auspicio è quindi che l’EU si incammini verso una transizione energetica piuttosto che ecologica le cui differenze sono state delineate in un precedente scritto. Dell’inesistente aumento dei disastri climatici e della crisi climatica tanto urlata dai media ma non supportata da evidenze scientifiche si è già scritto ed i risultati sono in accordo con quanto da tempo sostiene l’IPCC. Dimostrata la non urgenza della transizione ecologica per motivi sanitari e/o umanitari, c’è però chi sostiene che il costo della mancata attuazione della transizione ecologica sarebbe assai maggiore del costo della transizione stessa: non è chiaro da dove si possa trarre questa convinzione ma volendo fare un’ipotesi, potrebbe essere il famoso Rapporto Stern del 2006 che è stato un documento fondamentale che ha rimodellato il modo in cui il cambiamento climatico è stato inquadrato nelle politiche, nei media e nelle attività di advocacy, con ripercussioni che riecheggiano ancora oggi. Le conclusioni della Rapporto Stern, secondo cui il cambiamento climatico era un’emergenza imminente e che valeva la pena affrontare praticamente qualsiasi costo, furono ampiamente considerate autorevoli al punto che plasmarono il dibattito sul clima ben oltre il Regno Unito e ben oltre i confini dell’economia. Il Rapporto Stern prevedeva un rapido aumento delle perdite a livello globale che si stimava sarebbero ammontate a circa 1,7 trilioni di dollari nel 2050. La previsione per il 2025 era di oltre 500 miliardi di dollari di perdite (media annua). In realtà, le perdite osservate nel 2025 ammontano a circa 200 miliardi di dollari, senza alcuna evidente crescita nei venti anni dalla pubblicazione del rapporto. L’errore di previsione non è piccolo. Come ha fatto il Rapporto Stern a sbagliarsi così tanto? La risposta può essere riassunta in due parole: cattiva scienza. Cattiva scienza anche alla base dell’articolo di Nature recentemente ritirato il cui modello è stato purtroppo ampiamente utilizzato nelle politiche di tutto il mondo per giustificare le proiezioni di futuri impatti economici climatici catastrofici e come base per le analisi costi-benefici della mitigazione. In realtà ciò che la letteratura economica del settore prevede seguendo uno scenario di forte riduzione delle emissioni, è una perdita di qualche punto percentuale di PIL pro-capite globale per la fine del secolo a causa del cambiamento climatico, a fronte di una perdita percentuale circa doppia nel caso di una riduzione blanda delle emissioni; perdita che in ogni caso è prevista essere inferiore al 10%. Ma ciò che spesso viene taciuto è che gli enormi sacrifici economici richiesti per attuare la forte riduzione delle emissioni limitano la crescita economica globale per la fine del secolo a poco oltre la metà della crescita prevista nello scenario a blande riduzioni. Di conseguenza in media il mondo avrà 26 milioni di poveri all’anno in più nello scenario a forte riduzione delle emissioni rispetto a quello a riduzioni blande, in cui il reddito pro-capite in Africa è previsto crescere di 30 volte nel 2100 rispetto al 2020. Ciò ha importanti conseguenze poiché redditi più elevati consentono agli individui di accedere ad una maggiore istruzione ed a beni e servizi. Una ricca letteratura dimostra che essere più ricchi significa anche essere più sani: sia la società che gli individui possono permettersi di acquistare maggiori prestazioni per la riduzione del rischio e per la salute. La letteratura mostra che l’impatto di redditi più elevati si traduce in tassi di mortalità più bassi come evidenziato anche dal recente minimo storico di decessi causati da disastri climatici. In definitiva c’è da auspicarsi che le mutate priorità del nuovo Piano siano un primo passo sulla via di una rivisitazione radicale della politica energetico-climatico europea; un primo passo ma serve più coraggio! La decarbonizzazione dall’essere una finalità deve passare ad essere una conseguenza della transizione energetica, auspicata e necessaria.
Gianluca Alimonti


