Alle Isole Svalbard, in Norvegia, un gruppo di ricerca coordinato dall’Istituto di scienze polari del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma (Cnr-Isp), con la collaborazione dell’Università degli studi di Perugia, ha rilevato la presenza di contaminanti organici nella neve e nel ghiaccio superficiale in misura maggiore rispetto a quelli già noti nella criosfera artica. Il team di ricercatori ha analizzato tre ghiacciai dell’Isola di Spitsbergen (Austre Brøggerbreen, Midtre Løvenbreen e Kongsvegen) e i risultati delle analisi, svolte presso la Stazione artica «Dirigibile Italia» del Cnr, a Ny-Ålesund, sono stati pubblicati su Environmental Research e su Journal of Hazardous Materials. La preoccupazione è che le sostanze inquinanti potrebbero essere messe nuovamente in circolo nell’ambiente a seguito della fusione glaciale. Secondo il team di ricerca, la presenza contemporanea di contaminanti persistenti ed emergenti rivela che l’impatto delle attività umane è radicato anche negli ambienti più remoti e che le nuove sostanze di uso quotidiano stanno già entrando nei cicli naturali, con effetti in gran parte sconosciuti. «Farmaci, prodotti per la cura della persona e composti fenolici (derivati dai processi di produzione di cosmetici e plastiche, capaci di interferire con il sistema endocrino degli organismi viventi), oltre a essere inquinanti emergenti, non ancora regolamentati a livello internazionale, sono presenti in concentrazioni fino a un ordine di grandezza superiore rispetto ai policlorobifenili e ai pesticidi, un dato quantitativamente inaspettato» spiega Luisa Patrolecco, ricercatrice del Cnr-Isp e coordinatrice del gruppo di ricerca. «Queste ultime due classi di inquinanti, invece, sono sostanze persistenti che si decompongono lentamente e che sono state già bandite da molti anni. La presenza di contaminanti di vecchia e nuova generazione nella criosfera polare dimostra che il trasporto atmosferico a medio e a lungo raggio sta giocando un ruolo chiave nella diffusione degli stessi in diversi comparti ambientali». La neve artica cattura nell’atmosfera i contaminanti che provengono dalle medie latitudini, mentre il ghiaccio agisce come memoria, conservando al suo interno gli inquinanti accumulatisi nel tempo. «L’obiettivo fondamentale di questo tipo di studi è non solo dare un quadro aggiornato dello stato di contaminazione degli ambienti artici, ma anche quello di raccogliere dati cruciali per lo sviluppo di strategie internazionali integrate volte alla riduzione delle emissioni» prosegue Tanita Pescatore, ricercatrice del Cnr-Isp e autrice della ricerca.



