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Da liberale dico: occhio a esultare troppo per l’operazione-Trump

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
5 de enero de 2026
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Da liberale dico: occhio a esultare troppo per l’operazione-Trump
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La fine di un tiranno va sempre festeggiata e la rimozione di Nicolás Maduro non mi provoca alcuna indignazione morale. Un regime criminale, predatorio e violento è stato colpito, e questo toglie un peso reale al popolo venezuelano. Negarlo sarebbe ipocrisia. Ma mi tiro fuori dalla sterile tifoseria del «bene contro il male». Mi interessa mantenere la disciplina che impone limiti anche quando il nemico cade. Per questo tengo distinti tre piani che molti oggi confondono. Il giudizio sul regime: Maduro era un tiranno e non meritava alcuna legittimazione. Il sollievo per la sua caduta: comprensibile, umano, giusto. Ma resta il giudizio sul metodo: problematico e non può essere normalizzato. Le cosiddette «azioni militari speciali» non rappresentano un’evoluzione del genere umano verso la libertà, ma un arretramento verso una logica pre-liberale: la legge dello Stato più forte, dove il diritto viene sospeso in nome dell’esito. Chi riduce tutto a «festeggiare o tradire» ragiona come uno statalista emotivo. Così come chi invoca le regole solo quando servono a proteggere i propri amici politici. C’è poi un dato che va esplicitato, senza ingenuità: il Venezuela è uno degli Stati con le maggiori risorse energetiche e minerarie del mondo. Ed è lo stesso governo americano ad ammettere che il controllo di quelle risorse è parte integrante dell’operazione. Che oggi a incidere su quelle risorse siano gli Stati Uniti e non la Cina può apparire, geopoliticamente, un male minore – e per me sicuramente lo è. Ma il liberalismo non ragiona per preferenze imperiali. La domanda non è chi controlla, ma con quale diritto e secondo quale regola. Un’azione militare unilaterale, giustificata ex post come «operazione anti-droga», condotta senza chiari limiti istituzionali e funzionale anche al controllo di risorse strategiche, può produrre un esito auspicabile oggi ma un precedente pericoloso domani. I grandi pensatori liberali ci hanno avvertito proprio su questo punto. Per Hayek, il potere che si espande in nome dell’emergenza non rientra spontaneamente nei ranghi. Per Mises, lo Stato che interviene fuori dal diritto non crea ordine, ma arbitrio. Per Rothbard, la guerra è sempre il momento in cui lo Stato sospende i limiti che diceva di dover rispettare. Difendere questo principio non significa: equiparare Maduro a Taiwan, giustificare Russia o Cina, né rimpiangere il regime abbattuto. Significa affermare che la libertà non nasce dall’arbitrio, nemmeno quando l’arbitrio colpisce un tiranno, e che le risorse naturali non sono una licenza morale per sospendere il diritto. Chi è coerentemente libertario può respingere ogni intervento statale: per me resta una posizione nobile e rispettabile. Chi è liberale può riconoscere con soddisfazione la fine di un regime, ma non può rinunciare alla critica del metodo. E comunque restare guardingo sul prosieguo politico ancora incerto del Venezuela. Io sto qui: né con i moralisti impotenti, amici degli autocrati e dei tiranni, né con i tifosi dell’onnipotenza. Io sto con chi sa che la libertà dura solo se sopravvivono le regole che limitano il potere degli Stati, anche dopo la vittoria.

Andrea Bernaudo

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