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Maduro in manette, cosa nasconde la grande operazione-Trump

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
5 de enero de 2026
in Editorial
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Maduro in manette, cosa nasconde la grande operazione-Trump
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Nicolas Maduro e sua moglie Cilia Flores sono atterrati a Stewart, a nord di New York, attorno alle 23.20 italiane. Non è stato un viaggio diplomatico, nemmeno una visita di Stato: è stato l’epilogo di un’operazione militare americana a Caracas che segna uno spartiacque nella storia recente del Venezuela e, più in generale, nei rapporti di forza tra Washington e l’America Latina. Maduro dovrà rispondere davanti a un tribunale federale di Manhattan di accuse legate a droga e armi. Fine del regime? Forse. Di certo fine delle ambiguità. Per mesi Trump aveva negato, in pubblico e in privato, che l’obiettivo fosse un cambio di regime. Poi è arrivato il blitz, nome in codice Absolute Resolve, e con quello la sostanza ha divorato le parole. La lotta al narcotraffico, ufficialmente, è la motivazione. Ma è difficile non vedere in controluce altro: il petrolio, le risorse, la geopolitica e un messaggio brutale a tutto il continente. Chi non sta con gli Stati Uniti è un nemico e può finire nel mirino. Il Venezuela, con i suoi 30 milioni di abitanti e le sue immense riserve, è tornato a essere il «cortile di casa» di Washington, come ai tempi della dottrina Monroe. Trump lo ha detto senza troppi giri di parole da Mar-a-Lago, rivendicando l’operazione e incorniciandola proprio in quella tradizione che dal 1823 giustifica l’influenza americana nella regione. Il Venezuela, ha spiegato, «ci ha rubato il petrolio come si ruba a dei bambini e ha portato avanti uno dei maggiori furti di proprietà americana nella storia del nostro paese». E ancora: «Le nostre aziende petrolifere sbarcheranno nel paese e ricostruiranno l’infrastruttura». Una promessa che suona più come un proclama imperiale che come un piano industriale, soprattutto considerando le resistenze delle big del greggio, poco entusiaste all’idea di rimettere piede in un Paese devastato e politicamente instabile. Mettere le mani sul petrolio venezuelano, del resto, ha un valore che va ben oltre l’economia. Caracas è uno dei principali fornitori di greggio per Cina, Russia, Iran e Cuba, cioè alcuni dei maggiori avversari strategici degli Stati Uniti. Controllare quei flussi significa colpire i nemici e rafforzare la propria posizione globale. È il neoimperialismo di Trump, il presidente che sognava e forse continua a sognare il Nobel per la pace. Le critiche arrivano da tutte le direzioni. I democratici parlano apertamente di illegalità. «È imbarazzante passare dall’essere poliziotti del mondo a essere bulli del mondo», ha osservato il senatore Ruben Gallego. Ancora più duro Zohran Mamdani, neosindaco di New York, che ha tuonato: «Attaccare unilateralmente una nazione sovrana è un atto di guerra e una violazione del diritto federale e internazionale». Parole pesanti, pronunciate proprio nella città dove Maduro è diretto in manette. Ma il mal di pancia attraversa anche il fronte repubblicano e soprattutto la base Maga. Convinta che Trump avrebbe messo fine alle «forever war», oggi si sente tradita. Marjorie Taylor Greene, fino a ieri alleata fedelissima, non ha usato mezzi termini: «Gli americani sono disgustati dalle aggressioni militari senza fine del loro governo». In Congresso, bipartisan, si lamenta la totale mancanza di informazioni e di preavviso. La Casa Bianca replica che il presidente ha agito sulla base dell’articolo 2 della Costituzione, che gli conferisce i poteri di commander-in-chief. Un’interpretazione condivisa dai leader repubblicani Mike Johnson e John Thune, ma che non convince molti, nemmeno tra i loro. Intanto il mondo guarda e reagisce. Da Kiev, Volodymyr Zelensky commenta con un misto di pragmatismo e ammirazione: «Per quanto riguarda il Venezuela? Come dovremmo rispondere a questo? Beh, quello che posso dire è che, se si può fare questo con i dittatori, allora gli Stati Uniti sanno cosa fare dopo». Da Parigi, Emmanuel Macron benedice l’operazione e si schiera apertamente con l’opposizione venezuelana. «Ho appena parlato con Maria Corina» Machado «sostengo pienamente il suo appello per la liberazione e la protezione dei prigionieri politici del regime di Nicolás Maduro. Come tutti i venezuelani, può contare sul sostegno della Francia per far sentire la sua voce nella lotta per una transizione pacifica e democratica che rispetti pienamente la volontà sovrana del popolo venezuelano». E ancora: «Il popolo venezuelano è ora libero dalla dittatura di Nicolás Maduro e non può che gioire.- Macron – aveva scritto in precedenza su x – Prendendo il potere e calpestando le libertà fondamentali, Nicolás Maduro ha gravemente attentato alla dignità del suo stesso popolo.La prossima transizione deve essere pacifica, democratica e rispettosa della volontà del popolo venezuelano. Ci auguriamo che il presidente Edmundo González Urrutia, eletto nel 2024, sia in grado di garantire questa transizione il più rapidamente possibile». Sul fronte economico, però, l’entusiasmo è molto più tiepido. Secondo Politico, l’amministrazione Trump ha fatto sapere ai dirigenti petroliferi che, se vogliono essere risarciti per i beni sequestrati dal regime, devono essere pronti a rientrare subito in Venezuela e investire miliardi per ricostruire un’industria distrutta. «Dicono: ‘dovete entrare se volete giocare e ottenere il rimborso'», ha raccontato un dirigente. Ma le infrastrutture sono talmente fatiscenti che nessuno è in grado di stimare tempi e costi reali. Trump, intanto, insiste: «Faremo entrare le nostre grandi compagnie petrolifere statunitensi, le più grandi al mondo, che spenderanno miliardi di dollari, ripareranno le infrastrutture gravemente danneggiate, quelle petrolifere, e inizieranno a fare soldi per il Paese». E mentre la geopolitica ridisegna confini e alleanze, nelle strade americane c’è chi protesta. Da Washington a New York, da Boston a Minneapolis, cartelli e slogan contro «il sangue per il petrolio» e contro l’impero. Più di cento persone davanti alla Casa Bianca, decine di città coinvolte, bandiere venezuelane che sventolano nel freddo. È l’altra America, quella che vede in Caracas non una liberazione ma l’ennesima prova di forza. In mezzo, un presidente catturato, un Paese sospeso e una domanda che resta aperta: il Venezuela è davvero libero o ha semplicemente cambiato padrone?

Franco Lodige

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