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IL MUSICISTA DEL GUARANì.

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
2 de enero de 2026
in Historia
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IL MUSICISTA DEL GUARANì.
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Il 2 gennaio del 1726   moriva Domenico Zipoli, missionario e compositore

  L’essenza della sua storia terrena è scritta tutta in un titolo: “Regole per suonare, cantare e comporre per principianti». Conservato nella Biblioteca di Giambattista Martini, a Bologna, l’ opuscolo di teoria musicale consegnato agli annali dall’autore e monaco Felice Lavinio Vannucci, rappresentò infatti il vero punto di svolta per Domenico Zipoli, destinato a portarne le nozioni nel suo difficilissimo apostolato in una delle terre più insidiose per l’evangelizzazione cattolica: le foreste pluviali del Paranà. Attraverso il piccolo libro di nozioni musicali, Zipoli conobbe così all’amore dell’insegnamento e il fascino di poter trasmettere il valore delle sette note a un popolo pronto ad abbracciare la musica come la vera essenza della fede. E scrisse una delle storie umane più intense del continente americano.

  Nato nella laboriosa Prato nel 1668, Domenico Zipoli iniziò i suoi studi musicali con i maestri di cappella della Cattedrale cittadina  e nel 1707, grazie al generoso appoggio del Gran Duca Cosimo III proseguì i suoi studi nella vicina Firenze con il maestro Giovanni Maria Casini. Terminò con lode il suo percorso accademico avviando di pari passi una luminosa carriera nella composizione di musica sacra. Nel 1708, Zipoli ebbe l’onore della  sua prima messa in scena: insieme a a ben altri 23 autori  (tra i quali vi era anche il prestigioso nome di Alessandro Scarlatti) egli scrisse il lavoro collettivo dal titolo “Sara in Egitto” trovando le sue prime soddisfazioni professionali. Chiamato dallo stesso Scarlatti nella città di Napoli – vero centro culturale dell’Italia di inizio Settecento –  proseguì sotto l’ombra del Vesuvio il suo percorso formativo ma dopo pochi mesi abbandonò l’irascibile maestro per trasferirsi a Bologna e trovare alloggio dall’amico Vannucci. Con il favore del granduca, egli venne  poi chiamato a Roma dove prese lezioni da Bernardo Pasquini. E nella città eterna infine egli debuttò come autore solista nel 1710, riscuotendo ancora una volta il plauso dei critici. Nel 1712 e negli anni successivi, si confermò compositore di grande talento e con le sue composizioni “Vespri e Messa per la festa di San Carlo”, eseguite nella Chiesa San Carlo ai Catinari (su Incarico della Confraternita di Santa Cecilia) strappò numerose ovazioni anche tra il pubblico. Nel 1713 proseguì il suo percorso musicale presentando «Oratorio Sant’Antonio di Padova», nella Chiesa Santa Maria in Vallicella mentre  nel 1714, nella Chiesa di San Girolamo della Carità, rappresentò con altrettanto successo il suo Oratorio «Santa Caterina Vergine e Madre». Divenuto un vero “nome” nell’ambiente musicale capitolino, Zipoli, nel 1715 accettò con entusiasmo il posto di organista nella chiesa dei Gesuiti a Roma, e vide pubblicati nel 1716 (prima a Roma e poi a Londra) le sue   «Sonate d’Intavolatura per Organo e Cembalo», confermando a livello internazionale un autore ormai conosciuto per il suo stile “galante”, cromatico e ornamentale.

  Il grande successo raccolto nella sua veste di compositore non riuscì però a soddisfare un animo votato a ben altre imprese. Fin dall’adolescenza Domenico Zipoli coltivò infatti un’intensa vocazione religiosa, destinata a esplodere in tutta la sua forza all’arrivo a Siviglia. Nella città andalusa egli ebbe infatti  la possibilità di stringere grande amicizia con i religiosi  della Compagnia di Gesù, e dopo pochi mesi chiese entusiasticamente di entrarvi a far parte. Trovato tra le mura conventuali il giusto equilibrio tra raziocinio e sete spirituale, Zipoli abbracciò completamente i propositi dei gesuiti e partì alla volta dell’Argentina nel 1717. Destinazione del gruppo era Rio della Plata e assieme all’italiano viaggiarono altri missionari europei destinati a lasciare un segno tangibile nella storia sudamericana, tutti pronti ad attraversare la distanza tra il porto marittimo e le riduzioni gesuitiche del Paraguay. Arrivato al convento dei Gesuiti di Cordova, il musicista si fermò il tempo per approfondire i suoi studi teologici e per comporre musica da inviare ai trenta villaggi che formavano una parte delle Reducciones. La sua musica fece presto sentire il suo valore, negli sperduti villaggi affidati ai missionari e trasformò la popolazione indigena in uno straordinario corpo vocale.

  Zipoli diventò molto conosciuto, e il suo nome iniziò a comparire in numerosi documenti storici: «Nessuno fu così illustre, o realizzò cose meravigliose, come Domenico Zipoli, musicista Romano, alla cui armonia perfetta nulla di più dolce si poteva comparare … Componeva diverse musiche sacre che gli venivano chieste dalla città principale dell’America Latina, Lima, inviandole tramite messaggeri particolari nonostante le grandi distanze da percorrere». Nelle parole dello storico Lozano c’è tutta la grandezza di un uomo che trasformò la foresta amazzonica in un tempio della musica sacra: «Diede grande solennità alle feste religiose con la musica, con grande piacere sia da parte degli spagnoli che della gente locale… Enorme era la moltitudine di gente che veniva alla nostra chiesa, con il desiderio di ascoltarlo suonare in maniera così armoniosa». Domenico Zipoli lavorò ininterrottamente per otto anni e cinque mesi presso le Reducciones gesuitiche, e alternò l’insegnamento musicale alle attività comunitarie e alle fatiche della difesa militare contro le bande mercenarie finanziate dalla corona spagnole e dai signorotti portoghesi.

  L’italiano compose una enorme quantità di musica,  ma la maggior parte andò distrutta dopo l’espulsione dei Gesuiti nel 1767 e soltanto da qualche anno il suo nome è stato riscoperto con il giusto valore storico. A Sucre, in Bolivia, soltanto nel 1959 vennero scoperte copie della sua Messa in Fa (copiata a Potosì nel 1784 su richiesta del Viceré di Lima) e  nel 1972 furono ritrovati  da dall’architetto svizzero Hans Roth più di 10.000 manoscritti nella Reduccion di Chiquitos in Bolivia. Il ritrovamento è considerato il più importante della musicologia ispanoamericana degli ultimi anni e tra questi manoscritti si trovano numerose Messe, Mottetti, Inni e brani per organo.

  La vita di padre Zipoli non durò tanto da poter vedere la fine degli eccezionali esperimenti comunitari gesuitici. Nell’autunno del 1725 Zipoli si ammalò infatti di tubercolosi, e fu trasportato nella Estancia Santa Catalina, luogo di riposo dei religiosi cattolici, a 50 chilometri da Cordova. Nella piccola comunità il missionario romano cercò di riprendere le forze ma senza fortuna. Morì infatti il 2 di gennaio del 1726 alla età di soli 38 anni. Ricevette gli ordini sacerdotali e fu sepolto nel cimitero di Santa Catalina, portando con sé un ricchissimo bagaglio di misteri. La presenza di Zipoli nelle Reducciones paraguaiane rimase nascosta per interi secoli, soprattutto agli occhi degli europei che videro sparire, in un attimo, un talentuoso musicista di successo dalle scene musicali dell’Europa. La sua sorte rimase oscura per tanto tempo  e alcuni studiosi arrivarono a mettere perfino in dubbio l’autenticità delle sue opere pubblicate nel Vecchio Continente mentre altri misero in dubbio l’esistenza stessa del compositore.

  Soltanto nel 1940 si arrivò alla riscoperta dell’artista romano.Il musicologo uruguaiano Lauro Ayestaran, leggendo gli scritti dello storico P. Guillermo Furlong S.J. sui Gesuiti e la Cultura Rioplatense trovò infatti i riferimenti su «un certo fratello Domingo Zipoli, organista della Chiesa dei Gesuiti di Cordova» e iniziò le sue ricerche fino al chiarimento completo della vita misteriosa del missionario. Nonostante questo, ancora per molti anni si  è dubitato che l’hermano Domingo Zipoli fosse lo stesso Domenico Zipoli italiano. Tra i numerosi manoscritti trovati in Bolivia, alla pari delle oltre 23 opere complete già documentate e studiate da musicologi di differenti paesi, si trovano copie delle menzionate sonate scritte e pubblicate in Europa, e le ultime scoperte mettono finalmente la parola fine su un italiano che fu grandissimo musicista e che la sua grandezza la regalò all’animo puro dei Guaranì, in una foresta amazzonica che visse la grande utopia dell’autogestione e forse l’unico esperimento riuscito di comunismo.

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