Negli ultimi anni i Governi del Regno Unito hanno devastato l’elemento più autentico della democrazia: la libertà d’espressione. Lo hanno fatto silenziando e punendo duramente qualsiasi contenuto online ritenuto offensivo dalla narrazione oggi dominante, ovvero quella del politicamente corretto. Dati ufficiali e indagini giornalistiche mostrano che nel 2023 le forze di polizia britanniche hanno effettuato oltre 12.000 arresti per contenuti ritenuti minacciosi o causa di ansia o disturbo per le «minoranze» pubblicati sui social network; sostanzialmente l’equivalente di più di 30 arresti al giorno per post, tweet, meme o commenti giudicati inappropriati secondo norme desuete che vengono follemente attualizzate al mondo digitale odierno. Questo fenomeno non è però frutto di casualità o di un utilizzo errato di regolamenti arcaici: stiamo parlando di un’autentica macchina repressiva che non solo incrimina il pensiero, ma distrugge persone normali nella loro vita quotidiana, con arresti, indagini, iscrizioni nel registro di polizia e provocando loro uno stigma sociale non indifferente. La cosa più raccapricciante è che la maggioranza di questi arresti non si sostanzia in una condanna in tribunale: nel 2023 infatti, nonostante la mole di persone fermate, meno del 10% è stato condannato. Le leggi di riferimento che provocano questi arresti insensati furono concepite più di vent’anni fa per tutelare la rete telefonica dagli abusi di sms e chiamate. Oggi servono ad arrestare cittadini per un commento che può risultare sgradito, irriverente o politicamente scorretto, spesso prima ancora di qualunque reale danno concreto (ammesso e non concesso che una persona debba essere arrestata solo perché ciò che dice offende un altro individuo con una sensibilità evidentemente troppo marcata). Chiaramente molti casi sono diventati celebri. Tra i più citati c’è sicuramente quello dell’autore televisivo Graham Linehan, arrestato all’aeroporto di Heathrow per dei post relativi all’identità di genere (un amuse bouche di ciò che sarebbe successo in Italia se fosse stato approvato il DDL Zan…) Ma mentre la polizia accumula arresti, cresce la protesta popolare: nel novembre scorso una petizione con più di 190.000 firme ha chiesto al Parlamento di rivedere l’uso di pene detentive per post online. Ebbene nessuna di queste mozioni popolari sta venendo accolta. Anzi, negli ultimi tempi i governi britannici hanno calcato la mano: nell’ottobre del 2023 è entrato in vigore l’Online Safety Act, un pacchetto di norme che affida all’authority delle comunicazioni poteri enormi su ciò che le piattaforme devono rimuovere o bloccare, con multe miliardarie in caso di inadempimento. Una follia assoluta degna dei regimi autoritari da cui l’Occidente giura ogni giorno di distanziarsi. L’online safety act è stato ufficialmente progettato per combattere violenza, pornografia infantile e incitamento reale alla violenza (vi ricorda qualcosa? Ora ci arriviamo…) ma nella pratica viene usato subdolamente per sorvegliare e reprimere opinioni politiche scomode o critiche sociali. Sotto questo nuovo regime, centinaia di persone sono state accusate o perseguite per reati di comunicazione che vanno dalla diffusione di informazioni considerate false (da chi? Boh) a messaggi ritenuti minacciosi; i criteri vaghi altro non fanno che legittimare l’arresto preventivo. Chi pensa che questa deriva sia un’anomalia isolata guarda la realtà con gli occhi ben chiusi. In seno all’Unione Europea, proposte come il cosiddetto chat control, (ecco, ci siamo arrivati), il sistema di scansione automatica di messaggi privati per ricercare contenuti proibiti, sono state avanzate e discusse fino a poche settimane fa. Per fortuna le critiche generate (si ricorda che il chat control permetterebbe di monitorare e setacciare le comunicazioni private di tutti noi su Whatsapp, Messenger o email alla ricerca di parole chiave sospette) hanno fermato la follia orwelliana. Tuttavia, anche se tali misure non sono state formalmente adottate, la loro semplice esistenza nel dibattito politico europeo è un avvertimento: il rischio di controllo statale delle parole non è remoto, né confinato a Londra. Cara Gran Bretagna, patria di democrazia, devi chiamare le cose con il loro nome. Arrestare cittadini per parole, opinioni critiche o battute equivale a normalizzare una censura che avanza inesorabile, tra la preoccupazione della gente. Non esistono compromessi quando uno Stato inizia a decidere quali idee possono esistere e quali no. Chi controlla le parole, alla fine punta a controllare anche il pensiero. E quando uno Stato punisce il pensiero, la democrazia muore.
Alessandro Bonelli



