L’Ue nel mirino di Usa e Russia. Ma i nostri burocrati farebbero bene a smetterla di piangersi addosso
Se c’è una cosa che ai nostri burocrati di Bruxelles riesce divinamente, quella è piagnucolare. Ogni volta che arriva un giudizio negativo sull’Ue, tra i nostri rappresentanti comunitari si solleva una nebbia di risentimento, come se la sola critica esterna (anche quella posta dai partner strategici) fosse una minaccia esistenziale e non un campanello d’allarme da cogliere. E così, anche dopo l’ultimo report della Casa Bianca che avverte del fatto che continuando su questa linea l’UE rischia di modificare per sempre la sua identità e il suo concetto di civiltà, la risposta non è stata un saggio «Grazie, crediamo che sia un’ipotesi fin troppo pessimistica ma cercheremo di capire i motivi alla radice che vi fanno propendere per questa prospettiva», anzi, tutt’altro: le repliche sono state delle dichiarazioni del tipo «Sappiamo cavarcela da soli», «A casa nostra le regole le facciamo noi» e altre frasette che Von Der Leyen e soci sembrano aver preso in prestito dal diario segreto di un adolescente quattordicenne in conflitto con i propri genitori.
È vero: i toni degli USA di Trump sono spesso paternalistici, brutali e poco diplomatici; tuttavia l’Europa farebbe bene a smettere di irrigidirsi vittimisticamente e a interrogarsi seriamente sulle fragilità che quelle parole descrivono.
Partiamo da una certezza: l’Europa ha un problema di sicurezza. Ed è da stolti non ammetterlo. La microcriminalità derivata dall’immigrazione incontrollata è in aumento costante, le strade sono sempre meno sicure e alcuni sobborghi e quartieri delle più grandi città sono inavvicinabili persino dalle forze di polizia. I migranti si sono volontariamente ghettizzati e trincerati in degli spazi che sono ad oggi completamente autogestiti. Trump, nel suo savoir faire sbrigativo, non ha fatto altro che ricordare che un’alleanza sovranazionale che non sa garantire la sicurezza dei propri cittadini o che peggio sostiene che non esista nessun problema negando l’evidenza è un’alleanza fragile.
Altro punto dolente, legato a doppio filo con le migrazioni verso le nostre nazioni: la questione identitaria. Anche qui, l’Europa continua a reagire con indignazione ogni volta che qualcuno le ricorda che la cultura occidentale, con le sue tradizioni e i suoi simboli, è in discesa verticale. Come si fa a negare l’evidenza con questa sfacciataggine? Non si tratta di evocare minacce culturali, né tantomeno di ricorrere alla ormai iper decantata «islamofobia»: si parla di realtà. Si tratta di constatare che il continente fatica a trovare un equilibrio tra pluralismo e coesione, tra libertà religiosa (sacrosanta) e tutela delle tradizioni. Concedere la libertà di culto non significa svendersi al miglior offerente.
E quindi per Bruxelles non c’è nessun allarme, ma contemporaneamente i cittadini assistono a mercatini di Natale militarizzati come fossero basi NATO, si godono istituzioni islamiche che partecipano alle aste per accaparrarsi chiese sconsacrate e convertirle in moschee (vedi Bergamo), si recano in ospedali che ormai hanno più scritte in arabo che in italiano (vedi, anche qui, Lombardia). Uno scollamento fra establishment e paese reale mica da poco. A scanso di equivoci, per l’ennesima volta: il problema non è la presenza di minoranze religiose, che fanno parte della storia europea da secoli; il problema è che l’Europa sta rinnegando il suo genoma nel nome di un’accoglienza sgangherata.
Trump, con la sua retorica ruvida, non fa sconti. Ma il punto è proprio questo: perché l’Europa si aspetta sconti? Perché reagisce alle critiche come se fossero offese personali? L’Ue non ha bisogno di essere consolata, ha bisogno di essere scossa. Possibilmente dall’interno; ma se lo stimolo arriva dall’esterno, fingere di non sentirlo è il modo peggiore di reagire perché sottende la consapevolezza di avere il carbone bagnato.
Insomma, il vero errore non è ciò che Trump dice. Il vero errore sarebbe non ascoltare le domande che quelle parole implicano: l’Europa è davvero pronta a difendersi? No. Per anni abbiamo delegato la nostra difesa agli USA. Sa ancora chi è, sa in cosa crede? Forse, ma poco. E soprattutto: ha intenzione di decidere il proprio futuro?
Fino a quando Bruxelles risponderà con irritazione invece che con lucidità e pianificazione, la risposta a quest’ultima domanda sarà sempre la stessa: no. E allora non esisterà un’Unione né nelle strategie né nella percezione dei popoli che ne fanno parte.
Alessandro Bonelli



