Ricostruire il capezzolo dopo una mastectomia è un passaggio fondamentale per molte donne, perché completa l’aspetto del seno ricostruito. Tuttavia, ottenere un capezzolo stabile, proiettato e ben posizionato è da sempre difficile quando una cicatrice orizzontale attraversa la zona centrale della mammella, come avviene nelle mastectomie più comuni. Le tecniche tradizionali funzionano bene sulla cute integra, ma perdono efficacia in presenza di cicatrici che alterano la vascolarizzazione e la mobilità dei tessuti, con risultati spesso poco soddisfacenti. Oggi però arriva una soluzione innovativa: il «Lembo Delta», ideato dal professor Benedetto Longo del Policlinico Tor Vergata di Roma e pubblicato sul The Journal of Plastic Reconstructive and Aesthetic Surgery (JPRAS). Il nome deriva dalla forma geometrica del lembo, un piccolo trapezio pensato per lavorare proprio sulla cicatrice: la base più ampia si appoggia esattamente sulla cicatrice, che viene rimossa e analizzata, mentre questa porzione diventerà il tetto del nuovo capezzolo; la base più piccola funge invece da peduncolo vascolare, garantendo nutrimento al tessuto che verrà modellato per ricreare un capezzolo naturale e duraturo. Il lembo può essere orientato in diverse direzioni e adattato alla forma del seno, rendendolo molto versatile.
La tecnica è stata applicata su 50 pazienti tra il 2023 e il 2024, mostrando risultati sicuri, buona proiezione e ridotta morbilità. Il vero punto di forza del Lembo Delta è la sua capacità di trasformare una cicatrice problematica in un vantaggio ricostruttivo, permettendo un posizionamento ottimale, una proiezione stabile nel tempo e una migliore sicurezza grazie all’analisi della cicatrice rimossa. «Crediamo che questa procedura possa diventare un nuovo standard nella ricostruzione del capezzolo dopo mastectomia» afferma il professor Longo, sottolineando come l’approccio sia semplice, intelligente ed efficace, capace di risolvere una difficoltà rimasta aperta per anni e di restituire alle pazienti un risultato più armonioso e un passo significativo nel recupero della propria identità corporea. Perché la ricostruzione del capezzolo, come molte donne testimoniano nel loro percorso di cura e rinascita, non è solo un dettaglio anatomico: è l’ultimo tassello di un percorso oncologico, il simbolo tangibile di un ritorno alla vita e alla propria immagine, il segno più intimo che la malattia è stata superata.
Silvia Mari De Santis



