Da dieci anni vivo in Italia e da dieci anni non posso tornare a Gaza: ho sofferto moltissimo, soprattutto nei primi 20 mesi dell’ultima guerra, perché in Italia non se ne poteva parlare, ma l’arte mi ha salvata tante volte»: questo il racconto di Nidaa Badwan, artista di origine palestinese originaria della Striscia di Gaza, nota a livello internazionale.
Con la redazione traccia il perimetro di una vita di opposti che si compenetrano e si fanno spazio nell’animo dell’autrice-fotografa: l’amore per la famiglia e il dolore di non poterla riabbracciare, la vita in Italia lontana da Gaza, dove «anche se riuscissi a rientrare, non potrei più uscire» a causa delle leggi israeliane; poi la vita e la morte, la guerra e la quotidianità. «Per mesi- ricorda- mi sono svegliata chiedendomi con angoscia se avrei ricevuto brutte notizie, che a volte sono arrivate».
Come l’uccisione di tanti amici lontani o la morte recente della nipotina neonata perché «gli ospedali sono ormai vuoti, non ci sono più medicine e non è stato possibile curarla, nonostante il cessate il fuoco». Ma a Gaza, chiarisce, la guerra non è scoppiata il 7 ottobre 2023.
«Mio fratello affetto da sindrome di autismo- ricorda- è stato colpito da un cecchino israeliano nella Marcia del ritorno del 2018», le dimostrazioni durante le quali per più di un anno, migliaia di palestinesi andarono alla barriera di separazione con Israele per chiedere di poter tornare in Cisgiordania, «e da allora la sua ferita non si è mai chiusa. È anche diabetico, i problemi si moltiplicano». E con il sistema sanitario collassato, anche il padre di Badwan non sta bene: «Ha sviluppato problemi al cuore respirando gli agenti chimici degli ordigni».
Un’inchiesta di Al Jazeera dell’ottobre 2024 avvertiva che le 800mila tonnellate di bombe sganciate fino ad allora dall’Idf su Gaza, oltre a rilasciare sostanze tossiche, avevano contribuito alla dispersione di amianto nell’aria per via della distruzione di lamiere e pannelli ancora largamente usati nelle case o nei campi profughi. L’equivalente di «una sentenza di morte» per il dottor Roger Willey, tra i principali esperti di amianto sulla salute umana.
«Sto cercando di portarli via da anni in realtà» avverte Badwan, che ha intanto preso la cittadinanza italiana, «e nel 2019 scrissi persino a papa Francesco, che mandò un suo segretario a casa dei miei, ma poi non accadde nulla. Oggi ho ricevuto il sostegno delle istituzioni locali, ma ancora non ho risposte».
Alla redazione Francesco Mazzarini, consigliere comunale di Carpegna (in provincia di Pesaro-Urbino) con delega alla Cultura, conferma: «Ho seguito in prima persona la richiesta, partita dal Comune di Pesaro tramite l’assessore Camilla Murgia, e dalla Provincia di Pesaro-Urbino col presidente Giuseppe Paolini, che ha aiutato Badwan anche a trovare un alloggio. Abbiamo tentato la strada del ricongiungimento familiare, dato che Nidaa è cittadinana italiana. Non abbiamo ancora notizie».
Tra le difficoltà, però, «l’arte mi ha salvato tante volte», assicura Badwan. Si parlava di opposti che l’artista deve far convivere: nel 2014, a 28 anni, per sfuggire all’orrore della guerra Badwan si chiude nella sua stanza per concentrarsi sulla propria interiorità: «Se dormivo avevo gli incubi, se ero sveglia vivevo un incubo», ricorda. Il risultato del suo personale viaggio sono scatti che comporranno il progetto ‘Cento giorni di solitudine’: immagini piene di luci, colori, vita: «Erano racconti di una realtà interiore completamente scollata da quella esterna», ma a Gaza «non c’è solo morte e distruzione, c’è bellezza, vita, nascite e persone che vogliono un mondo nuovo».
In questi dieci anni in Italia, l’artista ha realizzato altri progetti, di cui l’ultimo è ‘Rinascita’: «Avevo l’urgenza di raccontare me stessa e le persone di Gaza- spiega- e parlo di quello che accade da oltre 70 anni. È il viaggio dalla sofferenza alla guarigione, cercando di lasciare andare il dolore di sette generazioni di un popolo, soprattutto delle donne, che hanno la memoria scritta nel proprio utero».
Due opere di Nidaa Badwan – uno scatto inedito del periodo di ‘Cento giorni di solitudine’ e uno recente realizzato in Italia per raccontare la fame di Gaza – sono esposte a Genova, alla galleria Willy Montini nell’ambito della mostra ‘Que Locura – I disastri della guerra’, dedicata alle incisioni di Goya e visitabile fino al 6 dicembre.
Alessandra Fabbretti



