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Gli otto «traditori» e l’accordo per far finire lo shutdown: i Democratici americani sono a pezzi

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
13 de noviembre de 2025
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Gli otto «traditori» e l’accordo per far finire lo shutdown: i Democratici americani sono a pezzi
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Il Partito Democratico americano si è ritrovato nuovamente diviso e in subbuglio dopo l’accordo che ha posto fine alla più lunga chiusura del governo federale nella storia del Paese. Da ogni angolo del partito sono arrivati rimproveri duri, unanimi, contro l’intesa siglata da otto senatori democratici, accusata di non rispondere alla principale richiesta della sinistra: l’estensione dei sussidi sanitari in scadenza a fine anno.

«Un accordo che non riduce i costi dell’assistenza sanitaria è un tradimento nei confronti di milioni di americani che contano sulla lotta dei democratici per difenderli», ha detto al New York Times Greg Casar, deputato texano e presidente del gruppo progressista della Camera. Sulla stessa linea Roy Cooper, ex governatore della Carolina del Nord: «Qualsiasi accordo che permetta ai costi dell’assistenza sanitaria di continuare a salire alle stelle è inaccettabile».

I senatori firmatari dell’accordo si sono difesi parlando di pragmatismo. «Molti dei miei amici sono scontenti», ha ammesso Richard J. Durbin, senatore dell’Illinois. «Pensano che avremmo dovuto tenere chiuso il governo a tempo indeterminato per protestare contro le politiche dell’amministrazione Trump. Ma non posso accettare una strategia che porti avanti una battaglia politica a spese dello stipendio del mio vicino o del cibo per i suoi figli».

La frattura interna, però, è profonda. L’accordo ha scatenato nuove tensioni solo pochi giorni dopo che il partito aveva festeggiato buoni risultati alle elezioni, alimentando la sensazione di un ritorno al caos. Il leader democratico al Senato, Chuck Schumer, pur opponendosi all’intesa, è stato travolto dalle critiche di colleghi e candidati. «Dopo i risultati delle elezioni della scorsa settimana, siamo tornati a vedere i Democratici allo sbando», ha commentato Jim Manley, stratega politico di lungo corso.

Le conseguenze della chiusura pesavano già sul Paese: stipendi bloccati, voli in ritardo, famiglie a basso reddito senza buoni pasto. Eppure, molti dem hanno giudicato il compromesso «disastroso e scoraggiante». La senatrice Elissa Slotkin del Michigan ha avvertito: «Ciò che ha funzionato in passato non funziona più. Dobbiamo adattarci al momento, e non lo faremo».

Domenica sera, Schumer ha cercato di mantenere unito il partito, ma il giorno dopo ha definito l’accordo «un progetto di legge repubblicano» che «non fa nulla di concreto per risolvere la crisi sanitaria americana». Le sue parole non sono bastate: la deputata Delia Ramirez ha chiesto apertamente le sue dimissioni, denunciando «un fallimento di leadership indifendibile».

Nel frattempo, alcuni senatori centristi – tra cui Catherine Cortez Masto del Nevada – hanno ammesso di aver negoziato il compromesso tenendo informato Schumer. Secondo fonti vicine alle trattative, si erano impegnati a resistere fino al 1° novembre, quando sarebbe iniziato il nuovo periodo di iscrizione ai piani sanitari dell’Affordable Care Act. I democratici contavano di sfruttare i previsti aumenti dei premi assicurativi come arma elettorale contro i repubblicani alle prossime elezioni di medio termine, ma l’accordo ha rischiato di vanificare la strategia.

Nonostante le critiche, Schumer ha ricevuto il sostegno del capogruppo alla Camera Hakeem Jeffries: alla domanda se il senatore dovesse restare leader, Jeffries ha risposto semplicemente «Sì e sì».

Fuori dal Congresso, invece, l’indignazione è stata trasversale. Ezra Levin, direttore esecutivo del gruppo progressista Indivisible, ha parlato di «resa», accusando i senatori firmatari di aver «aumentato i prezzi dell’assistenza sanitaria». Dalla sponda centrista, Jonathan Cowan di Third Way ha commentato con amarezza: «Alla fine, i Democratici potrebbero non essere riusciti a estendere i sussidi dell’ACA, ma ora non lo sapremo mai. Per parafrasare Bill Clinton, avremmo dovuto essere pronti a combattere ‘fino alla morte dell’ultimo cane'».

Mario Gratteri

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