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L’esposizione al piombo ha avuto un ruolo nell’evoluzione umana?

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
20 de octubre de 2025
in Ciencia
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L’esposizione al piombo ha avuto un ruolo nell’evoluzione umana?
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L’esposizione al piombo è dannosa per l’uomo, ma doveva esserlo ancor di più per alcuni antichi ominini ormai estinti. Molte specie preistoriche vissero in habitat naturalmente contaminati dal piombo, tanto da assorbirlo in quantità importanti nei loro denti. I sapiens moderni avrebbero evoluto la capacità di tollerare l’avvelenamento da piombo meglio di Neanderthal, Australopitechi, Paranthropus e degli antichi rappresentanti della loro stessa specie. Questa aumentata tolleranza potrebbe averci dato un vantaggio competitivo, permettendoci di sopravvivere a tutti gli altri e popolare la Terra. È l’ipotesi, audace e tutta da verificare, contenuta in uno studio pubblicato su Science Advances. Un gruppo di scienziati della Southern Cross University di Lismore, Australia, ha cercato segni di esposizione al piombo in 51 denti fossili di antichi grandi primati, di scimmie e di ominini di varie parti del mondo. Tracce di contaminazione da piombo sono state trovate nel 73% dei denti analizzati, inclusi quelli di Australopithecus africanus, Paranthropus robustus (un ominine estinto vissuto tra i 2,3 e gli 1,2 milioni di anni fa), Neanderthal, Gigantopithecus blacki (un’enorme scimmia estinta vissuta in Cina meridionale 2 milioni di anni fa), di antichi oranghi e babbuini. L’analisi dimostra che l’avvelenamento da piombo, tradizionalmente associato all’inquinamento industriale, alle attività minerarie e  -fino agli anni ’80 – alla benzina rossa contenente il metallo, era una realtà anche per i nostri antenati 2 milioni di anni fa. Poiché il piombo si può trovare naturalmente nelle rocce, come prodotto delle eruzioni vulcaniche, nelle acque, nei suoli e nelle piante che vi affondano le radici, gli antichi ominini e gli altri primati potrebbero averlo assunto dall’ambiente. Il danno creato dal piombo sul cervello – specie quello in via di sviluppo – avrebbe, secondo lo studio, costituito un «tetto» alla possibilità di quelle specie di sviluppare abilità sociali complesse. Lo studio infatti suggerisce che l’uomo moderno sopporti gli effetti neurotossici del piombo un po’ meglio di quanto facessero i suoi predecessori, grazie ad alcuni adattamenti evolutivi. Per capire quale effetto avessero quantità talvolta «industriali» di piombo sugli antichi ominini e sugli altri primati, gli scienziati hanno lavorato su organoidi di cervello (cioè agglomerati di cellule che ricordano nella struttura piccole repliche della corteccia cerebrale) in cui hanno studiato la versione arcaica e quella moderna di un gene – il NOVA1 – che aiuta a organizzare lo sviluppo del cervello. Esponendo gli organoidi a quantità molto piccole e realistiche di piombo, quelli arcaici hanno espresso mutazioni in un altro gene, chiamato FOXP2, che sono collegate a problemi di comunicazione e dello sviluppo del linguaggio. Al contrario, i mini-cervelli che esprimevano la forma moderna di NOVA1 sono apparsi protetti da questo tipo di danno. L’idea è che nell’uomo moderno, l’esposizione naturale e continuativa al piombo possa aver selezionato alcune varianti genetiche, inclusa la versione moderna di NOVA1, utili a proteggere il cervello dalla tossicità del metallo. Ciò potrebbe aver contribuito a rendere la nostra specie più comunicativa e socialmente coesa. Lo studio ha alcune limitazioni. Per esempio, il numero ridotto e le poche località geografiche da cui provengono i denti fossili (Cina, Sudest Asiatico, Australia, Sudafrica e Francia) rendono arbitraria l’ipotesi che tutti gli antichi ominidi siano stati continuativamente esposti al piombo per 2 milioni di anni. Inoltre, non è possibile dimostrare quando sia avvenuta questa esposizione, e se sia davvero cominciata nel momento più delicato per il neurosviluppo, quello dell’infanzia. Non è poi chiaro se esporre organoidi di cervello al piombo rifletta quello che accade al cervello umano in caso di contaminazione naturale. Insomma, le conclusioni sono coraggiose, per il tipo di prove su cui si basano, e andranno supportate da altre evidenze.

Elisabetta Intini

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