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Le mummie più antiche del mondo non arrivano dall’Egitto, ma dal Sud-Est asiatico

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
21 de septiembre de 2025
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Le mummie più antiche del mondo non arrivano dall’Egitto, ma dal Sud-Est asiatico
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Quando si parla di mummie, pensiamo subito all’antico Egitto o alle Ande del Cile e del Perù. Ma una nuova ricerca, condotta da un gruppo di ricercatori della Australian National University, pubblicata su PNAS, ribalta questa prospettiva: le più antiche mummie mai identificate arrivano dal Sud-Est asiatico e dalla Cina meridionale, alcune risalgono fino a 12.000 anni fa. Una scoperta che anticipa di millenni la nascita della mummificazione e svela le tradizioni funebri delle prime comunità di cacciatori-raccoglitori. Negli scavi condotti in Cina, Vietnam, Filippine, Laos, Thailandia, Malesia e Indonesia, gli archeologi hanno individuato decine di tombe risalenti a un periodo compreso tra 12.000 e 4.000 anni fa. Molti scheletri erano sepolti rannicchiati, con gli arti piegati in modo innaturale, segno che i corpi erano stati legati subito dopo la morte. Inoltre, analisi all’avanguardia – come la diffrazione a raggi X e la spettroscopia a infrarossi (questa tecnica, nel caso delle ossa antiche, permette di capire se il materiale è stato esposto a calore e in quali condizioni) – hanno rilevato tracce di fuliggine, dovute a esposizione a fuoco a bassa intensità. Non si trattava quindi di cremazioni, ma di un’essiccazione intenzionale con il fumo. Il Sud-Est asiatico è un zona climatica calda e umida, dove i corpi si decompongono molto rapidamente. Esporre i cadaveri a bassa temperatura per lungo tempo, con il corpo piegato e legato, rallentava il processo di decomposizione e consentiva di «ospitare» i defunti nella comunità, senza il rischio di diffondere infezioni e malattie tra la popolazione. «Il fumo, infatti, non era solo un espediente pratico», spiega Hirofumi Matsumura, professore emerito di Anatomia alla Sapporo Medical University (Giappone), «questa tecnica permetteva di intrattenere un legame fisico e spirituale con gli antenati». Il gesto aveva quindi anche un valore rituale e simbolico. Le mummie del Sud-Est asiatico forniscono anche indizi preziosi sul popolamento della regione. I primi cacciatori-raccoglitori arrivarono qui 65.000 anni fa, ben prima dell’arrivo di contadini neolitici. Le tecniche di mummificazione con il fumo potrebbero dunque rappresentare una firma culturale di quei gruppi antichi, rimasta viva in alcune popolazioni attuali. Alcuni studiosi ipotizzano persino che la pratica risalga a oltre 40.000 anni fa, quasi alle origini della diffusione di Homo sapiens fuori dall’Africa. Prima di questa scoperta, le mummie più antiche conosciute erano quelle dei Chinchorro, un popolo di pescatori che viveva in Cile e Perù circa 7.000 anni fa. I Chinchorro svilupparono complesse tecniche di imbalsamazione: svuotavano i corpi, li ricostruivano con bastoncini e fibre vegetali e li dipingevano. La scoperta delle mummie affumicate nel Sud-Est asiatico anticipa di altri 5.000 anni la storia della mummificazione. Questa pratica di affumicare i cadaveri non è scomparsa: nel 2019 gli studiosi hanno osservato che in Papua Nuova Guinea, comunità come i Dani e i Pumo mummificano ancora i defunti legandoli e fumandoli fino a renderli neri e rigidi. I corpi, conservati per decenni o secoli, restano visibili alla popolazione, diventando custodi della memoria collettiva.

Paola Panigas

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