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«Le persone a Gaza non sono né morte né vive, sono cadaveri ambulanti»

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
25 de julio de 2025
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«Le persone a Gaza non sono né morte né vive, sono cadaveri ambulanti»
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«Le persone a Gaza non sono né morte né vive, sono cadaveri ambulanti». La frase, pronunciata da un operatore dell’Unrwa e rilanciata sui social dal Commissario Generale Philippe Lazzarini, fotografa l’abisso umanitario in cui è sprofondata la Striscia. Nella terra martoriata da 21 mesi di guerra, ora è la fame a fare il lavoro sporco: silenziosa, sistemica, incurabile. Colpisce tutti: neonati, bambini, adulti. Anziani ormai non ce ne sono quasi più. E i medici, e i giornalisti. Le bombe di Israele sono ormai un contorno. Secondo i decessi segnalati dagli ospedali di Gaza, in soli quattro giorni di questa settimana sono morte 45 persone per fame, oggi altri due. Per fare un paragone, i morti attribuibili alla fame dal 7 ottobre 2023 finora erano solo 68, secondo nuove statistiche del Ministero della Salute di Gaza. Gli operatori dell’Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi svengono mentre prestano soccorso. Sopravvivono, letteralmente, con un pugno di lenticchie. «Quando chi si prende cura degli altri non riesce a sfamarsi, l’intero sistema umanitario è al collasso», denuncia Lazzarini. Lo scenario è quello di una carestia annunciata, usata come un’arma. Secondo il Programma Alimentare Mondiale, un terzo della popolazione salta interi giorni senza cibo. I dati, seppur difficili da verificare, parlano di almeno 111 morti per fame dall’inizio del conflitto, di cui 81 bambini. Il dottor Ahmed al-Farra, pediatra all’ospedale Nasser di Khan Younis, lancia l’allarme: «Anch’io, medico, cerco ogni giorno farina per la mia famiglia. Nessuno è fuori dalla carestia». La cronaca è una sequenza di nomi e corpi troppo leggeri per essere vivi. Siwar Barbaq, 11 mesi, pesa meno di 4 chili. Yahia al-Najjar, 4 mesi, morto martedì per malnutrizione, dopo giorni sotto una tenda e una madre troppo denutrita per allattare. Atef Abu Khater, 17 anni, ricoverato in terapia intensiva, «era sano prima della guerra» racconta il padre, tra le lacrime. «Ora il cibo è inaccessibile. Non c’è niente». Gli ospedali – quel poco che ne resta – ora mescolano i feriti per i bombardamenti ai fantasmi della malnutrizione. Il personale sanitario, stremato e affamato, lavora con mezzi ridotti. «Ieri alcuni colleghi hanno mangiato dieci cucchiai di riso bianco», racconta Mohammad Saqr, capo infermiere al Nasser Medical Complex. Gli accessi per fame aumentano. I decessi anche. Nel frattempo, gli aiuti internazionali arrivano a singhiozzo attraverso le strozzature della Gaza Humanitarian Foundation, sostenuta da Israele. Israele accusa Hamas di dirottare gli aiuti, alimentare la narrazione della carestia e impedire l’accesso alla popolazione. A sostegno, l’esercito ha diffuso video – senza data – di miliziani che mangiano frutta fresca nei tunnel. Le organizzazioni umanitarie ribattono che è l’assedio a impedire l’arrivo dei rifornimenti. L’Ue minacciato: tutte le opzioni sono sul tavolo se Tel Aviv non faciliterà accessi e valichi. A farne le spese anche chi cerca di documentare «l’inferno in terra», come lo chiamano all’Onu. Le maggiori agenzie stampa internazionali (AFP, Reuters, AP, BBC) hanno lanciato un appello congiunto per chiedere l’accesso ai giornalisti dentro Gaza: «Temiamo per la sopravvivenza dei nostri reporter, ormai a rischio fame».

Mario Piccirillo

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