Il 70% del cacao mondiale arriva dai Paesi dell’Africa occidentale, tra cui la Costa d’Avorio, eppure esistono intere comunità dove la gente non ha mai assaporato una barretta al cioccolato: parola di Giovanni Sartor, referente Paese per l’organizzazione Mani Tese, che ha compiuto una missione di monitoraggio con l’obiettivo di avviare un progetto per delle coltivazioni fondate sull’agroecologia e tecniche agroforestali, sulla falsariga di esperienze analoghe realizzate sul caffè in Kenya. Nella «giornata internazionale» dedicata al cacao, all’agenzia Dire Sartor spiega: «Il cacao è una risorsa fondamentale per la Costa d’Avorio ma le coltivazioni sono minacciate dai terreni degradati dall’agricoltura intensiva e dall’uso indiscriminato da prodotti come fertilizzanti e fitofarmaci, che fanno perdere fertilità ai suoli e causano quindi la morte precoce della pianta oppure una riduzione nei raccolti».
A questo si aggiungono i cambiamenti climatici: «Le piogge sempre più irregolari, rare o troppo abbondanti, che rendono difficile al terreno l’assorbimento dell’acqua, causando un ulteriore impoverimento». Terzo, il referente di Mani Tese ricorda che negli ultimi due anni le coltivazioni di cacao sono state minacciate dal virus della malattia Swollen Shoot, «provocando altre perdite nei raccolti». Da qui l’idea di proporre un approccio «che si rifà all’agroecologia: no ai fertilizzanti chimici di sintesi, no alle monocolture: il cacao va coltivato in consociazione con altre piante, che possano supportarlo nella crescita e fornire al tempo stesso altri frutti, rappresentando un’ulteriore prodotto per il consumo o forma di profitto per le famiglie». Quanto al consumo locale, riferisce Sartor, Mani Tese punta a fornire ai produttori le competenze per occuparsi anche della conservazione del prodotto, a partire da fermentazione ed essiccazione delle fave di cacao – i passaggi che precedono la loro trasformazione in cioccolato – in modo da poter «autoprodurre una crema al cioccolato che integri l’alimentazione familiare, oltre che rafforzare la filiera produttiva e poter puntare ai grandi mercati».
Sartor evidenzia infatti che i membri delle comunità incontrate in Costa d’Avorio «prima del nostro arrivo non avevano mai assaggiato il cioccolato». Da qui l’obiettivo ulteriore di «rilanciare e garantire il consumo locale: il cacao non è un prodotto autoctono e non fa parte dell’alimentazione tradizionale, ma si può insegnare ai contadini come produrre una crema grezza per avere a disposizione un alimento con valore nutrizionale complementare di tutto rispetto. E’ anche un modo per superare l’idea che coltivare questo prodotto sia finalizzato soltanto all’esportazione». Altra parola d’ordine del futuro intervento di Mani Tese in Costa d’Avorio sarà quindi «formazione», oltre che agroecologia e agroforestazione. «Garantendo ai coltivatori», sottolinea Sartor, «di essere coinvolti nella filiera e di ricevere un giusto compenso».
Alessandra Fabbretti



