Panatta dice che «è quello che dicono tutti»: avrebbe potuto vincere molto di più. «Ma sarei stato più felice?», si chiede intervistato dal Corriere della Sera. Non c’è risposta. Anzi sì: la risposta è nei mille aneddoti di una storia lunghissima – «iconica» si direbbe adesso facendolo probabilmente arrabbiare un po’ – che ripercorre nella chiacchierata con Aldo Cazzullo. Parla dei suoi compagni di viaggio, grandissimi personaggi oggi irripetibili. A cominciare da Nicola Pietrangeli: «Voglio molto bene a Nicola. E gli mando un forte abbraccio per la perdita del figlio. In campo erano incontri duri, due finali degli Assoluti al quinto set, ma fuori eravamo amici. Il mio primo viaggio in America coincise con il suo ultimo anno di tennis, a Hollywood mi portava a giocare il doppio a casa di Anthony Queen, sul Sunset Boulevard… Il problema con Nicola è che dovevo difenderlo da se stesso. Perché è polemico. È sempre il più bravo di tutti, a tennis ma pure a calcio, ha avuto più di mille donne… Eppure voglio davvero molto bene a Nicola». Lo «cacciarono» da capitano della mitica Davis che vinse in Cile «perché non lo sopportava più nessuno. I miei tre compagni. Belardinelli. Il presidente federale Galgani. Lo difendevo soltanto io. Ma Nicola a volte era indifendibile, con il suo atteggiamento da Marchese del Grillo: io so’ io, e voi…». Ora dicono che sia geloso di Sinner: «Ma no, dai. Nicola non è geloso; vive in un mondo suo. È un uomo straordinario. Ma è sempre stato così. Una volta disse a Gianni Rivera: «Tu sei stato molto fortunato». E perché, chiese Rivera. «Perché se anziché a tennis giocavo a calcio, diventavo più forte di te» rispose Nicola, serissimo. Rivera lo guardava come un matto». Panatta ricorda quel «vecchio fascista» di Belardinelli, che era anche un grande scommettitore: «Ci portava in gita a Napoli. Prima a puntare sui cavalli ad Agnano, poi sui cani. Belardinelli era il massimo esperto vivente delle corse di cani. Ma non voleva che noi ragazzi finissimo nelle grinfie degli allibratori, filibustieri che lui conosceva benissimo. Belardinelli raccoglieva le nostre puntate. Se azzeccava il cavallo o il cane vincente, divideva tra noi la vincita. Se perdevamo, ci restituiva i soldi». E poi: «Torben Urlich, il danese, era un hippie, con la barba, i capelli lunghi, la fascia in testa, grande amico di Gianni Clerici. Il più aristocratico era Arthur Ashe. Molto severo. Nastase lo chiamava Negrone. Oggi lo arresterebbero». Nastase a me mi chiamava Maccarone. Sapeva che sono superstizioso. Ci incontriamo in doppio al Roland Garros, io con Bertolucci, lui con José-Luis Clerc, l’argentino. Faccio per battere, alzo lo sguardo, e lo vedo con un gatto nero in braccio. Nastase si era procurato un gatto nero e l’aveva portato in campo. Al Roland Garros. Guillermo Vilas lo prendevamo in giro tutti. Era davvero convinto di essere un grande poeta, tipo Neruda. Un po’ come Pietrangeli, che pensava di essere più forte di Rivera. Così cominciavamo al mattino a declamargli i suoi versi, a colazione. Solo che Nastase li recitava pure in campo, per farlo arrabbiare». Villaggio e Tognazzi gli fecero perdere il torneo di Montecarlo. «Ero in semifinale con Vilas. Paolo e Ugo mi dissero: stasera ti raggiungiamo per cena e domani andiamo a vederti. Dissi: no, stasera non venite, domani ho Vilas. «Dai Adriano, massimo alle nove siamo lì». Arrivarono alle undici e mezza. Tognazzi si ubriacò, vomitò nei giardini dell’hotel de Paris, gli tenevo la fronte, lo portai a casa, facemmo l’alba. Il giorno dopo Vilas mi diede 6-2, 6-2. A ogni cambio di campo sputavo dal campo a Paolo Villaggio e a Ugo Tognazzi». Borg. «Un matto calmo. Il contrario di me; infatti siamo sempre andati d’accordo. Io volevo sempre giocare con Borg, perché pensavo di vincere sempre. Aveva un gioco che si adattava al mio. Detestavo gli avversari che mi prendevano la rete. Borg invece non mi attaccava mai, io sceglievo la palla giusta per scendere a rete, oppure lo chiamavo avanti con una smorzata. L’ho battuto sei volte, ho perso dieci, ma sempre di misura». E Connors. «Uno stronzo. Molto antipatico. Sgradevole. Fuori dal campo diceva battute che non facevano ridere. In campo si comportava male. Non ha mai abbracciato nessuno in tutta la sua carriera, tranne me, alla fine di un epico match al quinto set agli Us Open». «Federer è il tennis. Gli ho visto fare cose che so che non si possono fare; ma lui le faceva». Nadal «quando conquistò il ventunesimo Slam, in Australia, rimontando Medvedev al quinto set, mi sono commosso. Un giocatore pazzesco, a livello fisico e mentale. Come si fa a vincere 14 volte il Roland Garros? Pare uno scherzo. Ma l’episodio che racconta meglio Nadal non è una vittoria. Aveva perso contro Djokovic. Una delle sue rarissime sconfitte a Parigi. Era stanco, sudato, morto dentro. Carico di racchette. Incazzato come un toro. Lo incrociai negli spogliatoi. Avrei voluto smaterializzarmi. E sa cosa fece Nadal, anziché mandarmi a quel paese, come avrebbe fatto chiunque? Mi cedette il passo: «Prego, Adriano». Questo significa avere tenuta. Avere forza morale. Aver avuto una buona educazione». Alcaraz «ha punte più alte, ma Sinner è più costante. Un caterpillar: quasi imbattibile. Ha un gioco — non voglio sembrare irriverente — schematico, molto elementare, basato su fondamentali ottimi, meglio il rovescio del dritto. Si muove benissimo per la sua statura. È molto basico. L’altro può fare cose che non ti aspetti. Tipo il super tie break di Parigi: dopo 5 ore e mezza, una cosa da fenomeno. Ora cominciano a conoscersi meglio. Diventeranno i nuovi Federer e Nadal: giocheranno tante finali, una volta vincerà l’uno, una volta l’altro. Finora ha vinto di più Alcaraz».



