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 Il Dalai Lama apre al processo del suo successore, ma la Cina vuole imporre una sua linea

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
30 de junio de 2025
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 Il Dalai Lama apre al processo del suo successore, ma la Cina vuole imporre una sua linea
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Durante le celebrazioni per il suo 90esimo compleanno, che ricorre il 6 luglio, Tenzin Gyatso – il 14esimo Dalai Lama – si prepara ad affrontare una delle decisioni più significative della sua vita: stabilire se, dopo di lui, ci sarà ancora un leader spirituale del buddismo tibetano. Il vincitore del Premio Nobel per la Pace nel 1989, per aver mantenuto viva la causa tibetana con mezzi non violenti, dovrebbe comunicare la sua decisione il 2 luglio, durante una riunione riservata con alcuni dei principali monaci anziani del Tibet in esilio. In questa occasione, è probabile che verrà ufficializzata l’intenzione del Dalai Lama di reincarnarsi all’estero (come ha scritto nel suo ultimo libro, Voice for the voiceless), escludendo però i metodi alternativi evocati nel 2011, tra cui la nomina del successore in vita. Questo significa che, dopo la sua morte, passeranno probabilmente anni prima dell’individuazione del nuovo Dalai Lama. Un vuoto spirituale che rischia di mettere a dura prova la coesione della comunità tibetana in esilio e permettere alla Cina di avanzare un leader a lei fedele. La mossa della nomina fuori dai confini della Grande Muraglia potrebbe irritare la Cina. Pechino considera il 14esimo Dalai Lama un separatista e rivendica il diritto esclusivo di scegliere il suo successore, come accadeva in passato durante la dinastia imperiale Qing. L’attuale leader spirituale tibetano, che nel 1959 fuggì dal Tibet nell’India settentrionale (da allora, è sempre rimasto a Dharamsala) in seguito a una fallita insurrezione contro il regime comunista di Mao Zedong, ha invece dichiarato che la sua reincarnazione nascerà fuori dalla Cina e ha invitato i suoi seguaci a respingere qualsiasi figura designata da Pechino.  Durante il suo mandato, il Dalai Lama ha promosso la cosiddetta «Via di Mezzo», una politica che non chiede l’indipendenza del Tibet dalla Cina, ma una maggiore autonomia e rispetto per la cultura e la religione tibetane. Nel 2011 ha rinunciato ufficialmente al ruolo politico, affidando il potere secolare a un governo democraticamente eletto dai circa 130 mila tibetani in esilio. Attualmente, il ruolo di sikyong – il capo politico – è ricoperto da Penpa Tsering, con sede a McLeod Ganj, nel nord dell’India. Alla morte di ogni Dalai Lama, un consiglio di importanti monaci si riunisce per trovarne il successore, considerato a sua volta una reincarnazione. Tutti i Dalai Lama finora sono stati uomini, riconosciuti da bambini come reincarnazioni dei loro predecessori e intronizzati durante l’adolescenza. Ma il processo di selezione non è sempre stato lineare. Nel corso dei secoli, sono emersi metodi diversi – tra tradizione spirituale, segnali misteriosi e strategie politiche – che oggi tornano al centro del dibattito, mentre si discute della possibile successione al 14esimo Dalai Lama. La tradizione tibetana sostiene che l’anima di un monaco buddista anziano si reincarni dopo la sua morte. Il 14esimo Dalai Lama, nato come Lhamo Dhondup il 6 luglio 1935 in una famiglia di contadini nella regione che oggi corrisponde alla provincia cinese del Qinghai, fu riconosciuto come reincarnazione del suo predecessore all’età di appena due anni. Secondo quanto riportato dal sito ufficiale del Dalai Lama, la decisione fu presa da una squadra di ricerca inviata dal governo tibetano, sulla base di una serie di segni e visioni, tra cui quella di un anziano monaco. La conferma arrivò quando il bambino identificò alcuni oggetti appartenuti al 13esimo Dalai Lama, esclamando: «È mio, è mio». Nell’inverno del 1940, Lhamo Dhondup fu condotto a Lhasa e ufficialmente intronizzato nel Palazzo del Potala come guida spirituale del popolo tibetano. Nel caso in cui più candidati risultino idonei alla reincarnazione del Dalai Lama, la tradizione tibetana prevede un sorteggio. Uno dei metodi storici consiste nell’estrazione del nome da un’urna contenente palline di pasta con all’interno foglietti di carta: «l’urna d’oro» utilizzata per questo scopo si trova oggi sotto il controllo delle autorità cinesi, che da anni rivendicano un ruolo diretto nella futura nomina del leader spirituale tibetano. Lo stesso Dalai Lama ha avvertito che «se usata in modo disonesto, l’urna d’oro è privata della sua qualità spirituale». Al centro del processo di riconoscimento della reincarnazione c’è il Panchen Lama, la seconda figura più importante del buddhismo tibetano, considerato l’incarnazione del Buddha Amitabha. Ma proprio su questa figura si è consumato uno dei passaggi più controversi della storia recente tibetana. Nel 1995, sei anni dopo la morte del decimo Panchen Lama, il Dalai Lama riconobbe come suo legittimo successore un bambino tibetano di sei anni, Gedhun Choekyi Nyima, individuato dal Lama Chadrel Rinpoche. Tre giorni dopo, le autorità cinesi arrestarono entrambi. Da allora, del bambino e della sua famiglia non si sono più avute notizie. Al suo posto, Pechino insediò una commissione incaricata di selezionare un altro candidato, che l’11 novembre dello stesso anno riconobbe come Panchen Lama un bambino di cinque anni, Gyaltsen Norbu, noto come Qoigyijabu. Cresciuto in Cina e residente a Pechino, Qoigyijabu visita il Tibet solo occasionalmente e viene considerato un leader allineato con il Partito comunista (è infatti membro della Conferenza consultiva politica del popolo cinese). Nonostante le pressioni internazionali per liberare il Panchen Lama riconosciuto dal Dalai Lama, il governo cinese ha chiarito la propria posizione: sarà Qoigyijabu a giocare un ruolo decisivo nella scelta del prossimo Dalai Lama, consolidando così il controllo politico su una delle figure più importanti del buddhismo tibetano. Per la prima volta in sei secoli, quindi, il destino della figura del Dalai Lama – incarnazione del bodhisattva della compassione – sembra dipendere più da scelte politiche e popolari che da segni spirituali. Il 2 luglio si terrà un incontro a porte chiuse tra l’attuale Dalai Lama e nove dei lama più anziani della comunità tibetana, cui seguirà una conferenza religiosa con oltre 100 leader buddisti. Il Dalai Lama interverrà con un videomessaggio, il cui contenuto non è stato anticipato, ma che molti si aspettano possa chiarire il futuro della sua carica. Certamente Pechino considererà il messaggio del Dalai Lama come una provocazione grave e probabilmente risponderà condannando duramente ogni annuncio. La questione ha importanti implicazioni geopolitiche: la Cina, che rivendica il controllo sul «Tibet meridionale», considera strategico il ruolo del prossimo Dalai Lama anche in chiave di equilibrio con l’India, con cui condivide una lunga e contesa frontiera himalayana. Per Pechino, mantenere il controllo sul Tibet è una questione strategica e di stabilità interna: la regione autonoma è tra le zone più ricche di risorse naturali, dalle terre rare alle approvvigionamenti idrici. Negli ultimi anni, Tenzin Gyatso ha lasciato intendere che la tradizione potrebbe interrompersi con lui. Ha anche suggerito che, se mai dovesse esserci un 15esimo Dalai Lama, questi dovrebbe essere scelto secondo la volontà popolare e attraverso i metodi tradizionali di identificazione delle reincarnazioni, che prevedono anche la consultazione di oracoli come quello di Nechung e della dea Palden Lhamo. Il successore, ha affermato, potrebbe essere un adulto, una donna, o provenire da fuori dalla Cina, ovvero «dal mondo libero».  Il Gaden Phodrang Trust – l’ufficio del Dalai Lama a McLeod Ganj – avrà la responsabilità formale della gestione di un’eventuale successione. Intanto, il leader spirituale ha assicurato che lascerà istruzioni scritte, nel caso in cui venga deciso di proseguire con la nomina di un nuovo Dalai Lama. Esiste dunque la concreta possibilità che ci siano due Dalai Lama: uno nominato e riconosciuto dalla Cina, l’altro nominato dal governo tibetano in esilio e riconosciuto da India, Stati uniti e Occidente. La conferenza del 2 luglio, dunque, potrebbe segnare l’inizio di un nuovo capitolo per il buddismo tibetano.

Maria Anzalone

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