Per combattere il cambiamento climatico, le aziende e i governi devono ripensare la gestione e le operazioni delle catene di approvvigionamento più inquinanti del mondo. Uno studio di Martin Schleper, ricercatore della NEOMA Business School, analizza gli impatti economici, sociali e ambientali tutt’altro che marginali nell’operatività di alcuni settori particolarmente inquinanti. Tutti i nostri prodotti di uso quotidiano percorrono un lungo viaggio prima di arrivare a noi. Le loro complesse catene di fornitura sono accompagnate da impatti tutt’altro che marginali: infatti, più della metà dei gas serra del mondo sono emessi da sole otto filiere settoriali, tra cui quella alimentare, quella edilizia e quella della moda. Gli esperti concordano sul fatto che la neutralità delle emissioni di carbonio prevista come risposta al cambiamento climatico non possa essere raggiunta senza il coinvolgimento attivo dei settori più inquinanti. L’adattamento è una strategia reattiva che comporta l’adeguamento delle attività per mitigare i danni del clima. Per esempio, la delocalizzazione dei siti dei fornitori se si trovano in aree critiche. La mitigazione è più proattiva, poiché il suo obiettivo è ridurre o eliminare le emissioni. Come si può ottenere? Per esempio, alimentando le attività con energia rinnovabile, passando a processi produttivi a basse emissioni di carbonio o utilizzando materiali riciclabili. Sebbene le due azioni citate siano necessarie, gli esperti concordano sul fatto che non siano sufficienti. Lo studio sottolinea che per diventare attori principali nella lotta al cambiamento climatico, le catene inquinanti di oggi non devono solo essere adattate, ma trasformate. È qui che entrano in gioco le tecnologie a emissioni negative, note anche come NET. Si tratta di catturare la CO2 dall’atmosfera e di immagazzinarla in modo permanente in serbatoi geologici sulla terraferma o negli oceani, oppure in prodotti. Attualmente si stanno studiando un’ampia varietà di metodi, dai più naturali, come la riforestazione, ai più tecnici. L’analisi dei ricercatori si è concentrata in particolare sul biochar, un prodotto che sequestra il carbonio per migliaia di anni. Si forma dalla decomposizione chimica della materia organica ad alte temperature, formando una sorta di carbone. Questo prodotto può essere utilizzato nei fertilizzanti agricoli per migliorare la qualità del suolo. Considerando la loro novità, è probabile che alcune di queste tecnologie fatichino a prendere piede a causa di mercati poco definiti e della mancanza di infrastrutture e partnership. Cosa si può fare? Il primo risultato dello studio è che la transizione non può essere realizzata senza normative che incoraggino o obblighino le aziende ad adottare queste tecnologie. Lo studio evidenzia anche un cambiamento di paradigma per cui l’ambiente sta diventando una priorità. In altre parole, non è più necessario sviluppare attività per la loro redditività economica, ma per i loro benefici ecologici. Una visione radicalmente opposta agli attuali metodi di gestione.



