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Farmaci contro l’HIV potrebbero proteggere dalla malattia di Alzheimer

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
12 de junio de 2025
in Salud
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Farmaci contro l’HIV potrebbero proteggere dalla malattia di Alzheimer
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Alcuni farmaci già impiegati nelle terapie contro l’HIV e l’epatite B, gli inibitori nucleosidici della trascrittasi inversa (NRTI) potrebbero offrire una «protezione significativa» contro la malattia di Alzheimer. È quanto suggerisce uno studio su due ampi database sanitari statunitensi, che ha rilevato una associazione tra l’uso di questi medicinali e la riduzione del rischio della demenza, direttamente proporzionale agli anni di assunzione degli NRTI. Lo studio, che invita a esplorare in modo più diretto la relazione tra queste terapie e l’Alzheimer, è stato pubblicato sulla rivista scientifica Alzheimer’s & Dementia. Gli inibitori nucleosidici della trascrittasi inversa bloccano un enzima che il virus dell’HIV usa per trasformare il suo RNA in DNA, impedendogli così di replicarsi. Hanno anche proprietà antinfiammatorie perché inibiscono gli inflammasomi, complessi proteici responsabili dell’attivazione delle risposte infiammatorie. Questa loro duplice azione li ha resi negli anni protagonisti di studi sul possibile riposizionamento contro altre malattie, come il diabete di tipo 2, la degenerazione maculare o – appunto – l’Alzheimer. Per questo motivo un gruppo di scienziati della Scuola di Medicina dell’Università della Virginia ha scelto di indagare la relazione tra assunzione di NRTI e rischio di Alzheimer su un’ampia fetta di popolazione. I ricercatori hanno avuto accesso ai database di due assicurazioni sanitarie americane con le informazioni sulle terapie seguite da oltre 271.000 persone con più di cinquant’anni, affette da HIV o epatite B. Gli assicurati avevano seguito diversi tipi di trattamenti: chi tra loro aveva una storia di assunzione di NRTI ha mostrato una riduzione importante del rischio di Alzheimer negli anni successivi. Uno dei due database, il Veterans Health Administration, comprendeva 24 anni di dati (soprattutto su pazienti maschi); il secondo database, MarketScan, comprendeva 14 anni di dati su una popolazione più ampia e variegata, per età e sesso. Dall’analisi sono state escluse le persone arrivate già all’inizio dell’assunzione dei farmaci con una diagnosi di Alzheimer. Nel primo database, la riduzione del rischio di Alzheimer in chi aveva assunto i farmaci NRTI è stata del 6% per ogni anno di terapie. Nel secondo database la riduzione del rischio di demenza è stata del 13% per ogni anno di assunzione dei farmaci. Dunque, l’associazione tra farmaci contro l’HIV e protezione dall’Alzheimer cresceva in modo proporzionale agli anni di trattamento, ed è risultata specifica per questa classe di medicinali: non era presente in pazienti che seguivano terapie diverse. Data la natura osservazionale dello studio, che si è limitato a osservare un’associazione tra due fattori (assunzione di farmaci e rischio Alzheimer), un eventuale effetto protettivo degli NRTI sulle demenze andrà valutato da studi clinici controllati.Se fosse in futuro confermato, si potrebbe valutare un possibile riposizionamento di questi farmaci nella prevenzione della malattia di Alzheimer, considerando che hanno effetti collaterali importanti sul fegato e sul sistema nervoso. Un’altra strada è provare a imitare le loro proprietà antinfiammatorie. Gli scienziati statunitensi sono già al lavoro su un nuovo farmaco che blocca gli inflammasomi chiamato K9, che potrebbe adempiere allo stesso compito in modo più mirato, sicuro ed efficace.

Elisabetta Intini

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