Lo scontro tra Cina e Stati Uniti si riaccende nei campus universitari, con Harvard al centro di una controversa offensiva ideologica. Il presidente Donald Trump, in un clima che richiama il maccartismo della Guerra Fredda, ha rilanciato una linea dura contro gli studenti internazionali, in particolare quelli cinesi, accusati di rappresentare un veicolo di antiamericanismo. Se durante gli anni cinquanta, le università americane vennero setacciate alla ricerca di spie o simpatizzanti comunisti, ora i luoghi che ospitano ricerca, formazione, cultura ma anche dibattiti sulle politiche di equità e inclusione, sul cambiamento climatico e sulla sanità (temi ostracizzati nel discorso istituzionale e governativo), finiscono vittime della rivalsa del maccartismo. L’isteria di massa e l’attacco governativo alle minoranze politiche sono simili a quelle che permeavano il dibattito pubblico statunitense all’inizio della Guerra Fredda (anche se allora gli atenei erano colpiti indirettamente), ma le modalità sono più esplicite grazie al megafono social utilizzato da Donald Trump. E così, la paranoia anticomunista è stata rispolverata dal fronte Maga per colpire un sistema universitario molto più debole di quello degli anni 50 a causa delle politiche di austerità, dell’influenza dei giganti di Silicon Valley e del progressivo declino dei finanziamenti pubblici agli atenei. E lo fa attaccando sia all’interno che all’esterno dello stesso sistema. Secondo l’amministrazione Trump, gli atenei americani sarebbero diventati terreno fertile per l’infiltrazione di idee ostili, anche attraverso presunti legami tra studenti e il Partito Comunista Cinese. Lo dimostra l’ultimo provvedimento del governo americano, che ha deciso di rivedere i criteri per i visti per «tutte le future» domande provenienti dalla Cina e da Hong Kong. In un annuncio roboante, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato la revoca «in modo aggressivo» dei visti agli studenti provenienti dalla Cina, compresi quelli che hanno legami con il Partito Comunista Cinese o che studiano in settori critici» ha affermato Rubio in una dichiarazione. Nella sua breve dichiarazione, Rubio non ha definito i «campi di studio critici», ma l’espressione si riferisce molto probabilmente alla ricerca nelle scienze fisiche e naturali. Negli ultimi anni, i funzionari americani hanno espresso preoccupazione per il reclutamento da parte del governo cinese di scienziati formati negli Stati Uniti, sebbene non vi siano prove che questi professionisti lavorino per Pechino. Non è chiaro come i funzionari statunitensi determineranno quali studenti abbiano legami con il Partito Comunista. La mancanza di dettagli sulla portata della direttiva alimenterà senza dubbio preoccupazioni tra i circa 277mila studenti cinesi negli Stati Uniti, così come tra professori e amministratori universitari. Allo stesso modo, non è chiaro con quale rapidità il Dipartimento di Stato e il Dipartimento per la sicurezza interna agiranno per annullare i visti degli studenti cinesi né se la Cina risponderà con misure simmetriche, come l’espulsione degli studenti americani presenti sul suo territorio. Il provvedimento rischia di colpire duramente le università statunitensi, molte delle quali dipendono economicamente dagli studenti internazionali, in particolare da quelli cinesi, che pagano rette elevate e spesso rappresentano la maggioranza tra gli iscritti stranieri. Solo nel 2022, Harvard ha accolto oltre mille studenti cinesi, il gruppo più numeroso secondo i dati Reuters. Si tratta di una sfida aperta a Pechino, che aveva lamentato la sospensione del rilascio dei visti. Gli studenti della Repubblica popolare sono da tempo una delle principali fonti di reddito per le università statunitensi: basti pensare che solo nel 2022, oltre 1000 studenti cinesi si sono iscritti ad Harvard, il gruppo più numeroso in assoluto, stando ai dati raccolti dalla Reuters. Ma cosa ha spinto Washington a colpire la migliore università del Paese? L’amministrazione Trump ha accusato la dirigenza di Harvard di aver «facilitato e coordinato attività con il Partito comunista cinese, tra cui l’accoglienza e l’addestramento di membri di un gruppo paramilitare del Partito complice del genocidio uiguro». Per il dipartimento per la Sicurezza interna molti di questi studenti sono «agitatori», alludendo alle proteste di «sinistra» in corso presso diversi atenei americani dall’inizio della presidenza Trump. Washington quindi tira dritto e, brandendo le presunte minacce alla sicurezza nazionale, rispolvera un provvedimento che già aveva adottato nel 2020, durante il primo mandato del tycoon. Cinque anni fa, i funzionari della prima amministrazione Trump avevano cancellato i visti di oltre 1.000 studenti e ricercatori cinesi dopo aver annunciato che avrebbero bandito dai campus i cittadini cinesi con legami diretti con le università militari del loro Paese. Era la prima volta che il governo degli Stati Uniti interveniva per impedire a una categoria di studenti cinesi di accedere alle università americane, un divieto che è stato mantenuto anche dall’amministrazione Biden. Nonostante i limiti, i familiari di molti funzionari del Partito Comunista Cinese hanno studiato nelle università americane, seppur adottando qualche espediente. È il caso di Xi Mingze, figlia del leader cinese Xi Jinping, che ha però frequentato Harvard sotto pseudonimo. Anche Bo Guagua, figlio di Bo Xilai, importante ex membro del Politburo ora imprigionato in Cina, ha conseguito un master alla Harvard Kennedy School e frequentato la Columbia Law School. Un paradosso che rivela quanto le università americane restino attrattive anche per le élite del sistema cinese. Pechino ha definito la decisione statunitense «ingiusta, discriminatoria e dannosa per l’immagine internazionale degli Stati Uniti». La portavoce del ministero degli Esteri, Mao Ning, ha accusato Washington di usare la sicurezza nazionale come pretesto per interrompere i normali scambi tra i due Paesi. Sui social media cinesi la notizia ha generato reazioni contrastanti: tra chi esprime rassegnazione e chi, con tono nazionalista, interpreta la stretta sui visti come un’opportunità per rafforzare l’istruzione cinese e far rientrare i migliori talenti.
Serena Console



