Sappiamo da tempo che le grandi città, soprattutto se con centri storici ricchi di monumenti antichi e di aree verdi, possono diventare habitat confortevoli in grado di ospitare numerose specie di animali selvatici. Eppure una situazione avvenuta nel cuore di Roma è davvero sensazionale e ci racconta moltissimo sulle capacità di adattamento e sull’evoluzione nel tempo di una popolazione animale completamente isolata. Pur nel mezzo di una grande città, in una quasi paradossale contraddizione di termini. In questo caso parliamo del sempre più raro e minacciato granchio di fiume (Potamon fluviatile), classificato come specie quasi minacciata (NT) nella Lista Rossa della IUCN – Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, da non confondersi con l’altro crostaceo autoctono presente nelle nostre acque dolci, il gambero di fiume europeo (Austropotamobius pallipes), a sua volta minacciato dalla competizione con l’invasivo ed esotico gambero rosso della Luisiana (Procambarus clarkii). La colonia di granchi romani era già stata identificata nel 1997 in una zona umida costituita da serbatoi e canalette di scolo di acque sotterranee nel cuore dei Fori imperiali, in un’area chiusa al pubblico. Tuttavia l’approfondimento di studi specifici su questa popolazione urbana, effettuata anche con analisi genetiche, ha evidenziano alcuni interessanti aspetti. Innanzitutto si ritiene che questa antica popolazione di crostacei collocati sia presente nella zona a ridosso dei mercati romani di Traiano e della Basilica Ulpia da almeno… 3000 anni! Ma sono state soprattutto le dimensioni di questi esemplari a stupire gli studiosi: dei veri e propri giganti, per esemplari della loro specie. Ovvero circa 7-8 cm, contro i 4-5 di media degli individui presenti in habitat naturali esterni. Un fenomeno non certo raro nelle popolazioni isolate da tanto tempo e che troviamo in natura anche in altri crostacei o in popolazioni di insetti. In questa archeo-popolazione urbana sembra che le sovra-dimensioni siano state causate da una maggiore longevità, dalla mancanza di competitori e dalla quasi totale assenza di malattie, mentre le caratteristiche chimico-fisiche di questo habitat, con acque non proprio cristalline, non sembrano essere tra i fattori più limitanti. E i predatori? Non mancano di certo e sono rappresentati per lo più da ratti e cornacchie, senza dimenticare i soliti gatti, ma l’attività prevalentemente notturna dei granchi sembra aiutarli a non essere eccessivamente sotto pressione. Ecco dunque che rimane il fascino di una popolazione «clandestina» che è riuscita non solo a sopravvivere ma anche a evolvere con successo in una delle città più belle ma che più caotiche del mondo. In una sorta di buffo sberleffo fatto dalla Natura sotto il naso degli scafati cittadini dell’Urbe.
Armando Gariboldi



