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Pink Floyd at Pompeii, il ritorno degli dei nel cratere del tempo

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
29 de abril de 2025
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Pink Floyd at Pompeii, il ritorno degli dei nel cratere del tempo
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Ètornato nelle sale italiane, fino al 30 aprile, Pink Floyd a Pompei. Dopo oltre mezzo secolo, il film rinasce come Pink Floyd at Pompeii – MCMLXXII, diretto da Adrian Maben, restaurato in 4K da Lana Topham, con un nuovo mix audio curato da Steven Wilson. Le immagini, tratte dai negativi originali in 35 mm, brillano di nuova luce; il suono avvolge lo spettatore in un’esperienza immersiva. Siamo nel 1971, e i Pink Floyd stanno lentamente mutando pelle. Nati all’ombra della psichedelia più acida e visionaria di Syd Barrett — che con la sua fantasia lunare aveva plasmato The Piper at the Gates of Dawn — la band, dopo il suo doloroso abbandono, naviga a vista. A Saucerful of Secrets, il loro secondo album, rappresenta una fase di transizione: l’ultima eco del mondo barrettiano si mescola a nuove spinte collettive verso l’esplorazione sonora. Con Atom Heart Mother (1970), i Pink Floyd spingono ancora oltre: orchestrazioni monumentali, una suite di oltre venti minuti, una musica che è viaggio più che canzone. È un periodo di pura sperimentazione: elettronica primitiva, improvvisazioni dilatate, rumori concreti, ricerca di atmosfere invece che di melodie. Proprio in questo crocevia nasce Live at Pompeii: un «concerto» senza pubblico, girato tra le rovine dell’anfiteatro romano, in totale controtendenza rispetto alle folle oceaniche di Woodstock. I Floyd presentano alcuni brani nuovi accanto a pezzi storici del loro periodo psichedelico. Il risultato è un rito iniziatico, sospeso tra antico e futuro, in cui la band sembra finalmente trovare il proprio suono definitivo: il «Pink Floyd sound». Quella performance mistica, immersa nel silenzio millenario di Pompei, chiude simbolicamente l’epoca delle jam lisergiche e anticipa la fioritura creativa che esploderà in Meddle (1971) — con la suite Echoes come manifesto — per poi raggiungere la perfezione assoluta con The Dark Side of the Moon (1973), il capolavoro che li consacrerà nell’Olimpo del rock. Girato tra ottobre e novembre del 1971, con le riprese principali all’anfiteatro di Pompei effettuate tra il 4 e il 7 ottobre 1971, Pink Floyd: Live at Pompeii è molto più di un semplice film concerto: è un’esperienza visiva e sonora che cattura l’anima più segreta della band. Nessun pubblico. Nessun applauso. Solo il vento che sibila tra le pietre, la polvere che si solleva sotto il sole del mediterraneo, la musica che si espande come una eco senza tempo, fondendosi con le immagini: i crateri vulcanici, le statue mutilate, il cielo plumbeo. È come se la band suonasse per gli dei estinti, in una comunione silenziosa tra passato remoto e futuro prossimo. Adrian Maben concepisce l’idea quasi per caso, durante una visita notturna agli scavi di Pompei. Un’intuizione improvvisa: portare il rock nello spazio sacro della storia, svuotato degli uomini ma pieno di memoria. I Pink Floyd abbracciano subito il progetto, ma con una richiesta precisa: niente playback, solo il crudo suono degli strumenti, registrato in presa diretta con un apparecchio a 24 tracce trasportato appositamente dall’Inghilterra. A complicare tutto, l’assenza di elettricità sufficiente: il problema venne risolto stendendo un cavo chilometrico dal municipio fino all’anfiteatro. Nonostante le difficoltà tecniche — alimentare gli strumenti con generatori portatili, registrare all’aperto in un ambiente non progettato per la musica — l’atmosfera irripetibile di Pompei regalò alla band un palco invisibile, quasi metafisico. La scaletta mescola brani psichedelici del passato (Set the Controls for the Heart of the Sun, A Saucerful of Secrets, Careful with That Axe, Eugene) con pezzi ancora inediti tratti da Meddle, come One of These Days ed Echoes, quest’ultima eseguita in una versione embrionale ma già visionaria. Tra i vapori sulfurei di Pozzuoli e le mura antiche di Pompei, vennero registrati One of These Days, la prima parte e il finale di Echoes, e A Saucerful of Secrets, eseguiti in sezioni separate e poi montati in fase di editing. Alcune bobine andarono perse — come ricordato sia da Maben che da Nick Mason nella sua autobiografia Inside Out (2004) — e ciò spiega l’abbondanza di riprese sul batterista durante One of These Days. Per integrare il materiale mancante, dal 13 al 20 dicembre 1971, la band venne filmata negli studi Europa Sonor di Parigi: qui vennero registrate Set the Controls for the Heart of the Sun, Careful with That Axe, Eugene e la gag di Mademoiselle Nobs, una versione strumentale di Seamus «cantata» da un levriero russo, Nobs, accarezzato da Rick Wright (senza barba, dettaglio visivo che distingue le riprese parigine). Infine, insoddisfatto della durata, Maben convinse i Pink Floyd a inscenare delle sovraincisioni agli Abbey Road Studios, durante le fasi finali della lavorazione di The Dark Side of the Moon. Queste sequenze, girate a documentario quasi completato, confluirono nella versione estesa uscita nell’agosto 1974, quando il gruppo era ormai consacrato a leggenda. La nuova edizione del film non è solo un restauro: è una rinascita. Il suono, ora in Dolby Atmos, trasporta lo spettatore al centro dell’anfiteatro; le immagini restaurate restituiscono la visione originaria di Maben. Un’esperienza che va oltre il semplice concerto, diventando un viaggio mistico attraverso tempo e spazio. Per la prima volta, dal 2 maggio 2025, le tracce del film saranno disponibili in un album ufficiale, restaurate e remixate da Steven Wilson. Disponibile in formato CD, LP e sulle principali piattaforme di streaming, l’album offre una nuova prospettiva su uno dei momenti più magici della storia dei Pink Floyd.

Pietro Rossi

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