Abbiamo già visto che l’orario in cui mangiamo conta quasi quanto quello che mangiamo: diversi studi avevano infatti notato un legame tra l’abitudine a consumare snack notturni e la tendenza a soffrire di obesità e disturbi cardiaci. Ora una nuova ricerca pubblicata su Clinical Gastroenterology and Hepatology ha legato questa abitudine anche ad altre due patologie, la steatosi epatica associata a disfunzione metabolica (MASLD, il cosiddetto «fegato grasso») e la cirrosi. In Italia circa una persona su cinque soffre di fegato grasso: la percentuale negli USA sale al 30%, ed è per questo che i ricercatori hanno deciso di esaminare i dati relativi a quasi 200.000 partecipanti a tre grandi studi di coorte statunitensi (il Nurses’ Health Study, il Nurses’ Health Study II e l’Health Professionals Follow-up Study). Gli studiosi ne hanno analizzato la dieta e lo stile di vita, cercando correlazioni tra l’incidenza di malattie epatiche e le abitudini alimentari. Chi era solito cenare tardi correva un rischio di soffrire di malattie del fegato maggiore del 20-30% rispetto a chi non lo faceva. Robert Wilechansky, coordinatore della ricerca, tiene a sottolineare però che «tra le persone (coinvolte nello studio, NdR) che hanno sviluppato la steatosi epatica, solo una piccola parte arriva a forme gravi della malattia, come la cirrosi». Lo studio, più che concentrarsi sulla gravità delle possibili conseguenze degli spuntini di mezzanotte, mette in luce come cambiare abitudini alimentari possa essere benefico: meglio smettere di mangiare qualche ora prima di andare a dormire, evitando cene a tarda sera e spaghettate notturne. I risultati di questo nuovo studio si aggiungono a una già nutrita serie di ricerche sul tema che suggeriscono che cenare agli orari tipici della Spagna o strafogarsi di gelato sul divano guardando un film potrebbe non essere una buona idea per la nostra salute. Altri studi condotti sui topi avevano inoltre rilevato che il fegato sarebbe uno degli organi più suscettibili al disallineamento tra gli orari dei pasti e quelli del sonno. «Continuiamo a osservare che il momento in cui facciamo le cose, che si tratti di dormire, mangiare o fare attività fisica, conta davvero», conclude Andrew McHill, uno degli autori dello studio.
Chiara Guzzonato
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