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IN FUGA PER LA VETTA

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
14 de octubre de 2026
in Generoso D¨Agnese, Historia
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IN FUGA PER LA VETTA
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Nel 1943 tre compagni di prigionia fuggirono per salire sul Monte Kenya e … tornare nel campo

Entrato in carriera diplomatica nel 1948. Vice Console a Parigi nel 1949 e a Brisbane (Australia) nel 1951. Primo Segretario a Karachi in Pakistan nel 1955. Dal 1956 al 1959 Consigliere a Canberra  (Australia) dal 1956 al 1959. Dal 1963 al 1969, Console Generale a Berlino   Dal 1969 al 1973 è Ministro consigliere alla Rappresentanza permanente presso l’O.C.S.E. a Parigi.  Dal 1969 al 1973. Ambasciatore  d’Italia in Uruguay dal 1973 al 1975.

Al solo scorrere di date e incarichi, quella di Felice Benuzzi si presenta come una vita carica di successo.  Nato a Vienna il 16 novembre del 1910, da madre austriaca e padre italiano, cresciuto a Trieste (dove rimase affascinato dalle imprese alpinistiche di Emilio Comici e Julius Kugy),  Felice si laureò in giurisprudenza all’Università di Roma nel 1934 svolgendo nello stesso tempo un’intensa e vittoriosa attività sportiva, partecipando a numerosi campionati di nuoto internazionali fra il 1933 e il 1935.  La sua storia però non sarebbe stata diversa da quella di tanti altri talentuosi giovani italiani, se non fosse stata vissuta con la grandissima passione per l’alpinismo. Sarà infatti proprio l’amore smisurato per le scalate a consegnarlo alla storia, una storia che però negli anni è andata sbiadendo perdendosi nelle nebbie dell’oblio.

Dopo le tante soddisfazioni sportive e i primi passi professionali, Felice Benuzzi nel 1938 venne nominato volontario coloniale nel ruolo di Governo del Ministero dell’Africa Italiana. L’anno seguente venne inviato  al Governo Generale dell’Africa Orientale Italiana ad Addis Abeba. e con questo incarico visse i primi anni della tragica seconda guerra mondiale, circondato dall’affetto della moglie Stefania e della figlia Daniela.

Nel 1941 l’Etiopia venne occupata dagli inglesi e nel 1942 nel Benuzzi fu fatto prigioniero. Insieme a tanti altri connazionali fu internato nei campi di prigionia del Kenya, allora protettorato inglese.   Benuzzi arrivò prima a Naivasha e poi a Nanyuki, alla periferia della città,  nel  “pow camp 354” realizzato su  altopiano, lontano da tutto. Le monotone giornate all’interno del campo venivano allietate solo dalla vista del Monte Kenya che colpì profondamente dell’italiano, incapace di rimanere inattivo. Seppur trattato dignitosamente dai britannici, la prigionia divenne in poco tempo intollerabile tanto da far maturare nel futuro diplomatico un folle piano di evasione. Guardando ogni giorno i ghiacciai del Monte Kenya (5.199 m), ideò un progetto folle insieme ad altri due prigionieri, Giovanni Balletto e Vincenzo Barsotti.

Conquistare la vetta e piantare la bandiera italiana sulla cima.

Si trattava di un piano al limite dell’impossibile, sia per le condizioni di detenzione e sia per l’inadeguatezza del materiale. Felice, Giovanni e Vincenzo però non si scoraggiarono. Pur ignorando le condizioni invernali in vetta al monte che le rotte alternative, proseguirono con il loro piano sapendo di non poter contare su un periodo di acclimatamento per raggiungere e superare i 5000 metri di altitudine. I tre italiani nonavevano attrezzatura alpinistica per muoversi sul ghiaccio e si  fabbricarono una corda intrecciando i cordini che tengono insieme le brande su cui dormivano. I  ramponi vennero realizzati con dei residui metallici recuperati al deposito.

La folle avventura iniziò la sera del 24 gennaio 1943. I tre fuggirono dal campo e risalirono il fiume  Nanyuki fino alla sorgente, basandosi esclusivamente  su una mappa presa da un libro di missionari che avevano trovato nel campo. Le altre informazioni le trassero dalle scatolette di marca Kenylon che raffiguravano nella confezione anche il versante sud della montagna.  La sera del 24 gennaio 1943 i tre prigionieri italiani misero in atto il loro piano evadendo dal Camp 354. I fuggitivi sparirono nel folto della foresta cercando di evitare pericolosi incontri con rinoceronti ed elefanti. Arrivati ai piedi della montagna,  il 4 febbraio Benuzzi e Balletto lasciarono Barsotti in una piccola tenda, e iniziarono la scalata del lato Ovest del Batian, un’arcigna struttura rocciosa con difficoltà fino al quarto grado. Legati da una sottile e malsicura corda di agave, e senza nessuna protezione per il freddo, andarono avanti animati solo dall’entusiasmo e dalla tenacia. Superata in diagonale la parete della Punta Dutton, iniziarono una parete verticale e incontrando la neve fresca. Il ruolo di capocordata toccò a Giovanni Balletto che ben conscio dei loro mezzi improvvisati decise di rinunciare a proseguire quando una bufera di neve si abbatté sui due alpinisti.  Dopo una sosta per recuperare le forze mangiando alcune provviste (pezzetti di cioccolato, di noccioline e di zucchero rimanenze del  pacco natalizio della madre di Benuzzi) Giovanni Balletto calò il compagno di peso e scese in corda doppia, per tornare dopo dodici ore in parete sul punto di partenza e alla tenda allestita da Barsotti.

Dopo due giorni   Felice e Giovanni ripartino all’una del mattino per salire fino    ai 4985 metri della Punta Lenana. Arrivati in cima scoprirono un piccolo rifugio ancora integro e fissarono la bandiera tricolore prima di iniziare la discesa.

Dopo un altro viaggio di tre giorni all’insegna della paura per gli incontri con leoni, bufali ed elefanti, i tre tornarono al Campo 354 per riconsegnarsi alle guardie inglesi e accettare la punizione imposta dal regolamento, consistente in 28 giorni di cella d’isolamento.

  Alcuni giorni dopo il loro rientro un gruppo di britannici confermò l’effettiva presenza della bandiera italiana sulla Punta Lenana, trasformando l’iniziale scetticismo del comandante in una sincera ammirazione. La straordinaria fuga di 17 giorni ridusse anche i giorni di prigionia da 28 a 7.

La loro impresa divenne leggendaria ma rimase di difficile comprensione ai più. A dare il senso della stessa ci provò lo stesso Benuzzi che ne parlò nella sua autobiografia pubblicata nel dopoguerra. Lo scrittore australiano Rory Steele riprese il tema nel suo libro “ Il cuore e l’abisso – la vita di Felice Benuzzi”, nel quale provò  a catturare la figura di un uomo profondamente legato alla montagna, difficile da inquadrare nei ruoli che ha interpretato. «Fin da giovane subì l’effetto quasi erotico della bellezza, della mutevolezza e perfino della fredda crudeltà delle montagne, che valevano tutte le pene e gli sforzi fatti per raggiungere l’euforia della conquista».

 Terminata la guerra, Felice Benuzzi intraprese la sua carriera in ambito diplomatico, svolgendolo con grande competenza.

Collocato a riposo, venne incaricato dal Ministero degli Affari Esteri di condurre i negoziati relativi all’Antartide, per il quale si adopera fino alla   firma del trattato nel 1981, affinché l’Italia possa essere inclusa nell’ambito della ricerca nel continente ghiacciato.

Nominato, dal Ministero degli Affari Esteri, membro della Commissione Istitutiva della SISSA di Trieste, è stato tra i soci fondatori della Fondazione Internazionale Trieste per il Progresso e la Libertà delle Scienze (FIT). Benuzzi è  stato anche presidente del Centro Culturale Italia-Pakistan e membro dell’Istituto per il Medio e l’Estremo Oriente oltre ad essere uno dei padri fondatori di Mountain Wilderness, associazione ambientalista internazionale per la protezione della montagna nel mondo.

Benuzzi è morto  a Roma il 4 luglio 1988 ma la sua bandiera italiana sventola ancora idealmente sul Monte Kenya, a dimostrazione di una volontà ferrea e di una passione smisurata per la Natura.

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