Una dieta più sana e meno ricca di cibi ultraprocessati potrebbe alleviare i disturbi dell’umore? La domanda è complicata, vista la portata della sfida, ma se ridurre gli alimenti iper lavorati, progettati apposta per spingerci a «non voler smettere mai» di consumarli, migliorasse la salute mentale, sarebbe un’ottima ragione in più per provarci. Un piccolo studio preliminare dell’Università della California a San Francisco ha confrontato i sintomi di persone affette da depressione prima e dopo un drastico cambiamento nella loro dieta, inizialmente ricca di ultraprocessati e poi sana. I risultati, pubblicati su JAMA Psychiatry, sono incoraggianti.
Un mese senza ultraprocessati
Lo studio ha coinvolto soltanto 20 partecipanti, ma ha esplorato la possibilità di allargare in futuro l’indagine a un campione più ampio. I partecipanti, con un’età media di 44 anni, erano per il 70% donne, tutti con un indice di massa corporea elevato e con almeno un disturbo metabolico tra diabete, ipertensione o colesterolo alto. Tutti i soggetti soffrivano di depressione e 14 anche di ansia. Metà del gruppo ha continuato a seguire la solita dieta, mentre l’altra metà ha dovuto ridurre dell’85% la quantità di cibi ultraprocessati messi a tavola: sono spariti dalla spesa snack preconfezionati, bevande zuccherate, alimenti da fast food e cibi industriali ricchi di coloranti, emulsionanti, conservanti ed esaltatori di sapidità, e i partecipanti hanno potuto fare la spesa da soli, scegliendo prodotti sani sotto la guida di un esperto. Dopo quattro settimane, i due gruppi si sono scambiati la dieta.
Un carico più leggero: c’entra l’intestino?
La riduzione degli ultraprocessati si è portata dietro miglioramenti da moderati a importanti in tre parametri usati per valutare la depressione, e anche l’ansia, in chi ne soffriva, si è in parte attenuata. I partecipanti sono troppo pochi per giungere a conclusioni più nette, ma questi primi risultati hanno incoraggiato i ricercatori a progettare uno studio di fase 2, che sarà condotto nel 2028. Un’ipotesi di lavoro è che la possibile attenuazione dei disturbi dell’umore possa passare per una migliore salute dell’intestino. Una cattiva alimentazione può alterare la barriera intestinale (l’insieme di cellule, di microrganismi, di enzimi, ormoni e vasi sanguigni che protegge l’intestino) e renderla permeabile. In questa condizione, le giunzioni tra le cellule della parete intestinale si allentano e piccoli frammenti o prodotti di batteri intestinali o di tossine possono passare dall’intestino alla circolazione sanguigna. Secondo gli autori, questo danno potrebbe generare, nel tempo, un’infiammazione cronica che potrebbe rendere più vulnerabili alla depressione o contribuire ad essa.
Elisabetta Intini
Descubre más desde Gazzettino Italiano Patagónico
Suscríbete y recibe las últimas entradas en tu correo electrónico.



