Giovanni Cardone
In questa mia analisi cerco di comprendere le scelte in termini di politica estera del sub-continente indiano è l’inquadramento storico. Posso affermare che l’India in termini di politica estera ha cercato di delineare un percorso di Indipendenza. Tutto ha avuto inizio nel 1947, quando, all’indomani dell’Indipendenza, Mohammad Ali Jinnah, maggiore esponente della Lega Musulmana Panindiana e formalmente riconosciuto come padre fondatore del Pakistan, iniziò a sostenere e a proclamare l’idea delle “due nazioni”, ossia il concetto secondo cui gli indù e i musulmani costituiscono due nazioni differenti. Questa ideologia è stata senza dubbio fondamentale nell’appoggiare e rendere effettive le istanze separatiste della popolazione musulmana presente nel sub-continente indiano. Nello stesso anno, ci furono delle tensioni, legate all’appena avvenuta separazione tra India e Pakistan, nella regione del Kashmir. Il governatore di tale area fu di conseguenza costretto ad accettare l’annessione del territorio all’India. Nel 1954, Nasser, Nehru e Tito, a seguito di un incontro in Ex-Jugoslavia, fondarono il gruppo dei Paesi Non Allineati, allo scopo di opporsi ai due schieramenti predominanti durante il periodo della Guerra Fredda. Esattamente un anno più tardi, sempre Nehru, decise di appoggiare il movimento di solidarietà afroasiatica durante la conferenza di Bandung. Tale gruppo riuniva tutti i rappresentanti delle nazioni che avevano da poco ottenuto l’indipendenza dalle potenze coloniali occidentali e che si adoperavano affinché questa venisse concessa anche alle rimanenti colonie. Il Primo Ministro indiano spinse anche per la presenza della Cina nell’incontro del 1955, poiché la riteneva una potenza antimperialista. Va tra l’altro menzionato che, nel 1954, India e Cina avevano concluso un trattato in cui il Tibet era stato riconosciuto come parte del territorio cinese. Si può quindi notare come, all’indomani dell’Indipendenza, l’India avesse un forte interesse ad allargare la propria sfera di interesse nella regione asiatica, a discapito dei rapporti con l’Occidente, identificato ancora come la potenza colonizzatrice. Nel 1962, però, gli equilibri conquistati si rivelarono fragili. Avvenne infatti la prima guerra sino-indiana, dettata da ragioni di confine relative alla non accettazione da parte della Cina della Linea di confine McMahon. L’Esercito Popolare di Liberazione cinese attaccò i confini dello stato indiano dell’Assam con una guerra lampo e conquistò oltre 22.000 km² di territorio. Le conseguenze strategiche di questa disputa territoriale non si fermarono solo a livello territoriale, con la formazione della Line of Actual Control. Il Pakistan decise di allearsi con la Cina e l’India chiese aiuto a Stati Uniti e Inghilterra, compromettendo il proprio ruolo di guida del movimento dei Paesi Non allineati, già in crisi dal 1961, quando Nehru era stato criticato dai nazionalisti africani per non aver posto fine in maniera tempestiva al dominio coloniale portoghese presso Goa. Negli anni successivi ci furono due ulteriori conflitti indo-pakistani. Il primo, nel 1965, era incentrato nuovamente sulla zona del Kashmir e si concluse con la vittoria dell’esercito indiano e con la stipula di una Dichiarazione in cui entrambi gli Stati coinvolti si impegnavano a risolvere le controversie future in modo pacifico, senza ricorrere alla forza . La Dichiarazione in realtà non ha mai avuto un grande valore effettivo, in quanto gli attacchi militari nella regione del Kashmir non hanno mai avuto fine. Il secondo conflitto avvenne nel 1971 in Bangladesh (Le principali aree di tensione tra India e Pakistan). Da sottolineare sono il trattato di amicizia che l’India istituì con l’Unione Sovietica in vista di questo scontro e il Documento di Rinuncia firmato dal Pakistan per liberare i quasi diecimila prigionieri di guerra, secondo il quale tutti i conflitti successivi tra i due Stati sarebbero stati risolti esclusivamente attraverso negoziati bilaterali. Nel 1985 il paese prese parte al primo vertice della SAARC a Dacca. Quattro anni più tardi terminò la Guerra Fredda con profonde conseguenze per l’India. A livello commerciale, ci fu un brusco calo nei rapporti con la Russia, poiché prodotti indiani come il tè, il tabacco e i tessuti non godevano più di un accesso preferenziale al mercato sovietico e dovettero trovare nuovi potenziali acquirenti. In aggiunta, l’influenza americana ed europea sull’ex-Unione Sovietica aveva conseguenze negative sull’accesso dell’India a tecnologie sensibili. Nel 1991 ci fu la crisi della bilancia dei pagamenti che costrinse il sub-continente indiano a richiedere assistenza al Fondo Monetario Internazionale. Fu proprio questa crisi finanziaria a condizionare una svolta “liberista” per l’economia indiana e il successivo ingresso nel GATT. L’India in quegli anni aveva anche iniziato dei test nucleari, che raggiunsero l’apice nel 1998 e che vennero seguiti a ruota dal Pakistan. Dato il duplice interesse al nucleare, si pensava che i rapporti tra i due paesi si sarebbero stabilizzati, ma non fu così. Avvenne infatti un assalto a postazioni indiane presso Kargil con l’uso, da parte del Pakistan, di armi convenzionali. L’India si rifiutò di rispondere alla minaccia con l’uso degli armamenti appena sviluppati, perse e ricominciò la produzione di armi non nucleari. A causa sia dei test che dell’escalation avvenuta, gli Stati Uniti sanzionarono il paese, dando un momentaneo blocco d’arresto alle relazioni che avevano iniziato a formarsi verso la fine degli anni’90 tra i due Stati. La minaccia imminente della crescita e dell’espansione cinese avevano infatti incentivato l’India a cercare dei partner negli Stati Uniti e nell’Unione Europea. Tra il 2004 e il 2005, l’India e l’UE hanno creato un partenariato basato su valori condivisi in quanto democrazie plurali multietniche, multiculturali, multireligiose e multilinguistiche. Il processo di avvicinamento Stati Uniti-India era stato invece favorito principalmente agli inizi degli anni 2000 dalla visita del Presidente Bill Clinton, a seguito del quale venne dimostrato un sostanziale appoggio americano rispetto alle dispute con il Pakistan e vennero siglati 123 accordi che permisero al sub-continente di ottenere accesso alla tecnologia nucleare civile nonostante poi, di fatto, sia sempre rimasta la Russia la risorsa principale in tale ambito- e di poter rimanere all’esterno del Trattato di Non Proliferazione Nucleare, da sempre visto come una forma di discriminazione dell’Occidente. Tra il 2007-2008 si avvertì però un cambiamento negli allineamenti, fortemente influenzato dalla crisi economica e finanziaria globale di quegli anni. Il perdurare della crisi aveva fatto sì che l’ambiente commerciale relativamente aperto e liberale dell’Occidente iniziasse ad essere bloccato da misure protezionistiche sotto forma di barriere non tariffarie, come standard ambientali, lavorativi o sanitari molto rigidi sulle importazioni. Per l’India, queste tendenze protezionistiche arrivavano in un momento in cui si stava affermando come polo produttivo competitivo a livello globale. Ci furono timori legittimi che il Partenariato TransPacifico (TPP) guidato dagli Stati Uniti nell’Asia-Pacifico e il Partenariato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti (TTIP) potessero creare una vasta zona commerciale con norme e standard restrittivi, progettati per tenere lontana la concorrenza di paesi come l’India. Successivamente, nel dicembre 2009, l’India evitò gli Stati Uniti durante la Conferenza sul Clima di Copenaghen, schierandosi con Brasile, Cina e Sud Africa. Nel 2010, Obama decise di visitare New Delhi e di offrire supporto al paese nell’ottenimento di un seggio permanente presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e anche in tema di energia nucleare ed economia. Un anno più tardi, non vedendo tali promesse riconosciute, l’India si astenette dal voto sull’intervento militare americano ed europeo in Libia e attuò una legge sul nucleare che rese difficile per le imprese statunitensi partecipare alle gare d’appalto per la costruzione/gestione di centrali elettriche in India. La Guerra tra Russia e Ucraina del 2014 ha segnato un ulteriore momento cruciale in termini di politica estera. L’India ha infatti scelto di non pronunciarsi riguardo all’annessione della Crimea alla Russia non solo poiché si trovava in una precaria situazione di stallo tra gli Stati Uniti e la vicina, ma anche poiché prendere atto della situazione in Crimea avrebbe dettato delle conseguenze interessanti riguardo alla regione del Kashmir. Nel frattempo, in parallelo con lo sviluppo dei rapporti con gli Stati Uniti e il mantenimento di relazioni strategiche con la Russia, l’India aveva dovuto anche tenere sotto controllo la Cina, con la quale si erano verificati violenti scontri di confine nel 2013, 2014, 2017 e nel 2020. L’ultimo è di particolare importanza poiché, mentre fino agli anni precedenti il sub-continente aveva cercato di mantenere degli equilibri sostanziali con la Cina, opponendosi per esempio all’ingresso dell’Australia nel Malabar Exercise, a seguito dell’ultimo scontro il tono è decisamente cambiato tra le due potenze asiatiche. Si parla infatti di atteggiamenti cinesi ancora più aggressivi che hanno spinto l’India a consolidare le proprie partnership nell’Indo-Pacifico e a cercare dei legami ancora più profondi con gli Stati Uniti, nel tentativo di controbilanciare la scomoda vicina . Altro cambiamento importante avvenuto nel 2019 riguarda la perdita di autonomia del Kashmir, ad oggi amministrato dal governo federale e “vittima” di pesanti violazioni dei diritti umani . Infine, considerando che il periodo preso in analisi, come già specificato, si estende dal 1947 al 2021 come punto di fine di questa digressione storica. Eppure, l’India ha sconvolto queste aspettative, mettendo in risalto quello che può essere definito come “eccezionalismo indiano”. Tale concetto chiave va affrontato da un punto di vista storico, ossia cercando di comprendere in quale modo -e se- quella che da molti studiosi viene definita come un’identità e una visione della storia indiana distintiva, sostenuta da valori, immagini e idee uniche si sia generata e possibilmente mutata nel corso del tempo. Si parta con la consapevolezza che tale eccezionalismo, ossia questa identità indiana, ha dato origine all’immaginario nazionalistico stesso nel sub-continente indiano. È un sistema valoriale che si è quindi sviluppato nel periodo pre-Indipendenza e che si è posto come una risposta fondamentale per “affermare un dominio culturale di superiorità per l’Oriente e, nel tempo, legare questa affermazione alla lotta nazionale contro la dominazione politica occidentale” . Dato che nel periodo preso ora in esame i paesi colonizzatori avevano senza dubbio dei vantaggi nel campo delle scienze e della tecnologia, l’India aveva deciso di imporsi come guida spirituale globale. In poche parole, i pensatori rinascimentali indù avevano intuito che ciò che avrebbe fatto accrescere il prestigio indiano -e che avrebbe fornito un’efficace spinta indipendentista avrebbe avuto la sua base nelle aspirazioni morali indiane, nella capacità di questo paese di dimostrarsi unito e moralmente superiore agli altri, in termini anche di tolleranza e pluralismo. Tale pensiero è stato chiaramente ripreso dall’ex Primo Ministro indiano Manmohan Singh (2007): “Il successo di una democrazia secolare in una nazione con un miliardo di persone con così tanta diversità è visto con ammirazione. Questa grande idea dell’India come simbolo di unità nella diversità è visto sempre più spesso con rispetto e considerazione”. È poi interessante notare come esistano tre importanti visioni nazionalistiche che hanno inquadrato questa identità finora citata. Tra le prime, c’è il pensiero di Mohāndās Karamchand Gāndhī il quale definiva l’India come una nazione fondata su una base territoriale (fu lui l’esponente maggiore nelle trattative del 1947 riguardanti la divisione tra India e Pakistan) dove tutte le diverse comunità religiose sono eguali e possono essere unite attraverso una branca spirituale indù, in cui tutte le credenze sono destinate a convergere. Per Gandhi la civiltà indiana era di gran lunga superiore a quella europea in merito alla tendenza delle sue tradizioni verso la moralità e il controllo. In aggiunta, assieme a Nehru, riteneva che l’India avesse un’ulteriore capacità derivata dalla sua struttura frammentaria e dalla spiritualità: quella di “sintetizzare” prospettive diverse e conflittuali e unirle con altri modelli di credenze. In pratica, Gandhi riteneva il suo un paese capace di unità, soprattutto culturale, e di porsi come guida in grado di trasmettere tale “moralità” a livello globale. Osservazione rielaborata anche da Thorsten Wojczewski nel 2017, il quale si sofferma sulla facoltà dell’India di presentarsi come un simbolo di coesistenza pacifica, con un’organizzazione politica capace di coadiuvare tra di loro identità e interessi differenti, un’abilità di grande importanza nello scenario politico internazionale. Le altre due visioni importanti da citare sono quella nerhuviana e quella induista secondo il pensiero di Savarkar e Golwalkar. Jawaharlal Nehru aveva un’ottica più individualista rispetto a quella gandhiana e riprendeva le tradizioni vediche. I pensatori nazionalisti Vinayak Damodar Savarkar e Madhav Sadashivrao Golwalkar, invece, identificavano l’identità nazionale indiana solo con la comunità religiosa Indù e richiedevano l’integrazione e l’assimilazione di tutte le altre credenze, un chiaro capovolgimenti del pensiero di Gandhi. Nonostante le chiare differenze, si nota comunque un filo conduttore tra queste tre concezioni, ossia il fatto che l’India sia destinata a offrire un contributo spirituale nella storia mondiale. L’excursus storico, però, non si ferma al periodo pre-indipendenza, ma continua fino a tempi relativamente recenti e si focalizza su quanto l’India sia cambiata in questo lasso temporale. Da un paese che si riteneva tecnologicamente arretrato e che aveva scelto di isolarsi globalmente, soprattutto in termini economici, all’indomani della ritrovata indipendenza, è diventata una potenza nucleare, ha stretto rapporti strategici con diversi Stati confinanti e si è imposta come la più grande democrazia mondiale. Molti studiosi del campo si sono chiesti se tali cambiamenti, in particolare la posizione riguardo al nucleare e in merito alla promozione della democrazia, abbiano in qualche modo smorzato l’identità basata sulla spiritualità. La risposta è decisamente negativa. Per quanto riguarda il problema del nucleare, il paese ha deciso di mantenere un arsenale ridotto e di non farne uso. Basti pensare al caso dell’escalation nucleare tra India e Pakistan del 1998. La prima avrebbe potuto usare le armi appena testate per contenere l’offesa pakistana nell’area di Kargil, ma al fine di evitare rischi di scala maggiore rifiutò l’idea, dimostrando come il suo autocontrollo di origine morale si fosse spostato, focalizzandosi sulla concezione di restrizione basata sul possesso del potere materiale, piuttosto che sulla sua assenza. In riferimento al tema della democrazia, invece, il paese ha da sempre enfatizzato la sua posizione come modello per altri Stati, nonostante si sia dimostrato contrario all’idea americana di “esportazione dell’ideologia (democratica)”. In conclusione, quanto viene evidenziato -riguardo a ciò che si intende per “eccezionalismo indiano” e al suo sviluppo storico- si può riassumere in due punti molto importanti. In primo luogo, con “eccezionalismo” si intende l’identità, il sistema valoriale, costituito dagli intellettuali nazionalisti indiani attorno alla tematica della spiritualità. Esso ha consentito al paese non solo di affermarsi sul piano internazionale, ma anche di costruire un sistema unitario in grado di supportare una crescita esponenziale in termini di hard power e influenza globale. In secondo luogo, nonostante si pensasse che la scelta della leadership spirituale fosse una strada obbligata a causa dell’iniziale scarsità di capacità materiali e quindi destinata ad estinguersi nel momento di maggiore acquisizione di hard power, l’India ha decisamente dato segnali opposti. Come affermato da Kate Sullivan nel 2014 “le aspirazioni di leadership morale dell’India sono incorporate in discorsi e pratiche di lunga data” . Inoltre, come è stato riportato anche da Deborah Welch Larson e Alexei Shevchenko nel 2010, non bisogna pensare necessariamente che le potenze emergenti vogliano copiare totalmente le strategie delle potenze già consolidate, ma preferiscano piuttosto mantenere una propria identità distintiva. Questo pensiero riassume in maniera soddisfacente il percorso indiano finora evidenziato. Le tensioni tra India e Pakistan hanno avuto origine a partire dalla divisione dei due Stati nel 1947 e sono continuate su tre direttrici diverse. In primis per la questione del Bangladesh, che all’indomani dell’Indipendenza veniva considerato la falange orientale del Pakistan. I pakistani occidentali avevano trattato la parte orientale come una colonia e verso la fine degli anni’60 avevano risvegliato il nazionalismo linguistico bengalese. Nel 1966 il Bangladesh aveva avanzato le sue richieste di autonomia ad Ayyub Khan, il quale, nel tentativo di evitare tale secessione si era rivolto all’esercito del Punjab, con scarsi risultati. Le istanze autonomistiche della regioni subirono poi un acceleramento grazie alle elezioni indette da Yahya Khan e nemmeno il tentativo militare del 1971 ebbe successo, dato che l’area ricevette l’aiuto dell’esercito indiano. Da quell’anno il Bangladesh è diventato una regione autonoma completamente circondata dal subcontinente indiano. La seconda direttrice riguarda il Kashmir. Lo Stato si trova in una zona strategica poiché è attualmente controllato per due terzi dal sub continente indiano, per una piccola parte dalla Cina e per il resto dal Pakistan. Le rivalità nella regione hanno avuto inizio con la fine della colonizzazione britannica. Nel 1947 il Kashmir si presentava come uno Stato a maggioranza musulmana governato da un Maharaja di fede induista (Hari Singh), il quale aveva deciso di non schierarsi immediatamente tra l’India e il Pakistan, ma di cercare di rimanere indipendente. Avvenne anche la firma di un patto di non aggressione con il Pakistan, ma questa parvenza di indipendenza non durò a lungo. La rivolta di Poonch -durante la quale i contadini kashmiri si unirono ai tribali di etnia Pashtun provenienti dall’Afghanistan- può essere considerata il punto di svolta. I pashtun invasero infatti il Kashmir e -appoggiati non ufficialmente da membri dell’esercito pakistano- conquistarono una parte della regione, oggi definita “Pakistan occupied Kashmir” PoK. Il 26 ottobre 1947 il Maharaja fu costretto ad accettare anche l’annessione all’India per avere un sostegno da parte dell’esercito indiano. A partire da quell’anno sono state combattute altre tre guerre per la supremazia sul territorio e anche la Cina si è interessata all’area, ottenendo il controllo dell’Aksai Chin. Oltre a questi conflitti principali, non hanno mai avuto fine le guerriglie a bassa intensità lungo la Line of Control sancita nel 1947. L’ultima problematica legata alla rivalità indo-pakistana risiede nell’Afghanistan. Partendo dal presupposto che il controllo totale del Kashmir da parte dell’India consentirebbe a quest’ultima di avere una “finestra” sull’Asia centrale e un confine con l’Afghanistan, lo stesso Tim Marshall nel 2019 sosteneva che “per ostacolarsi a vicenda, ognuna delle due parti (India e Pakistan) cerca di plasmare il governo dell’Afghanistan a proprio piacimento – o, per dirla in altro modo, ognuna delle due parti vuole che Kabul sia nemica del proprio nemico” . Per l’India tale necessità è dovuta sia per interessi commerciali che geostrategici. Nel primo caso, va ricordato che nel 2014 il sub-continente asiatico era una delle principali fonti di importazioni afghane e assorbiva il 20% delle esportazioni di Kabul. Il valore del commercio bilaterale è passato da 80 milioni di dollari del 2001 a 280 milioni nel 2010. Per quanto riguarda la seconda tipologia di interessi, l’India, nel 2021, nonostante le problematiche subentrate a livello internazionale, ha continuato a investire nelle infrastrutture dell’Afghanistan, rimettendo in opera il Parlamento, la diga di Salma e progettando quella di Shatoot lungo il corso del fiume Kabul, costruzioni altamente strategiche se sommate anche agli interessi del paese verso il porto iraniano di Chahbhar, importante nell’ottica della competizione sino-indiana per il controllo dell’Oceano Indiano. Questa delimitazione è stata creata a seguito del conflitto sino-indiano del 1962, nel quale l’India ha perso il controllo sull’Aksai Chin, nonostante la richiesta di aiuti agli Stati Uniti e all’Inghilterra, in forte contrapposizione all’ideologia cardine del Movimento dei Non Allineati. Le guerriglie nella zona non hanno mai avuto fine, nonostante gli accordi firmati alla fine degli anni’90 per cercare di prevenire delle escalation consistenti. L’ultimo scontro più recente e importante, anche a livello di copertura mediatica, è avvenuto nel 2020. L’influenza cinese ha ricadute anche sul Nepal, sul Pakistan e a livello marittimo. Riguardo alla questione nepalese, la Cina usa questo Stato come “contro-risposta” agli aiuti indiani al Tibet. Qualsiasi “interferenza” in Tibet può incontrare un’“interferenza” in Nepal. Il Pakistan ha invece stretto rapporti con la Cina a partire dal 1962. Gli interessi reciproci sono sia di tipo commerciale e infrastrutturale -attraverso la BRI sono stati dati molti finanziamenti in area pakistana- sia strategici, ovviamente nei confronti dell’India. A livello marittimo le aspirazioni cinesi verso l’Oceano Indiano hanno da sempre preoccupato il sub-continente, spingendolo ad accrescere le proprie tecnologie militari, a cercare nuove alleanze e a costruire porti strategici ove possibile. La Cina, da parte sua, ha incentivato la costruzione di basi navali a Kyaukpyu in Myanmar, Chittagong in Bangladesh, Hambantota in Sri Lanka e Gwadar in Pakistan. L’India, soprattutto in tempi recenti, ha dovuto osservare con attenzione lo Stretto di Malacca, un collo di bottiglia da cui passa la “superstrada dei mari”. Attraverso questo canale naturale transita il 40% del commercio mondiale, oltre che la quasi totalità delle importazioni di idrocarburi della Cina. In tale scenario, il sub-continente indiano ha il vantaggio degli avamposti sulle isole Andamane e Nicobare. Essi sono utili per monitorare l’ingresso di imbarcazioni ostili da est; fiancheggiano una vasta e profonda area di mare posta a oriente, nella quale Delhi non può lasciare i propri sottomarini; permettono di espandere lo spazio strategico indiano. Obiettivo di questa digressione è stato quello di fornire le coordinate geografiche indiane, ossia comprendere come la posizione territoriale del sub-continente abbia delle forti ripercussioni sulla politica estera e sul modo di rapportarsi con gli altri Stati. Va notato in particolar modo come i nodi strategici principali siano rimasti pressoché immutati dall’Indipendenza a oggi, creando una scacchiera nella quale l’India ha imparato a bilanciarsi. Prima di continuare con un’analisi più approfondita posso dire che considerando i dati precedentemente raccolti, è necessario sottolineare l’importanza dell’uso del verbo “ampliare”. Nel dare un riscontro, bisogna infatti valutare l’interesse del sub-continente indiano nell’evitare di prendere posizioni nette a favore solo di una regione geografica o di uno Stato e i suoi “sentimenti” nei confronti del passato coloniale. Le volontà di mantenere una posizione autonoma e accrescere allo stesso tempo il proprio peso a livello internazionale giocano un ruolo fondamentale in questo scenario e da qui la scelta del verbo in questione. Non si può valutare se l’India abbia compiuto un cambiamento radicale nei confronti dell’Occidente, in quanto uno scenario del genere non sarebbe realistico e non prenderebbe in considerazione i delicati equilibri che il paese gestisce dall’Indipendenza; ma quello che si può considerare è se i legami con gli Stati Uniti sono aumentati rispetto al passato e in quali campi. Da qui la possibile ipotesi: l’India decide di avvicinarsi o meno agli Stati Uniti in base alla presenza di determinati interessi strategici. Tale risposta può essere già ora osservata maggiormente nello specifico. Per l’India le aree tematiche più importanti da tenere in considerazione per comprendere come gestire eventuali cooperazioni sono: i rapporti di natura anche sicuritaria con la Cina, Mosca e il Sud dell’Asia, l’ordine liberale internazionale, i legami commerciali e tecnologici, l’ambiente e gli interessi energetici. In tale contesto, non verranno analizzate subito tutte queste dinamiche, ma è possibile fornire un excursus generale, a sostegno dell’ipotesi sopra riportata. Per quanto riguarda i rapporti con e verso la Cina, l’India, senza dubbio, nel corso degli anni presi in analisi, ha voluto massimizzare le proprie relazioni commerciali con la vicina- anche oggi Beijing e Delhi continuano a mantenere relazioni economiche – commerciali molto forti, nonostante gli scontri di confine, ma ha dovuto anche opporsi alla volontà cinese di diventare una forza predominante nell’area dell’Indo-Pacifico. Proprio il concetto di Indo-Pacifico è stato trasformato in una realtà economica e strategica , in grado di creare incentivi cooperativi significativi tra l’Occidente e il sub-continente indiano, ma non solo, data la possibilità di una coalizione tra India, Stati Uniti, Indonesia, Malesia Vietnam, Filippine, Taiwan, Corea del Sud, Giappone e persino Australia, che potrebbe essere l’unica opzione per mantenere aperti i beni comuni globali attraverso gli Oceani Indiano e Pacifico nei prossimi decenni. Stabilità necessaria dato che il Mare Cinese del Sud svolge da anello di congiunzione tra questi due Oceani. Sempre in ambito marittimo, l’Occidente ha necessità di mettere in pratica strategie che permettano di coinvolgere maggiormente l’India, pur sempre rispettando la sua volontà autonomistica. A tal fine, risulta significativo il numero crescente di esercitazioni militari nell’Oceano Indiano condotte dal sub-continente indiano assieme all’alleanza Quad. L’India e gli Stati Uniti hanno stipulato un accordo logistico nel 2017, che ha facilitato il rifornimento di navi e petroliere. La partnership con l’India può anche fornire agli Stati occidentali l’accesso alla regione dell’Oceano Indiano, dove Nuova Delhi vede ora con favore il coinvolgimento di potenze extraregionali per contrastare la Cina. I riscontri positivi di tali accordi e cooperazioni non hanno un ritorno solo per l’India, ma anche per gli Stati Uniti e gli altri membri della Quad. Sicuramente il sub-continente si rivela di importanza fondamentale per il controllo delle rotte commerciali che vanno dalle “strozzature” dello Stretto di Hormuz fino allo Stretto di Malacca e ha l’opportunità unica di fungere da equilibratore contro i movimenti cinesi nel Mar Cinese Meridionale. Anche a livello territoriale, soprattutto lungo la LAC, rapporti di collaborazione strategica con l’Occidente si sono rivelati importanti, sempre allo scopo di accrescere il partenariato indo-statunitense e contenere la vicina allo stesso tempo. Non opposto al consolidamento del partenariato con l’Occidente è anche il rinnovato impegno indiano con il Sud globale, in quanto espressione del riposizionamento di Nuova Delhi nei confronti di Pechino e della sua crescente influenza. Mosca rappresenta invece una chiara situazione dove un legame con l’Occidente potrebbe non raggiungere livelli simili agli scenari precedentemente analizzati. I partner occidentali possono contribuire a ridurre la dipendenza dell’India dalla Russia in materia di difesa, ma non dovrebbero aspettarsi che questo porti l’India ad abbandonare Mosca. La relazione russo-indiana in materia di difesa è profonda e consolidata nel tempo e, inoltre, offre all’India equipaggiamenti militari a prezzi accessibili e rispetta il suo desiderio di condivisione della tecnologia e di sviluppo delle capacità interne. Gli Stati Uniti, d’altra parte, sono diventati i principali fornitori di armamenti negli anni Duemila, ma si dimostrano ancora incerti nell’aiutare l’India a modernizzare il suo attuale stock di armi e piattaforme di origine russa. Altra area di interesse per valutare gli effettivi rapporti tra l’India e gli Stati Uniti è l’ambito commerciale. Gli Stati Uniti si sono ormai posizionati come maggiori partner commerciali dell’India, con un rapporto bilaterale pari a $119.5 milioni nel biennio 2021-2022 maggiore anche agli scambi sino-indiani e questa strada si sta dimostrando senz’altro produttiva per incentivare il partenariato. New Delhi ha abbandonato il suo precedente scetticismo nei confronti degli accordi di libero scambio e ha iniziato a orientare i suoi rapporti commerciali verso ovest. Sta attualmente negoziando accordi bilaterali con Regno Unito, Unione Europea, Australia, Canada ed Emirati Arabi Uniti e in molteplici contesti si è dimostrata disposta ad allineare i propri standard industriali nazionali ai parametri globali in materia di conformità, trasparenza, accesso al mercato, lavoro e ambiente. Nonostante la retorica dell’autosufficienza, il partenariato economico con l’Occidente gode oggi di un sostegno senza precedenti a Delhi. Detto questo, un accordo globale sul libero scambio con Washington è rimasto irraggiungibile. I colloqui sono falliti nel 2020 e da allora gli Stati Uniti hanno deciso di non firmare altre dichiarazioni in merito, sostenendo che il sub-continente indiano non consentiva un accesso sufficiente al settore agricolo e lattiero-caseario e che applicava tariffe proibitive sull’importazione di dispositivi medici. Momentaneamente si è cercato di proporre solo un’ottica generale, ma utile per tentare di comprendere l’importanza della domanda di ricerca e la possibile ipotesi. Considerare la politica estera indiana significa analizzare gli shift concorsi nell’arco di tempo qui osservato e cercare di analizzare le eventuali posizioni di forza si possono creare. Senza dubbio, non si può parlare di uno spostamento totalizzante verso gli Stati Uniti, ma quello che si può notare è come, in base alle diverse necessità strategiche, si creino legami diversi tra l’India e le regioni Occidentali e Orientali. Il primo settore che si andrà ad approfondire è quello delle relazioni indo-russe. All’indomani dell’Indipendenza indiana, la Russia non aveva particolari interessi nella regione e fino alla prima guerra sino-indiana del 1962 il suo obiettivo principale era quello di rimanere neutrale tra i cosiddetti “fratello Cina” e “amica India” . Situazione tra l’altro considerata dalla Repubblica Popolare Cinese al pari di un tradimento della solidarietà internazionale comunista. Solo un paio di anni più tardi, sempre negli anni Sessanta del Novecento, la Russia decise di espandere la propria influenza nel sub-continente e divenne mediatore di un accordo di pace tra India e Pakistan a Tashkent, nell’Asia Centrale. Nel decennio successivo, tale interesse divenne ancora più marcato. Nel 1971, infatti, Russia e India firmarono un patto ventennale di “pace, amicizia e cooperazione” che, se da un lato si scontrava con la dottrina indiana di non-allineamento, allo stesso tempo forniva una protezione importante lungo il confine settentrionale del subcontinente, quindi nei confronti della minaccia cinese e della questione del Bangladesh. Sempre in quegli anni e fino alla fine della Guerra Fredda, l’India strinse in maniera particolare le relazioni militari con l’Unione Sovietica. Il decennio degli anni Novanta ebbe invece un impatto considerevole e in una direzione quasi opposta. All’indomani della sconfitta russa del 1989, infatti, l’ex Unione Sovietica era troppo impegnata a prendersi cura delle proprie problematiche relative alla politica e all’economia interna per potersi focalizzare sulle relazioni con l’esterno. Inoltre, sembrava aver accolto una spinta Eurocentrica ed era sempre di più dipendente dall’Occidente. Nonostante queste premesse, le due potenze erano consapevoli dell’importanza strategica dei propri rapporti e per questo, nel 1993, il Presidente Boris Yeltsin provò a far firmare un nuovo Trattato di amicizia. Tale patto aveva però una portata ridotta rispetto a quella del 1971 poiché i primi anni dal 1991 al 1996 di «benigna negligenza» nei confronti dell’India avevano lasciato un segno profondo sui politici indiani . Sempre nello stesso decennio ci furono altri tentativi di ricostruire e rafforzare tali legami. In primis, bisogna evidenziare che, a partire dal 1992 fino al 2011, ci sono stati un minimo di 15 summit e 135 accordi firmati tra i due Stati. In aggiunta, altri Presidenti russi hanno continuato a sostenere in maniera attiva diverse concezioni possibili per un’Asia nuova e competitiva rispetto all’Occidente. Il Primo Ministro russo Yevgeny Primakov tentò, alla fine del Novecento, di promuovere la formazione di un triangolo strategico tra Russia – India – Cina, un’alternativa concreta all’unipolarità imposta dagli Stati Uniti. Tale triangolo era stato innescato da tre eventi in particolare : – le sanzioni americane verso l’India a seguito dei test nucleari del 1998,la campagna di bombardamenti Clinton – Blair del dicembre 1998 contro l’Iraq il bombardamento «erroneo» dell’ambasciata cinese a Belgrado nel maggio 1999. Si basava inoltre su due mosse principali a cui la Russia si sarebbe dovuta attenere: porre fine alla politica estera guidata dall’Occidente e rinnovare successivamente i legami con l’India e favorire l’amicizia con la Cina. Tale concetto però non fu attuabile fin da subito negli anni’90. La Cina, infatti, in un primo momento rigettò la proposta di Primakov, esprimendo la sua volontà di perseguire una politica estera indipendente e il suo disaccordo verso la partecipazione della vicina, date le risapute dispute territoriali. Inoltre, sempre secondo la Repubblica Popolare Cinese, dare appoggio all’India avrebbe significato darle un prestigio e un potere sproporzionati rispetto alla sua forza effettiva. Per Pechino era -ed è- essenziale che il sub-continente rimanesse debole e filooccidentale. Quindi, se a un primo impatto il RIC sembrava infattibile, arrivando nel XXI secolo si potrà notare come le circostanze subiranno un mutamento. Gli anni 2000 si aprono con la Dichiarazione di Partenariato strategico tra Russia e India. Questo accordo ha significato una maggiore cooperazione in campo politico, economico, della difesa e culturale. Si è parlato di “approfondire e diversificare la cooperazione in settori quali la metallurgia, i combustibili e l’energia, la tecnologia dell’informazione, le comunicazioni e i trasporti, comprese le navi mercantili e l’aviazione civile” e di “un ulteriore sviluppo della cooperazione nei settori bancario e finanziario e di migliorare le strutture di credito e di assicurazione”. Scopo di tale dichiarazione era quello di rafforzare i legami bilaterali tra i due Stati e istituire dei summit annuali. Durante gli anni di guida di Vladimir Putin, avvennero anche dei cambiamenti consistenti in ambito RIC. Nel 2003 la Russia continuava a spingere verso la creazione di tale rapporto trilaterale, nonostante le insistenze della Cina e la volontà dell’India di non prendere direttamente parte a un sistema così chiaramente anti-Occidentale. Per cercare di ovviare tali problematiche, il Presidente Putin, nel 2005, espresse sostegno totale al sub-continente nel suo tentativo di ottenere un seggio fisso al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Mossa che venne invece apertamente ostacolata dalla Cina. Nel 2007, se inizialmente l’India sembrava maggiormente disposta verso il progetto russo, arrivando anche ad ospitare un meeting a Delhi, verso fino anno presentò invece uno scenario completamente opposto, prendendo di fatto parte alla Quadrilateral Initiative, voluta da Stati Uniti e Giappone. Un anno più tardi, a discapito di tutte le aspettative al riguardo, avvenne un ulteriore summit, in Russia, durante il quale si discussero problematiche relative al terrorismo e alle tratte di stupefacenti. Nello stesso periodo era anche diventata evidente la rivalità tra Stati Uniti e Russia, finalizzata a ottenere maggiori attenzioni dall’India, non solo in campo diplomatico, ma anche militare e commerciale, arrivando quasi a dare alla Cina una posizione discriminata all’interno della RIC. Per quanto detto finora, si può quindi chiaramente osservare che un’alleanza tra Russia, Cina e India non può essere considerata fattibile, ma solo un possibile “ménage à trois” che incentiverebbe le tre potenze a prendere una posizione comune per quanto riguarda determinate problematiche globali in particolari contesti, si tratta quindi di “eccezioni” particolari. Nonostante il fallimento di questo tentativo di alleanza in Oriente, i rapporti tra India e Russia non hanno però subito particolari fratture. Nel 2010, durante la visita del Presidente russo Dmitry Medvedev in India, il partenariato strategico è stato elevato al livello di «Partenariato strategico speciale e privilegiato», con la chiusura di nuovi accordi multimiliardari sulle armi, una dichiarazione intergovernativa sulla cooperazione ad ampio raggio nell’ambito dell’energia atomica e una road map per la cooperazione futura. La Russia ebbe inoltre degli incontri con il Pakistan che vennero visti dal sub-continente come dei tentativi di “dehyphening” delle relazioni tra le due rivali. Ulteriori accordi sono stati implementati nel 2014 da Vladimir Putin. Nello stesso anno, l’India decise di non esprimersi in merito al conflitto russo-ucraino in corso nella Crimea, evento che aveva portato le relazioni Russia – Stati Uniti dinanzi a un limbo, nel quale il sub-continente indiano doveva bilanciarsi. Bilanciamento che in realtà non si palesò come un equilibrio perfetto, ma che mostrò delle crepe nei rapporti russo indiani. Tali discrepanze vennero rese alquanto evidenti in territorio afghano. Tra il 2015 e il 2016, infatti, Russia e India si trovarono in ampio disaccordo sull’atteggiamento da mantenere nei confronti dei Talebani e dello Stato Islamico. Se la prima riteneva che i Talebani fossero un “male minore” e più accettabile rispetto allo SI, la seconda preferiva attenersi alla dichiarazione comune fatta nel 2013 “in società multietniche e democratiche come l’India e la Federazione Russa, gli atti terroristici perpetrati sotto slogan ingannevoli sono in realtà attacchi alla libertà e ai valori democratici delle nostre società e mirano a minare l’integrità territoriale delle nostre nazioni” . Scelse quindi di mantenere un approccio più circospetto con l’Afghanistan, mentre la Russia, dando l’appoggio ai Talebani, si avvicinò maggiormente al Pakistan e alla Cina. Si può quindi notare l’inizio di un distacco tra le due potenze. Gli anni successivi si sviluppano in maniera altrettanto interessante. Se da un lato risulta abbastanza la crescente dipendenza sino-russa in relazione a tematiche economiche e strategiche , da un altro punto di vista il binomio russo-indiano continua a persistere. Infatti, è stata la Russia a spingere affinché l’India diventasse membro a pieno titolo della Shangai Cooperation Organization, nel 2017. Senza dubbio un tentativo, da parte dei russi, per evitare che tale organizzazione fosse completamente dominata dalla controparte cinese. Nei due anni successivi, vengono conclusi accordi militari dal valore di diversi miliardi tra la Russia e il sub-continente indiano. Il più importante risale al 2018 e include la fornitura russa del sistema missilistico di difesa aerea S-400 Triumph e di 39 fregate della classe 4 Admiral Grigorovich. Tale accordo è stato visto come uno sviluppo fondamentale nei rapporti russo-indiani, dato che gli Stati Uniti si erano opposti allo scambio missilistico, minacciando anche di attuare delle sanzioni verso il sub-continente. Nel 2019 il Primo Ministro indiano Narendra Modi venne anche invitato come ospite principale all’Eastern Economic Forum. L’India e la Russia hanno collaborato in questo periodo più brutto per il mondo intero, sia per quanto riguarda il rifornimento al sub-continente di ventilatori, maschere e altri dispositivi medici, sia nella produzione del vaccino Sputnik V. Il 2021 ha anche visto un forte impegno all’interno della BRICS- organismo che racchiude Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa fondato nel 2006- sotto la presidenza indiana (MEA, 2022). In generale, ciò che si può notare dal quadro riportato, le relazioni tra India e Russia sono riuscite a rimanere relativamente “solide” nel tempo, nonostante evidenti periodi di distacco e il sorgere di nuovi interessi e alleanze per la seconda. Sicuramente non vanno sottovalutati i rapporti strategici tra Cina e Russia. La prima è considerata il pericolo principale per il sub-continente nell’area asiatica e senza dubbio ha delle ripercussioni sulla volontà indiana di trovare dei legami anche con gli Stati Uniti e l’Occidente in generale. Il rapporto tra India e Cina è di particolare interesse non solo poiché, come riportato dal Primo Ministro cinese Wen Jiabao durante un incontro con la controparte indiana Manmohan Singh nel 2004 “Quando ci stringiamo le mani, l’intero mondo ci guarda” (TOI, 2005), ma anche perché mette in luce due punti fondamentali nell’analisi geopolitica dell’Asia. In primis, i due giganti sono considerati il motore della cosiddetta “Asian Century”. Questo concetto è incentrato sulla tesi che entrambi gli Stati assumano un ruolo maggiore nella formazione dell’ordine globale, sulla base della valutazione degli spostamenti nell’equilibrio di potere, delle capacità militari, della crescita economica, delle ambizioni regionali e globali. Il secolo asiatico ha due requisiti, ossia la crescita strategica ed economica dei due paesi e l’abilità di entrambi di trovare una strada comune. In secondo luogo, analizzare i rapporti diplomatici -e non solo- tra India e Cina permette di notare il concetto di “coesistenza competitiva” . Ovvero, il rapporto di “amore e odio” -se così lo si vuole semplificare- che caratterizza da sempre questi due Stati, portandoli ad avere spesso obiettivi comuni, ma interessi discordanti e un clima di sfiducia strategica, come verrà anche chiarito nel corso di questa sezione. Le relazioni tra la Repubblica Popolare Cinese e il sub-continente indiano vedono i loro inizi negli anni Quaranta a seguito dell’indipendenza-costituzione di entrambe, e fin da subito sono state denotate da un rapporto competitivo. Diverse sono le motivazioni per tale framework. Da fattori territoriali, energetici, a elementi commerciali e di influssi nell’area asiatica. Sicuramente, è interessante iniziare con la menzione della guerra strategica per l’acqua che da sempre interessa questi due giganti. Centro di questa disputa è il Brahmaputra, fiume che nasce in Tibet nella regione del lago Manasarovar, a 5000 metri di altitudine, e che nella sua corsa verso il mare attraversa il Bhutan, l’India per poi scorrere in Bangladesh e sfociare nell’Oceano Indiano. È di fatto una preziosa fonte d’acqua per le agricolture dei paesi che attraversa e una sorgente di energia pulita. Il potenziale è sfruttato da Cina e India con dighe e centrali idroelettriche. Da solo, il Brahmaputra porta all’India quasi metà della sua energia idroelettrica. C’è però un grosso dilemma legato alla sua esistenza, ossia “se si prende a monte, manca a valle”. Questo concetto è il fulcro della competizione sino-indiana, per quanto riguarda quest’area di competenza. Pechino e Nuova Delhi si accusano a vicenda di sovrasfruttamento delle risorse. Nello stato di Assam ci sono state, negli anni, diverse proteste contro le dighe di costruzione cinese e l’incapacità del governo indiano di contrastare tale minaccia. Durante una riunione tenutasi a Dacca nel 2010, venticinque esperti dei paesi del bacino hanno emesso una Dichiarazione sulla Sicurezza Idrica, chiedendo il libero scambio di informazioni tra i diversi Stati nei periodo di scarso flusso e altri mezzi di collaborazione. Nel 2013 è stato inoltre istituito un tavolo di discussione, il Brahmaputra Dialogue, il quale, però, non crea misure vincolanti, ma offre solo delle indicazioni di massima che i diversi paesi membri dovrebbero rispettare. Tale iniziativa si è rivelata poco efficace soprattutto quando, due anni più tardi, la costruzione di una diga sull’affluente del fiume principale ha interrotto il flusso del corso d’acqua e ha causato un incidente diplomatico. L’India ha immediatamente denunciato il fatto, ottenendo solo il taglio delle comunicazioni dalla Cina. A inizio 2021 la Cina ha annunciato di voler costruire in territorio tibetano la più grande diga del mondo. Ciò comporterebbe meno acqua e meno energia a valle. Inoltre, il cantiere si avvicina allo stato indiano settentrionale dell’Arunachal Pradesh, territorio centro di forti dispute, come verrà analizzato nel corso di questa sezione. L’India ha reagito con il progetto di costruzione di 100 dighe nei prossimi anni, atte a consolidare la sua posizione nelle aree contese . La guerra idrica non è però l’unico elemento di conflitto tra Beijing e Delhi. Analizzando il Novecento e gli anni Duemila, si nota infatti che un’altra grande problematica è legata a questioni territoriali e alla volontà di entrambe di espandere il proprio predominio sul resto dell’Asia. Nonostante, all’indomani dell’Indipendenza, l’India fosse già consapevole della minaccia rappresentata dalla Cina, sotto la guida del Primo Ministro Jawaharlal Nehru si tentò di costruire un rapporto di supporto tra le due potenze. Negli anni’50, Nuova Delhi aveva istituito dei rapporti diplomatici con Pechino, sostenendo addirittura la candidatura cinese alle Nazioni Unite e opponendosi ai tentativi di condannare le azioni della vicina in Corea. Allo stesso tempo, però, entrambe le parti erano consapevoli della problematica rappresentata dalla regione del Tibet, in termini di contesa territoriale. A tal fine, l’India si era impegnata a sostenere l’Accordo in diciassette punti tra i delegati tibetani e la Cina, documento che riconosceva la sovranità cinese sul territorio e garantiva l’attuale assetto socio-politico del paese. Delhi e Beijing firmarono inoltre l’accordo di Panchshila, che supportava i cinque principi per una coesistenza pacifica; ossia il rispetto reciproco per l’integrità territoriale e la sovranità dell’altro, la non aggressione tra le parti, la non ingerenza negli affari interni altrui, eguaglianza e mutui benefici e -per l’appunto- la coesistenza pacifica. In questo decennio i legami sino-indiano sembravano fiorenti, determinando tra l’altro la coniatura del termine “Hindi-China bhai-bhai” (“gli indiani e i cinesi sono fratelli”). Tuttavia, gli anni Sessanta presentano un cambiamento radicale, ma non inaspettato, date le premesse territoriali. Nell’Ottobre del 1962, infatti, l’Esercito Popolare di Liberazione attaccò l’esercito indiano, il quale, impreparato dinanzi al conflitto, perse non solo il controllo di parte del territorio di confine, ma subì anche un’ingente sconfitta in termini umani. Tale scontro segnò un punto di svolta, portando di fatto a un avvicinamento tra Pakistan e Cina e segnando un acceleramento nella formazione del programma nucleare indiano. Nei decenni successivi il Primo Ministro Rajiv Gandhi visitò Beijing nel tentativo di distendere i rapporti di confine, ma faticò a ottenere risultati positivi, soprattutto considerando che, alla fine degli anni Novanta, l’India avviò dei test nucleari e indicò la vicina come la minaccia “numero uno” per la propria sicurezza. Nello stesso periodo, un nuovo terreno di scontro venne trovato nella politica di “Look East” avviata dal sub-continente al termine della Guerra Fredda. L’India era determinata ad uscire dalla scatola strategica dell’Asia meridionale in cui si era ritrovata dopo la sconfitta nella guerra sino-indiana e a tal fine iniziò a impegnarsi nel Sud-Est asiatico alla ricerca di un ruolo più ampio e per evitare il dominio economico e militare cinese nella regione. Se il Novecento si era concluso quasi in maniera drammatica nei rapporti sino-indiani, denotando una profonda rottura a livello di conflitti territoriali, gli anni Duemila, almeno a un primo impatto, sembravano aprirsi diversamente. Già nel 1999, infatti, le due parti decisero di dare inizio a una linea di dialogo bilaterale. A incentivare questo avvicinamento hanno contribuito due elementi in particolare. Innanzitutto, una comunanza di preoccupazioni nei confronti del predominio internazionale degli Stati Uniti, della minaccia dei movimenti religiosi ed etnici in quanto forme di terrorismo e la necessità di rafforzare lo sviluppo economico. Sia Pechino che Nuova Delhi si opposero agli attacchi aerei degli Stati Uniti contro l’Iraq, alla campagna aerea contro la Jugoslavia, a quella contro Saddam Hussain e miravano a favorire un ordine multipolare, contrapposto a quello unipolare prevalentemente statunitense. Nel compiere queste scelte volevano sottolineare l’importanza del rispetto delle sovranità territoriali e del principio di non interferenza . In secondo luogo, Cina e India volevano coordinarsi su questioni di ampio respiro quali il cambiamento climatico, i negoziati commerciali, la sicurezza energetica e la crisi finanziaria globale. Si sostiene che la globalizzazione in moto negli anni Duemila abbia portato a un’ulteriore convergenza degli interessi delle due potenze. Entrambi, infatti, hanno opposto una forte resistenza agli sforzi degli Stati Uniti e di altre nazioni sviluppate di collegare il commercio globale agli standard lavorativi e ambientali, rendendosi chiaramente conto che ciò li avrebbe messi in una posizione di enorme svantaggio e avrebbe ostacolato la loro spinta verso lo sviluppo economico. Si sono inoltre impegnati a elaborare posizioni congiunte all’interno dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) e nei negoziati commerciali globali. Allo stesso tempo, le relazioni economiche si sono intensificate ed è stato addirittura l’ex premier cinese Zhu Rongji a proporre di combinare l’hardware cinese con il software indiano. alla luce di questi fattori, gli anni dal 1999 al 2008 possono essere letti in chiave positiva. Nel 2003, il Primo Ministro Atal Bihari Vajpayee firmò la Dichiarazione Congiunta con la quale i leader di entrambi i paesi hanno sottolineato i progressi compiuti agli inizi degli anni Duemila nelle relazioni bilaterali. Entrambi hanno osservato che lo sviluppo economico e sociale sostenuto dei due Stati è fondamentale per garantire pace, stabilità e prosperità non solo in Asia, ma anche nel mondo intero. Hanno inoltre convenuto il loro reciproco desiderio di avere delle buone relazioni di vicinato e di volersi impegnare a sviluppare un partenariato costruttivo e cooperativo, sulla base dei cinque principi della coesistenza pacifica (India-China, 2003). Nello stesso periodo, le due potenze decisero anche di organizzare le loro prime esercitazioni navali e aeree congiunte e -inoltre- l’India riconobbe ancora una volta la sovranità cinese sul Tibet. D’altra parte, Pechino sembrava aver riconosciuto l’incorporazione da parte dell’India dell’ex monarchia Sikkim, accettando di fatto di mantenere rapporti commerciali e di riaprire il passo del Nathu La, tradizionale punto di scambio tra il Tibet e il Sikkim . Due anni più tardi, India e Cina elevano le loro relazioni a una “Strategic and Cooperative Partnership for Peace and Prosperity” (MEA, 2005), mentre nel 2008, i due Stati firmarono una Visione Condivisa nella Dichiarazione del 21esimo secolo, volta a promuovere la “costruzione di un mondo armonioso di pace duratura e prosperità comune attraverso lo sviluppo del partenariato strategico e cooperativo”. Tale cooperazione non poteva però esistere senza un margine di competizione, poiché i legami erano motivati principalmente da interessi concorrenti nella politica di potere a livello regionale. Diversi sono i possibili esempi al riguardo: nel 2005, Pechino aveva tentato di escludere Nuova Delhi dall’East Asia Summit, mentre l’India estromise Beijing dall’Indian Ocean Naval Symposium. Analogamente, Cina e India hanno cercato di sabotarsi a vicenda nell’ottenimento dello status di osservatore nella SCO e nella South Asian Association for Regional Cooperation. Pertanto, una rapida panoramica della storia dei legami tra India e Cina mette in luce come a caratterizzare i loro rapporti siano le divergenze, definite dalla disparità di potere tra i due paesi, dalla percezione reciproca e dalla sfiducia strategica che spesso li hanno costretti a resistere alla prova del tempo. Non può quindi giungere a sorpresa la svolta del 2009, segnata da una nuova rottura nella cooperazione bilaterale. In quell’anno, la Cina portò la disputa territoriale con l’India fino all’Asian Development Bank, bloccando di fatto una richiesta di prestito di Delhi in previsione di nuovi progetti di sviluppo nello Stato indiano dell’Arunachal Pradesh. Tale azione di Beijing era sostenuta dalla percezione che l’Amministrazione americana del Presidente Barack Obama fosse interessata a stringere nuovi legami con la Cina, nell’ottica di una crescente dipendenza economica con quest’ultima. I rapporti si inasprirono poi ulteriormente per la mancanza di supporto cinese alla cooperazione tra Stati Uniti e India in materia di energia nucleare civile e per la posizione ostruzionistica nei confronti dell’attacco terroristico a Mumbai nel novembre dello stesso anno . A causare le nuove problematiche furono questa volta sia problemi di natura territoriale, che questioni legate alla predominanza sulla regione del sud dell’Asia. Nel primo caso, l’India aveva perso la battaglia sul Tibet, non riuscendo di fatto a limitarne l’uso militare dalla controparte cinese. Il tacito sostegno al Dalai Lama non aveva causato grande impatto nella comunità internazionale e nei vicini- nel 2010 sembrava quasi che il Dalai Lama fosse pronto a un dialogo con Beijing. Inoltre, il confine conteso si era nuovamente dimostrato l’elemento più saliente nelle relazioni sino-indiane. Anche l’area marittima era diventata, nel frattempo, un nuovo scenario di guerra, che vedeva come interesse principale l’Oceano Indiano. Per l’India questo rappresentava ovviamente un interesse diretto arrivando addirittura a definire tale zona come la propria “backyard” per la rivale, invece, era un territorio non di interesse diretto come il Mar Cinese Meridionale od Orientale, ma conquistabile date le riconosciute mire commerciali e securitarie strettamente connesse anche all’esportazione oltremare di risorse energetiche. L’80% delle importazioni di petrolio della Cina passano attraverso lo Stretto di Malacca. Tale punto è stato trattato anche nel nuovo libro bianco cinese sulla difesa per il 2019. Lo Stato ha infatti sottolineato l’importanza della protezione dei suoi «diritti e interessi marittimi» e la salvaguardia dei suoi «interessi d’oltremare. Questi interessi comportano indubbiamente azioni nell’Oceano Indiano, tra cui la fornitura di equipaggiamento militare per i suoi alleati e la costruzione di basi militari e porti commerciali. Da non dimenticare, in aggiunta, il progetto cinese della “21st Century Maritime Silk Road”, volta a rafforzare la connettività marittima e riempire il vuoto del suo status di “offshore”. Connessa a questa problematica, si era anche inasprita la volontà di predominare sulla regione del Sud dell’Asia. Per portare un esempio, Beijing, dal 1962, ha sempre continuato a sostenere lo sviluppo degli armamenti nucleari e dei missili balistici in Pakistan. Tale rapporto le ha permesso, nel tempo, di creare un avamposto navale a Gwadar. Da menzionare anche l’assistenza cinese al Myanmar per la costruzione e il miglioramento delle strutture portuali sulle due isole Cocos nel Golfo del Bengala e nel Mare delle Andamane e la creazione di una base nel porto di Hambantota nello Sri Lanka. In conclusione di tale excursus riguardo alle scelte in termini di politica estera tra Cina e India, si deve menzionare il 2020: anno in cui non solo nuovi scontri territoriali hanno portato i due paesi a eliminare accordi bilaterali siglati negli anni Sessanta del Novecento, ma anche segnato dall’inizio della pandemia di Coronavirus. L’attacco nella valle di Galwan si è dimostrato essere uno spartiacque, sia per come la Cina vede l’India -di fatto il governo di Beijing, in base a quanto riportato da diversi studiosi, ha iniziato a considerare la vicina come minaccia grave per la propria sicurezza, soprattutto a seguito della resistenza nella parte orientale del Ladakh- sia in termini di disposizioni e associazioni bilaterali – internazionali. Lo scontro a Galwan ha infatti reso “nulli” gli accordi bilaterali (1993, 1996, 2005, 2012 e 2013) volti a risolvere le tensioni di confine. Altri elementi di discordia includono l’opposizione di Delhi alla Belt and Road Initiative (BRI) in considerazione del China Pakistan Economic Corridor (CPEC), il diniego cinese all’ingresso indiano nel Nuclear Suppliers Group, la sua «amicizia di sempre» con il Pakistan, il rifiuto di Pechino alla decisione delle Nazioni Unite di designare Masood Azhar come terrorista, nonché la risposta cinese alla creazione da parte dell’India delle “Unioni territoriali di Jammur e Kashmir” e dell’“Unione territoriale del Ladakh”. New Delhi non ha formalmente incolpato Pechino per la pandemia, ma ha chiarito la sua posizione schierandosi con 61 nazioni sulla proposta di una «valutazione imparziale, indipendente e completa» alla riunione del 18 Maggio 2020 presso la World Health Assembly (WHA). Da quanto analizzato si evince, come tra l’altro riportato nella parte iniziale di questa nazione, la natura essenzialmente di “coesistenza competitiva” tra Cina e India. Entrambi i paesi hanno difficoltà a trovare compromessi, soprattutto in luce di realtà territoriali ed “egemoniche” nella propria regione geografica, ma sono invece in grado di trovare filoni comuni per questioni di interesse internazionale ambientali, energetiche ed economiche. Si tratta di un impatto non di poco conto, soprattutto in luce della domanda di ricerca guida dell’elaborato in questione. L’ultima relazione essenziale da analizzare -allo scopo di comprendere la variabile dipendente- è quella tra l’India e gli Stati Uniti. Un rapporto che si è sviluppato in maniera particolare a partire dagli Anni Duemila, ma che non ha mai smesso di presentare momenti di diffidenza affiancati a periodi di intense cooperazioni. All’indomani dell’Indipendenza indiana, gli Stati Uniti erano praticamente estranei alle scelte politiche e globali del subcontinente indiano e avevano pochi legami culturali o economici con l’India nascente . Allo stesso tempo, il mondo si stava preparando alla Guerra Fredda. Da un lato si era schierato il settore Occidentale, a guida americana, alla ricerca di alleanze e impegnato nella costruzione di alleanze (l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico-NATO, l’Organizzazione del Trattato Centrale-CENTO e l’Organizzazione del Trattato del Sud-Est Asiatico SEATO), che avrebbero circondato e contenuto l’URSS. La logica guida di tali orientamenti era che gli Stati che non si schieravano con il settore americano erano da considerarsi necessariamente ostili. La scelta indiana di non allinearsi con nessuno non fu ben accolta da Washington, in quanto non credevano nell’esistenza di una terza via e la difesa del non allineamento era considerata, nel migliore dei casi, debole e ipocrita e, nel peggiore, un vantaggio per l’URSS . I successivi anni Cinquanta vedono il continuo di tale rapporto di diffidenza tra India e Stati Uniti. Situazione accentuata maggiormente dalla scelta del Pakistan di allinearsi con Washington e i suoi sistemi di alleanze, entrando di fatto a far parte della CENTO e della SEATO. Le forniture militari statunitensi al Pakistan potevano essere viste come un rafforzamento della regione pakistana in quanto baluardo anticomunista, ma per l’India erano un dispositivo che consentiva alla vicina di cercare di mantenere la parità strategica. Il decennio successivo ha inizio con la richiesta indiana di supporto americano verso la guerra di confine con la Cina -dalla quale il sub-continente uscirà sconfitto. Nehru diminuì significatamene la sua distanza come paese non allineato nel richiedere l’aiuto militare degli Stati Uniti. Eppure, la riluttanza americana a impegnarsi in qualsiasi assistenza significativa ha imposto la continuazione della natura piuttosto fredda delle relazioni tra le due potenze. Negli stessi anni gli Stati Uniti scelsero di disimpegnarsi dall’Asia del Sud. Scelta dettata in modo particolare sia dal secondo conflitto indo-pakistano del 1965 sia dalle preoccupazioni legate alla prosecuzione della guerra del Vietnam. Salvo una breve parentesi nel 1966, quando l’amministrazione Johnson scelse di esercitare una notevole pressione economica sull’India, affinché moderasse le sue critiche alla guerra del Vietnam, riformasse le sue politiche agricole e aprisse la sua economia interna agli investimenti stranieri, gli Stati Uniti, a tutti gli effetti, avevano perso interesse per il sub-continente. Negli anni’70 i rapporti peggiorano maggiormente. In primis, a causa di una scarsa crescita economica e delle sue limitazioni diplomatiche, l’India era diventata a tutti gli effetti un soggetto marginale nell’ordine globale. In aggiunta, l’evidente supporto militare russo alle guerre territoriali indiane e la scelta di Indira Gandhi di ampliare i rapporti con l’URSS e di non denunciare l’invasine sovietica in Afghanistan del 1979, spinsero Washington a rinnovare le relazioni strategiche con il Pakistan. Tali intrecci si manifestarono nel 1971, quando gli Stati Uniti sostennero il Pakistan allo scopo di evitare che i rafforzati legami russo-indiani dessero al sub-continente maggiori possibilità di ampliare la propria egemonia regionale. L’ostilità tra le due potenze era chiaramente evidente. Indira Gandhi nel1972 riteneva che: «Le nostre relazioni con gli Stati Uniti sono iniziate piuttosto bene. Purtroppo, questa fase è stata di breve durata. Con l’ascesa degli Stati Uniti a una posizione dominante nel mondo, la preoccupazione e il rispetto di Washington per l’indipendenza nazionale dell’India sono passati in secondo piano. La conseguenza logica e pratica di questa politica (Guerra Fredda) è stata quella di dividere il mondo in due campi contrapposti e di aspettarsi che ogni paese appartenesse all’uno o all’altro, preferibilmente al blocco occidentale. L’India è stata considerata con disapprovazione e risentimento per la sua politica indipendente. Questo non ha potuto non influire sulle relazioni bilaterali tra India e America. Nonostante le fluttuazioni di umore, le nostre relazioni nel complesso sono rimaste inquiete per un lungo periodo. Con nostra grande preoccupazione, la politica statunitense, così come si è sviluppata, ha compromesso seriamente i nostri interessi vitali. Per quanto riguarda il Bangladesh e durante la guerra di dicembre, gli Stati Uniti hanno apertamente appoggiato il Pakistan a scapito dei valori umani fondamentali». La posizione degli Stati Uniti al riguardo era stata invece fornita da George H. W. Bush nel 1971. Secondo l’ex Presidente degli Stati Uniti, l’India aveva attuato un’invasione completa nell’est del Pakistan e andava fermata . Di conseguenza, elementi della Settima Flotta statunitense furono inviati nel Golfo del Bengala, con tanto di portaerei, per fare pressione sull’India. Tuttavia, tali tensioni furono contrastate da un fermo sostegno diplomatico e da segnali di disponibilità sovietica nel dispiegare le proprie forze militari . Il Pakistan, invece, aveva deciso di approfittarsi di tale situazione. Il generale Zia-ul-Haq, aveva infatti imposto un prezzo economico e militare significativo alla cooperazione con Washington. Durante il suo mandato, gli Stati Uniti hanno fornito due pacchetti di assistenza all’estero: il primo per cinque anni di 3,2 miliardi di dollari e il secondo per sei anni di $4,02 miliardi. Gli anni ’80 presentano due scenari da prendere in considerazione. Da un lato c’era la relazione ancora forte tra Stati Uniti e Pakistan, dall’altro, l’India cercava un cambiamento per imporsi maggiormente a livello globale. A tal proposito, le riforme di Indira Gandhi e Rajiv Gandhi avevano generato un consenso sull’opportunità di un modello economico liberalizzato almeno un anno prima della crisi della bilancia dei pagamenti. Trovando un’opportunità nella crisi, l’esecutivo indiano procedette con le riforme, convinto che l’integrazione economica globale fosse imperativi. Il Primo Ministro Narasimha Rao aveva inoltre riconosciuto la necessità di tracciare un nuovo corso per il paese sia a livello nazionale che internazionale. Tale tentativo di modificare l’orientamento della politica estera del sub-continente indiano maggiormente a favore degli Stati Uniti incontrò però tre ostacoli abbastanza significativi. In primo luogo, a livello globale, gli Stati Uniti pochi interessi significativi in India, a parte la non proliferazione. Proprio il discorso sul nucleare aveva tra l’altro creato conflitti significativi tra le due potenze. L’India era infatti contraria al Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP) e rifiutava categoricamente di aderire alle sue aspettative. In secondo luogo, a livello regionale, anche se il Dipartimento del Commercio americano avesse deciso di nominare quello indiano come uno dei «grandi mercati emergenti» a livello mondiale, gli investimenti e gli scambi commerciali statunitensi verso l’India sarebbero comunque rimasti trascurabili. Infine, a livello burocratico, in entrambi i paesi persisteva un clima di diffidenza. La maggior parte dei burocrati indiani dubitavano degli obiettivi e degli interessi americani nell’Asia del Sud. Dati tutti i fattori sopra enunciati, si può comprendere come -in questo decennio- i miglioramenti nelle relazioni indo-statunitensi furono, nel migliore dei casi, incostanti e spesso ostaggio di piccole divergenze episodiche. La fine della Guerra Fredda, come già analizzato aveva comportato grandi cambiamenti per il sub-continente. L’India era di fatto rimasta isolata a livello globale e -data la caduta dell’URSS- doveva costruire nuove relazioni internazionali. Dal punto di vista americano, tale svolta non significava soltanto aver eliminato un avversario importante, a causa del quale erano state costruite alleanze e altri paesi -come l’India- avevano subito pesanti giudizi, ma anche dover rivedere i propri equilibri con la Cina. Stati Uniti e Cina avevano infatti costruito dei sistemi di cooperazione per far fronte a Mosca durante la Guerra Fredda, ma, come si può ben comprendere, una volta rimosso il comune denominatore, tale alleanza non ha più avuto motivo di esistere e Washington ha iniziato a vedere in Beijing una potenza rivale emergente. Nel frattempo, i problemi dell’India con la Cina non erano mai diminuiti. L’avanzamento del sub-continente in Asia lo metteva sempre più a confronto con una Cina in ascesa in egual misura. Nel mondo delle relazioni internazionali, c’era chi osservava tale rapporto in un’ottica di balance of power. Per studiosi come Kenneth Waltz, Beijing e Delhi avrebbero potuto creare un equilibrio contro Washington. Invece, secondo la dottrina del balance of threat -sostenuta da autori quali Stephen Waltstyle- fattori di potenza aggregata, capacità offensive, intenzioni offensive percepite e prossimità geografica sembravano importanti per l’India nello scegliere di creare relazioni più forti con gli Stati Uniti, contro la Cina . Poste queste basi, gli anni successivi, fino al 2021, verranno analizzati in base alle diverse amministrazioni americane e agli indirizzi politici intrapresi da ciascun Presidente. L’amministrazione di Bill Clinton che va dal 1993 al 2001 fu la prima a cercare un effettivo avvicinamento tra India e Stati Uniti. Uno step iniziale può essere identificato nella firma, nel 1995, dell’ Agreed Minute on Defense Cooperation. Documento che voleva garantire un aumento graduale della cooperazione nel settore della difesa e allo stesso tempo motivare il processo di approfondimento e rafforzamento delle relazioni di sicurezza tra Delhi e Washington. Tuttavia, il ritmo si dimostrò più lento del dovuto. Lo stesso William Perry, all’epoca Segretario alla Difesa statunitense, ci tenne a precisare che “in India ho sottolineato che la vendita di armi non era semplicemente all’ordine del giorno. Ho detto che avremmo cercato modi per aumentare gradualmente la cooperazione nella ricerca e nella produzione di armi, ma ho sottolineato che non si tratta di un’area in cui si possono fare passi immediati o audaci” . Inoltre, le forniture statunitensi al Pakistan non si erano mai fermate e continuavano a complicare le relazioni con l’India. Un evento significativo durante la presidenza Clinton è identificabile con i test nucleari del 1998. Il Bharatiya Janata Party (BJP) decise di eseguire tali test in risposta alle vicine Pakistan e Cina. Washington dimostrò immediatamente il suo dissenso e impose delle sanzioni al sub-continente, creando di fatto una nuova posizione di stallo tra le due potenze. Gli anni Duemila si aprirono però con un nuovo tentativo di riappacificazione. Il Presidente Americano svolse infatti una visita istituzionale a Delhi, durante la quale tenne un discorso di congratulazioni con l’India per aver compiuto la liberalizzazione del proprio mercato ed essersi imposta tra le dieci economie mondiali in crescita. Specificò anche che Washington era aperta a supportare il sub-continente, in quanto importante partner in termini commerciali e di investimenti . L’amministrazione successiva fu guidata da George W. Bush dal 2001 al 2009 e fu immediatamente scossa dall’attacco terroristico del 11 settembre perpetrato da al-Qa’ida. L’India fornì subito il suo supporto e anche delle strutture di transito quando gli Stati Uniti si mobilitarono contro il regime dei Talebani in Afghanistan. Qualche mese più tardi -a seguito dell’attacco al parlamento indiano del 20 dicembre- Washington ha inserito Jaish-e-Mohammed e Lashkar-e-Taiba in tutti e tre gli elenchi americani dei terroristi. Ha inoltre invitato il Pakistan a prendere provvedimenti per reprimere gli attacchi terroristici provenienti dalla sua regione. La politica estera di Bush non era però interessata solamente ai problemi sopra descritti, ma anche ad arginare la minaccia rappresentata dalla Cina. Per fare ciò aveva bisogno di legare l’India agli Stati Uniti in più modi. Nel 2004, venne lanciata l’iniziativa USA-Indian Next Steps in Strategic Partnership (NSSP), mentre nel 2005 prese avvio l’Indian-US Global Democracy Initiative (GDI). Nello stesso anno, tra l’altro, venne anche siglato un Defence Agreement tra i due paesi- documento che coinvolgeva l’India nell’acquisto di armi potenti e avanzate dagli Stati Uniti- e -nel mese di luglio- l’amministrazione Bush dichiarò di voler raggiungere un nuovo livello di cooperazione con Delhi in materia di energia nucleare civile. Diverse furono le opinioni che si formarono in India in merito all’accordo indo-americano sul nucleare. Il Bhartiya Janata Party (BJP) criticò subito il patto. L’ex primo ministro indiano Atal Bihari Vajpayee sostenne che il governo indiano aveva rinunciato il suo diritto di determinare il tipo di deterrente nucleare da avere in futuro, in base alla propria percezione della minaccia. Vajpayee dichiarò che non solo il nuovo accordo avrebbe imposto restrizioni al programma di ricerca nucleare, ma anche che l’India avrebbe dovuto sostenere costi enormi per separare le installazioni nucleari militari da quelle civili. Anche i partiti di sinistra, all’epoca parte della coalizione di governo nel sub-continente, mossero critiche verso l’accordo poiché non erano stati consultati al riguardo. Altri espressero il timore che le attività di ricerca indipendenti orientate a scopi pacifici, tra cui il programma indiano di produzione di energia rapida, potessero essere ostacolate o rallentate. Infine, anche la comunità scientifica denunciò di non essere stata consultata. Si nota quindi come un accordo così importante a livello internazionale, generò non poco dissenso a livello di politica interna. Sempre durante la presidenza di Bush, l’India comprò l’USS Trenton per avere una performance migliore nell’Oceano Indiano e nel 2009 acquistò i più recenti Boeing P-8 AWAC. Ci furono anche delle esercitazioni tra la marina indiana e quella statunitense nel Pacifico Occidentale . Di fondamentale importanza nell’ultimo periodo della presidenza Bush è stato anche l’ingresso di New Delhi nel Quadrilateral Security Dialogue (QUAD), gruppo che riunisce India, Giappone, Australia e Stati Uniti in quanto alleanza marittima delle democrazie. Il forum è mantenuto attraverso incontri, vertici semi regolari, scambi di informazioni ed esercitazioni militari di tutti i paesi membri . A seguire ci fu poi l’amministrazione Obama dal 2009 al 2017 la quale presentò sicuramente una forte volontà nel continuare a creare politiche comuni con Delhi, ma allo stesso tempo riscontrò anche delle problematiche. Questioni legate principalmente alle minacce terroristiche in Pakistan e Afghanistan, alla cooperazione nucleare e al ruolo del sub-continente nella regione dell’Asia Pacifico. L’India voleva ricoprire una funzione maggiore nella ricostruzione dell’Afghanistan, mentre gli americani volevano evitare tale coinvolgimento a causa delle risapute tensioni territoriali con il Pakistan. Nel 2009 ci furono due importanti incontri, il primo tra Barack Obama e il Primo Ministro Manmohan Singh negli Stati Uniti, durante il quale l’India venne definita indispensabile, il secondo tra Hillary Clinton e alcuni dei maggiori leader di impresa indiani, volto sempre a rilanciare la cooperazione economica tra le due potenze. Nello stesso anno ebbero anche luogo le negoziazioni sul cambiamento climatico a Copenaghen. In tale occasione, India, Cina, Brasile e Sud Africa misero in luce il loro punto di vista in quanto paesi in via di sviluppo, in contrapposizione alle direttive Occidentali sul clima, causando di fatto una rottura in termini di sicurezza energetica con gli Stati Uniti. L’anno successivo ci furono nuove decisioni sul nucleare e durante una visita del Presidente Americano in India si discusse la non-proliferazione e l’importanza securitaria di maggiori controlli sulle esportazioni. Nel 2011 ci furono ulteriori incontri in merito a tematiche securitarie. Venne sottolineata l’importanza per l’India di ampliare la propria dottrina di “Look East”, ossia di non soffermarsi solo sull’osservare le proprie vicine, ma anche di ingaggiarle in nuove cooperazioni e di agire per loro, allo scopo di evitare l’egemonia regionale cinese. Fu incentivata anche la cooperazione marittima attraverso nuove esercitazioni navali e mantenendo le rotte marittime al sicuro dalla pirateria e dal terrorismo. Nel 2015 i rapporti tra Washington e New Delhi continuarono in positivo, sia in termini securitari -gli Stati Uniti diventarono il maggiore fornitori di armi all’India, portando il sub-continente a pagare gli equipaggiamenti americani $5milioni, $1milione in più rispetto agli scambi con la Russia- sia in termini commerciali. Nel complesso, durante l’amministrazione Obama, le strette relazioni indo-americane si mantennero e solidificarono maggiormente. Da prendere in considerazione nell’ambito della mia analisi l’amministrazione guidata da Donald Trump dal 2017 al 2021. Ciò che risulta interessante di questa presidenza è la visione strategica stessa di Trump, il quale reputava che gli Stati Uniti dovessero dimostrarsi militarmente dominanti a livello internazionale, ma diplomaticamente ed economicamente autarchici. Nello specifico, suggeriva una strategia che lasciava poco spazio agli impegni di alleanza e che adottava un approccio transazionale, sia con gli amici che con i potenziali avversari. Proprio questa dinamica ha dimostrato di creare degli svantaggi per l’India. Una delle principali preoccupazioni risiedeva nel fatto che il governo americano potesse cercare degli accordi con Beijing, a danno ovviamente degli interessi indiani e della partnership indo-americana, fortificatasi negli anni Duemila soprattutto per arginare la problematica cinese. Un ulteriore dilemma era rappresentato dal rapporto tra Stati Uniti e Russia. Un’intesa maggiore tra Mosca e Washington avrebbe sicuramente fatto comodo al sub-continente, ma l’amministrazione Trump non sembrava essere interessata a questa linea nelle proprie relazioni internazionali. Infine, non smetteva di persistere il dilemma del Pakistan. La vicina infatti ha costantemente continuato a incentivare azioni terroristiche nell’area indiana del Kashmir e l’India, d’altra parte, ha sempre temuto la possibilità di un’escalation nucleare, arrivando di fatto a limitare le proprie risposte al confine, a mantenere prevalentemente una posizione difensiva e a dipendere dalle pressioni applicabili dagli Stati Uniti sul Pakistan . Come eventi chiave di questa presidenza va sicuramente menzionato il primo incontro a luglio 2017 tra Donald Trump e il Primo Ministro Narendra Modi. Durante tale meeting, sebbene fossero note le varie divergenze in merito al commercio, al cambiamento climatico, ai visti H-1B, si decise di non menzionarle in maniera esplicita e la dichiarazione congiunta finale enfatizzò il rafforzamento della partnership in materia difensiva, la cooperazione nell’antiterrorismo e l’aumento dei legami economici. A settembre 2018, il Segretario di Stato americano Mike Pompeo e il Segretario alla Difesa Jim Mattis firmarono il Communication Compatibility and Security Agreement (COMCASA) con il Ministro degli Affari Esteri indiano Sushma Swaraj e il Ministro della Difesa Nirmala Sitharaman. L’accordo permetteva all’India di accedere a tecnologie di comunicazione avanzate utilizzate nelle attrezzature di difesa statunitensi e permetteva anche la condivisione di informazioni in tempo reale tra le forze armate dei due Paesi. Un anno più tardi, però, l’amministrazione Trump decise di porre fine allo status commerciale preferenziale del sub-continente. Affermò infatti che l’India non aveva fornito un accesso equo e ragionevole al proprio mercato. Settimane dopo, New Delhi impose dazi su ventotto prodotti statunitensi. Nel 2020, invece, il Presidente americano visitò per la prima volta Modi in India. Durante il loro incontro, i due leader annunciarono piani di collaborazione in materia di lotta agli stupefacenti. Delhi accettò di acquistare $3 miliardi in attrezzature militari statunitensi e la compagnia petrolifera statunitense ExxonMobil stabilì un accordo con la Indian Oil Corporation. A livello commerciale, i funzionari non raggiunsero un accordo, con divisioni incentrate su prodotti agricoli, tariffe e altre aree. Nello stesso anno, i più alti funzionari della difesa e degli affari esteri degli Stati Uniti e dell’India firmarono un accordo di condivisione dell’intelligence. Il Basic Exchange and Cooperation Agreement (BECA) è l’ultimo dei quattro accordi militari fondamentali firmati dai due Paesi negli ultimi due decenni. Esso consente la condivisione di dati geospaziali sensibili per aumentare la precisione dei droni e dei missili da crociera indiani. Durante una conferenza stampa, il Segretario alla Difesa statunitense Mark T. Esper sottolineò l’impegno dei due paesi a mantenere l’Indo-Pacifico libero e aperto (CFR, 2023). In conclusione, lo scenario qua riportato dimostra l’esistenza di un ampio divario nei rapporti indo-americani tra il Novecento e gli Anni Duemila. Dall’ Indipendenza fino al 1999 si era instaurato un clima di distacco e “freddezza” tra le due potenze, dato principalmente dall’ancora mancato sviluppo economico e internazionale del sub-continente indiano, dalla sua iniziale scelta di non volersi allineare con nessuno dei due schieramenti della Guerra Fredda e dalla sua successiva partnership con l’URSS, dettata in modo particolare dalla necessità di potersi proteggere nelle linee di confine con il Pakistan e la Cina. Aiuto, che come sottolineato, era stato rifiutato dagli Stati Uniti in quel periodo. Il crollo russo al termine del conflitto ha però generato una necessità di cambiamento per Delhi. Risultava essenziale uscire dall’isolamento internazionale nel quale si era racchiusa e cercare nuovi alleati per contenere la controparte cinese, in ampia espansione nella stessa area geografica di interesse. È proprio la dinamica cinese che ha finalmente permesso l’instaurazione di una partnership tra gli Stati Uniti e l’India. Legame che ha condotto Washington a superare persino la Russia in determinati scambi commerciali e securitari. Fino al 2021 si può quindi parlare di un rapporto in crescita e decisamente solido. L’elezione di Joe Biden alla presidenza degli Stati Uniti ha determinato un ulteriore approfondimento della partnership già consolidata, indicando come ormai quest’ultima sia divenuta parte strutturale della politica estera americana. L’Amministrazione Biden ha presieduto una vasta espansione dei compiti del QUAD attraverso la creazione del QUAD Working Vaccine Group, del QUAD Climate Working Group e dell’Emergency Technology Working Group. L’obbiettivo di questi gruppi è rafforzare la cooperazione tra i membri del QUAD in settori altamente strategici. Il 24 settembre 2021 si è tenuto il primo incontro di persona del QUAD, durante il quale i vari leader delle nazioni coinvolte hanno dichiarato di voler cooperare per un Indo Pacifico “Libero e Aperto”, nonché nell’ambito delle catene di approvvigionamento manifatturiero e della distribuzione dei vaccini. In particolare, su quest’ultimo fronte, dopo un iniziale momento di tensione provocato dalla decisione americana di non esportare verso l’India materiale per la produzione dei vaccini ai sensi del National Defense Production Act, gli Stati Uniti hanno avviato la “QUAD Vaccine Partnership”, la quale ha promosso investimenti nella manifattura indiana con lo scopo favorire la produzione domestica di vaccini. I paesi parte dell’iniziativa hanno, inoltre, donato milioni di dosi di vaccino alle nazioni dell’Indo-Pacifico. In particolare, gli Stati Uniti hanno donato circa 236 milioni di vaccini a paesi del Sud Est Asiatico e dell’Asia Centrale. Infine con l’arrivo di Donald Trump c’è stato un incontro con tra il primo ministro indiano Narendra Modi e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump hanno concordato di mantenere uno stretto dialogo per portare avanti il partenariato strategico tra i due Paesi, ha dichiarato mercoledì Nuova Delhi, mentre il ministro del Commercio indiano è impegnato in colloqui negli Stati Uniti con l’obiettivo di raggiungere un accordo commerciale ad interim. In una conversazione Modi e Trump hanno esaminato la cooperazione bilaterale in materia di commercio, difesa, energia e tecnologie critiche, ha dichiarato l’ufficio del primo ministro indiano in un comunicato. Hanno inoltre scambiato opinioni sugli sviluppi regionali e internazionali, compresi gli sforzi per promuovere la pace e la sicurezza globale, ha aggiunto il comunicato. Il ministro del Commercio indiano Piyush Goyal si trova negli Stati Uniti dal 29 settembre al 5 ottobre per discutere un accordo commerciale bilaterale proposto e un’intesa ad interim. Goyal dovrebbe incontrare i suoi omologhi statunitensi nell’ambito degli sforzi per portare avanti un «accordo commerciale bilaterale tra India e Stati Uniti equilibrato e reciprocamente vantaggioso», ha dichiarato Nuova Delhi all’inizio della settimana. Martedì Goyal è arrivato a Milwaukee per una riunione dei ministri del Commercio del G20 e ha incontrato amministratori delegati e dirigenti senior di aziende statunitensi del settore manifatturiero e tecnologico durante una tavola rotonda organizzata dalla National Association of Manufacturers, ha dichiarato il ministero del Commercio indiano. Era inoltre previsto che partecipasse a una riunione dei ministri del Commercio del G20 in Wisconsin, su invito del rappresentante commerciale degli Stati Uniti Jamieson Greer. India e Stati Uniti non hanno ancora raggiunto un accordo dopo mesi di negoziati: Nuova Delhi chiede condizioni migliori nell’intesa proposta. All’inizio del mese l’India ha dichiarato di aver comunicato a Washington che le nuove misure tariffarie statunitensi legate agli acquisti indiani di petrolio russo potrebbero incidere sulle relazioni bilaterali. Infine c’è da analizzare una nuova visione geopolitica che negli ultimi tempi ci mette di fronte a nuove potenze una di queste si chiama India.
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