Lì, sul quel prato brullo dove pascolava solitario Romano, ora galoppa forsennato Kayode. Dal Belgio alla Turchia sono passati tre giorni, che al cambio del calcio attuale valgono un paio d’anni di analisi, in tutti i sensi. L’Italia che trionfa 4-1 a Bursa, arraffando tutte le colonne possibili delle pagine sportive, è la stessa che sabato scorso era stata scorticata per aver perso col Belgio. E’ cambiato tutto: il nostro destino in Nations League (parlandone da competizione esiziale che non è), la percezione dei nostri giovani, il futuro stesso del Paese. E’ una sinusoide un po’ isterica, una montagna russa che viaggia per ondulazioni verso venerdì: la Francia. La nemesi talentuosa della Spagna. Quella che sulla carta avrebbe dovuto stravincere i Mondiali. Un allegorico mostro finale di questo carnevale che stiamo addobbando sulla squadra di Mancini.
L’unica architettura stabile che l’Italia del calcio può permettersi, al momento, è un’altalena. Esauriti tutti i superbonus, lavoriamo sulla facciata. E così il Belgio aveva aperto una ferita che la Turchia ha ricucito. Basta sempre pochissimo, in questo procedere a tentoni, per trovare un equilibrio prima di perderlo di nuovo.
Mancini sa benissimo godersi i momenti: s’è lasciato bagnare dalla pioggia che veniva giù a secchiate, in Turchia. Una carezza in vista della seguente conferenza stampa in cui gli stessi giornali che l’avevano attaccato gli avrebbero fatto le feste. Il ct sa anche come gestire i picchi ormonali di una nazione calcistica traumatizzata. Il talento estinto, il vivaio in coma, la ricostruzione ridotta a cantiere abusivo: era una parentesi. La meglio gioventù che adesso viene cantata a mezzo stampa è altrettanto anabolizzata: Kayode, all’esordio, migliore in campo con un gol e un assist. Pio Esposito che segna col fratello di fianco. Quattro marcatori diversi in tabellino, un lusso quasi imbarazzante. Mancini non crede a nessuna delle due dimensioni parallele: “Cercheremo di recuperare le forze ed essere pronti per la sfida di Parigi, ma sono fiducioso; abbiamo tanti giovani freschi e pronti a darci una mano”. L’impassibilità è lo stato presente della sua materia. Mentre un gradino più su, il Presidente federale che l’ha scelto, traballa paurosamente.
La freschezza è l’arma che Mancini s’è giocato come un jolly, per sparigliare: cambiare tutto, stravolgere, rimescolare, versare a piacimento. Con la Turchia era il momento giusto, il posto perfetto. E’ andata bene benissimo, ed è una riconcorsa che serve a lanciare – anche mediaticamente – la terza sfida, quella più improbabile. La Francia di Zidane senza Mbappé ma con un’altra manciata di pretendenti al Pallone d’Oro. Un livello fuori scala, persino per la metrica con cui l’Italia stamattina ha deciso di misurare lo stato dell’arte della sua Nazionale. Su e giù, bello o brutto, bene o male: oggi non siamo quelli di tre giorni fa, e chissà chi saremo venerdì. Del doman non v’è mai certezza, è l’Italia e tutto il suo contrario. Immarcabili.
Mario Piccirillo
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