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Ma i pannelli solari inquinano davvero “di meno”? Il confronto (che nessuno fa) col termoelettrico

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
28 de septiembre de 2026
in Ambiente, Ecología
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Ma i pannelli solari inquinano davvero “di meno”? Il confronto (che nessuno fa) col termoelettrico
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Quando ascoltate qualcuno in tv vorreste pensare che sia autorevole, il migliore di tutti gli Avengers, più autorevole addirittura di Albus Silente, il preside della Scuola di Magia di Hogwarts, ma non sempre è così. Vi dò due numeri, i due valori che definiscono l’autorevolezza degli scienziati: Mario Tozzi, ha un h-index di 6, Luca Mercalli di 12 (su Scopus). L’h-index è il voto che si dà all’interno della comunità scientifica, per valutare la credibilità, e la capacità di produrre ricerca di alto livello. Loro sono i “buoni” in tv, adesso vi dò i voti dei “cattivi”: Gianluca Alimonti, ha un h-index di 139, è docente di fondamenti di Energetica a UniMi e ricercatore dell’INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare), Adriano Mazzarella con 65, è un climatologo, già docente all’Università Federico II, Giuliano Panza, 54, una carriera da docente di geofisica all’Università di Trieste, e poi Nicola Scafetta dottorato alla University of North Texas, oggi alla Federico II di Napoli, viene liquidato di solito con l’etichetta di eretico. Il suo profilo Google Scholar segna però un h-index di 45, con oltre 6.000 citazioni (Top Italian Scientists, 2026; Google Scholar, 2026). Ora, se doveste andare da un dentista, o da un chirurgo, andreste da uno che ha come voto 6, o 139? Ditemi voi. Certo, se il dentista è sempre in tv, a rassicurarvi su quanto è bravo, vi verrebbe il dubbio. Lo capisco. I buoni dicono che la CO2 ci sta uccidendo, i cattivi dicono che la cosa è molto più complessa, e che la variabile fondamentale non è la CO2, ma il sole, le nuvole, gli errori dei modelli di previsione (vi ricordo che negli anni 70’ – i Tozzi e i Mercalli di allora – prevedevano l’arrivo di una piccola era glaciale, leggi qui), gli errori di rilevamento delle temperature (ne parliamo in un altro pezzo), e la realtà osservata. Ma nessuno ascolta la scienza “complessa”, perché la complessità è difficile, la semplicità è Tesla Fratoianni, insomma, più facile. Che poi una macchina elettrica non è a emissioni zero. Basta fare due calcoli, facciamo un esempio: per ricavare i materiali occorrenti per una batteria di auto elettrica bisogna scavare una vasta quantità di roccia e terra, che dipende dalla percentuale di materiale utile contenuta; in media, circa 230 tonnellate di roccia e terra (Brussato, 2021), che deve poi essere lavorata per ricavarne la parte utile, che è dell’ordine di 450 kg (0,2%), mentre il resto deve poi essere smaltito e ricollocato nell’ambiente. Proviamo a pensare di moltiplicare questi dati per 1.200 milioni, pari a circa il totale delle auto circolanti nel mondo: un autentico sconvolgimento di vaste porzioni di territorio. Si aggiungano poi i problemi legati allo smaltimento delle batterie a fine vita. Per confronto, a parità di veicolo, un’auto tradizionale, il cui motore è costituito da una piccola massa di materiali “tradizionali”, consuma 11-13 tonnellate di petrolio in tutta la sua vita. Problemi analoghi sotto il profilo quantitativo si incontrano per le celle fotovoltaiche, le turbine eoliche, le centrali elettriche, i sistemi digitali, etc., che richiedono materiali del tipo illustrato. La transizione energetica dev’essere quindi sostenuta da molta energia; una parte significativa dell’energia ricavabile serve a sostenere la transizione stessa. Tutto ciò che si è detto comporta una conseguenza evidente: la fattibilità della transizione in tempi brevi (due-tre decenni, come spesso si sente dire) è “fisicamente” impossibile, è necessario procedere molto più lentamente. C’è un altro problema legato al precedente: quanto c’è di “non rinnovabile” nell’impiego delle fonti rinnovabili e delle tecnologie “verdi”? Molte miniere dovranno essere trovate e attrezzate per estrarre i suddetti materiali. Ci vuole tempo: per mettere in esercizio una nuova miniera di rame dopo averla individuata servono circa dieci anni. Inoltre, queste operazioni impattano fortemente sull’ambiente: l’estrazione e la lavorazione dei materiali richiedono molta acqua, molta energia e tecnologia avanzata. In numerosi casi sottopongono le maestranze anche a problemi sanitari: ricordiamo, ad esempio, che molti di questi materiali sono inquinati dalla presenza di sostanze radio- attive; ciò incide pure notevolmente sullo smaltimento. Quindi l’impiego delle fonti rinnovabili e delle tecnologie verdi è meno “rinnovabile” e meno “verde” di quanto si crede. L’impatto zero non esiste.

Centrale termoelettrica e centrale fotovoltaica a confronto

Un altro esempio può chiarire l’ordine di grandezza di questi problemi. Consideriamo, per confronto, la centrale termoelettrica di Fusina, situata sulle rive della laguna presso Venezia, e la grande centrale fotovoltaica di Kamuthi operante in India. La centrale termoelettrica di Fusina, avente una potenza lorda di 1.000 MW, occupa un’area di circa 0,5 km2, compresa la grande superficie di stoccaggio del carbone. Può generare 6-7 miliardi di kWh/anno ed è dotata di efficienti sistemi di abbattimento dei prodotti della combustione (ceneri, ossidi di zolfo e di azoto). L’acqua della laguna, usata per il raffreddamento dei condensatori, è reimmessa nella laguna insieme all’acqua piovana, dopo essere stata depurata. La centrale fotovoltaica di Kamuthi, con potenza di 648 MW (due terzi della precedente), occupa un’area di 10 km2, in buona parte coperti da 2,5 milioni di moduli fotovoltaici. La centrale ha inoltre 380.000 fondazioni, 27.000 metri di strutture, 576 inverter, 154 trasformatori, 6.000 km di cavi elettrici, 30.000 tonnellate di acciaio. Questo impianto, a causa dell’intermittenza nella disponibilità del sole, può generare soltanto 1,3 miliardi di kWh/anno. Il suo consumo quotidiano di acqua per il lavaggio delle superfici dei pannelli ha compromesso la riserva idrica dell’area, rendendo insufficiente l’acqua per le necessità della popolazione e per l’agricoltura. La produzione di energia richiede, in entrambi i casi, tecnologia avanzata, ma gli ordini di grandezza sono molto diversi. La tecnologia delle fonti rinnovabili non solo costa molto, ma consuma abbondanti risorse e impatta sull’ambiente; cosa di cui generalmente non si parla. E ricordiamo anche che queste tecnologie (estrazione, trasporto e lavorazione dei materiali, costruzione degli impianti e loro consumo energetico, smantellamento e smaltimento a fine vita) sono quasi monopolio della Cina, problema non da poco.

Peter Cameron Ellis

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