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I Neanderthal avevano i piedi piatti. Ed era una cosa positiva

Gazzettino Italiano Patagónico by Gazzettino Italiano Patagónico
22 de septiembre de 2026
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I Neanderthal avevano i piedi piatti. Ed era una cosa positiva
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 I piedi piatti? Li avevano già i Neanderthal. Ma per loro non era un difetto. Si trattava in realtà della conseguenza di una precisa evoluzione, per ridurre lo stress da impatto sotto carichi pesanti e avere più stabilità su terreni montuosi o accidentati. È una delle novità emerse da uno studio, pubblicato sul ‘Journal of Human Evolution’, coordinato dai ricercatori dell’Alma Mater di Bologna. Il gruppo di scienziati ha analizzato per la prima volta la forma esterna tridimensionale dell’intero calcagno di sette uomini di Neanderthal, mettendola a confronto con quella di 64 individui di Homo Sapiens, coprendo un arco temporale che va dal Pleistocene all’Età del Ferro, fino alla popolazione urbana postindustriale. “L’analisi in 3D dei calcagni fossili dei nostri antichi cugini ci ha permesso di mettere in luce sia un adattamento biomeccanico straordinario per sopportare carichi elevati e terreni impervi, sia l’impatto della vita moderna e delle calzature sui nostri piedi”, spiega Maria Giovanna Belcastro, docente del Dipartimento di Scienze biologiche, geologiche e ambientali dell’Alma Mater, coordinatrice dello studio. I risultati mostrano nette differenze. Per prima cosa, i calcagni dei Neanderthal erano più corti, più larghi e più alti. Inoltre, avevano il piede piatto e utilizzavano questa postura per massimizzare la stabilità e ridurre lo stress da impatto sotto carichi pesanti. “La robustezza del calcagno riflette la struttura corporea complessiva dei Neanderthal, caratterizzata da una massa muscolare e scheletrica notevole e da un livello di attività fisica estremamente intenso– conferma Belcastro- queste caratteristiche fisiche indicano un adattamento volto a favorire una maggiore capacità di carico sul retropiede e un’elevata mobilità su terreni sconnessi”. Guardando l’Homo Sapiens, invece, i ricercatori hanno osservato che i cacciatori-raccoglitori preistorici, che percorrevano lunghe distanze con piedi scalzi o con calzature morbide, mostravano calcagni con caratteristiche di robustezza più simili a quelle dei Neanderthal rispetto alle popolazioni postindustriali moderne. Gli individui vissuti negli ultimi secoli, infatti, hanno calcagni decisamente più gracili, a causa di uno stile di vita sedentario e dell’uso abituale di calzature rigide e chiuse. Questo perché l’uso di scarpe con suole rigide tende a limitare i movimenti del piede, irrigidendo la caviglia: un segnale di quanto lo scheletro umano tenda a essere più gracile a causa di una drastica riduzione degli stimoli biomeccanici naturali. “La morfologia del nostro scheletro non è solo il prodotto di un rigido programma genetico- spiega Belcastro- ma anche il riflesso delle sollecitazioni fisiche e delle nostre abitudini di vita quotidiane”. I risultati di questo studio, quindi, “offrono un contributo fondamentale per comprendere meglio come i nostri antenati si muovessero nel loro ambiente naturale e aprono affascinanti prospettive di dialogo tra l’antropologia evoluzionistica e l’ortopedia clinica”. Il piede umano, del resto, è “una delle strutture anatomiche che meglio testimoniano la nostra complessa storia evolutiva”. Tra le ossa che lo compongono, il calcagno ha un ruolo cruciale perchè tocca il suolo per primo durante il cammino.

Andrea Sangermano

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