Un farmaco sperimentale che ha l’ambizioso obiettivo di prevenire l’Alzheimer nelle persone sane, ma ad alto rischio di sviluppare la malattia, entra nel vivo degli studi clinici di fase 3, quelli per determinare la sua efficacia su un numero elevato di soggetti. Prende il via dal Regno Unito la parte della sperimentazione del trontinemab (un anticorpo monoclonale prodotto dall’azienda farmaceutica svizzera Roche) che si svolgerà nel continente europeo. L’obiettivo è reclutare soggetti non ancora raggiunti dai sintomi della demenza, che siano però predisposti a sviluppare l’Alzheimer negli anni futuri.
Come sarà valutato il rischio di Alzheimer
I circa 1600 partecipanti allo studio saranno sottoposti a un esame del sangue per verificare la presenza di un biomarcatore chiamato proteina tau fosforilata o p-tau217, presente nel plasma (la componente liquida del sangue). Questo segnale proteico è considerato uno dei più interessanti, per anticipare i segni di un futuro declino cognitivo e della malattia di Alzheimer, perché fortemente associato sia alle placche amiloidi sia ai grovigli di proteina tau, due fattori che interagiscono in modo non ancora del tutto chiaro per determinare questa forma di demenza. Uno studio pubblicato su JAMA nel 2026 suggerisce che le persone cognitivamente integre con livelli molto elevati di p-tau217 nel sangue presentino un rischio stimato del 78% di sviluppare un deterioramento cognitivo entro 10 anni.
Quale obiettivo si pone lo studio
Lo studio clinico di fase 3, ribattezzato PrevenTRON, cercherà di capire se la somministrazione del farmaco sperimentale ai partecipanti con elevati livelli di p-tau217 ma ancora senza sintomi possa prevenire lo sviluppo della malattia di Alzheimer. Gli studi di fase precedente hanno mostrato la capacità del trontinemab di ridurre i livelli di proteina beta-amiloide al di sotto della soglia di positività all’esame PET nel 91% dei partecipanti con Alzheimer precoce. Il risultato è stato raggiunto in 28 settimane. Il 72% ha raggiunto invece quella che gli esperti definiscono una «clearance profonda», cioè una rimozione ancora più massiccia e quasi totale delle placche amiloidi dal tessuto cerebrale. Le riduzioni sono state accompagnate da variazioni importanti di diversi biomarcatori dell’Alzheimer nel plasma e nel liquor, il fluido che avvolge e protegge il cervello. Se però queste importanti pulizie dell’amiloide si traducano effettivamente in un rallentamento del declino cognitivo, è un fatto ancora tutto da dimostrare.
Come funziona il farmaco
Il trontinemab è un anticorpo monoclonale, una proteina prodotta in laboratorio per riconoscere in modo specifico un antigene-bersaglio. A differenza di altri anticorpi monoclonali usati, con successi alterni, contro l’Alzheimer, come il lecanemab o il donanemab, il farmaco sperimentale è bispecifico, ha cioè due «funzioni di riconoscimento»: da un lato riconosce la proteina beta-amiloide, dall’altro un recettore che si trova sulle cellule dei capillari cerebrali (quello della transferrina 1). Quest’ultimo bersaglio permette al farmaco di superare più facilmente la barriera ematoencefalica, un filtro che separa il sangue dal tessuto del cervello. Il sistema di trasporto facilitato permette a una maggiore quantità di anticorpo monoclonale di raggiungere il cervello, e fa in modo che basti una quantità più contenuta di farmaco nell’organismo per raggiungere un’elevata concentrazione là dove serve. Così si evitano eventuali danni ai tessuti sani, e si riducono gli effetti collaterali (come edemi o micro emorragie) visti con altri farmaci anti-Alzheimer.
Per i risultati bisognerà attendere
Il trial del trontinemab come farmaco preventivo durerà dai 4 ai 6 anni, con metà dei partecipanti che saranno assegnati all’anticorpo e l’altra metà a un placebo. Si pensa che l’Alzheimer inizi a intaccare il cervello fino a 10 anni prima dall’insorgenza dei primi sintomi. La ricerca cercherà di capire se e come si possa agire in questo lasso di tempo.
Elisabetta Intini
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