Bastano pochi gradi in più per scoprire quanto sia cambiata, nel giro di una generazione, la pelle di chi ci sta intorno. In spiaggia, in piscina o per strada d’agosto, i tatuaggi e i piercing che i mesi freddi tenevano nascosti tornano visibili. E con loro, torna anche la domanda che a volte ci facciamo: ma tutti questi tatuaggi non faranno male?
Ricerche in corso
La risposta della scienza è per ora incompleta. Riguardo al rischio oncologico, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) di Lione (Francia) non considera i tatuaggi cancerogeni in sé, ma non esclude nemmeno che possano esserlo. Servono infatti anni, forse decenni, prima che eventuali tumori associati si manifestino e possano essere dimostrati. Per chiarire la questione, la Iarc ha avviato due grandi studi, condotti in parallelo in Francia e in Germania, che coinvolgono rispettivamente 113.000 e quasi 180.000 individui, tatuati e non. Entrambi raccolgono dati sulle caratteristiche del tatuaggio (colore, dimensioni e quando è stato fatto) e seguiranno i partecipanti per almeno vent’anni, monitorando l’insorgenza di tumori e altri effetti sulla salute. I risultati definitivi, dunque, non arriveranno presto; nel frattempo, dobbiamo affidarci a quelli che la ricerca ha già prodotto.
Tatuaggi, linfonodi e tumori
Finora l’attenzione si è concentrata soprattutto sui linfomi, che colpiscono i linfociti (un tipo di globuli bianchi) e si localizzano tipicamente nei linfonodi. Uno studio pubblicato due anni fa su eClinicalMedicine ha rilevato che il rischio di ammalarsi è circa il 20% più alto nelle persone tatuate che in quelle che non lo sono, forse perché le sostanze contenute negli inchiostri tendono ad accumularsi proprio nei linfonodi. «Il problema dell’accumulo tuttavia si pone per i tatuaggi che interessano vaste aree del corpo, perché deve esserci una quantità sufficiente di pigmento affinché ciò accada», spiega Antonio Costanzo, responsabile della Dermatologia all’Istituto Clinico Humanitas, che sul legame con i tumori precisa: «Non esiste una statistica sufficientemente solida per confermarlo; dobbiamo aspettare ulteriori studi, che chiariscano anche i meccanismi biologici eventualmente coinvolti». Mauro Alaibac, direttore della Clinica dermatologica dell’Azienda ospedaliera di Padova, concorda: «Nel loro insieme, gli studi disponibili non evidenziano un aumento del rischio oncologico. Riguardo ai tumori della pelle, esiste però la possibilità che il tatuaggio copra nei o lesioni, rendendo difficile intercettare e trattare per tempo melanomi e altre forme».
«Guarire» dai piercing
Se dal punto di vista oncologico i dati attuali non destano particolari preoccupazioni, merita invece attenzione la presenza di certe patologie pregresse. «In linea generale, i pazienti tatuati con problemi dermatologici sono una rarità, ma la psoriasi può essere indotta o aggravata da microtraumi, e il tatuaggio rientra proprio in questa categoria di stimoli», continua Alaibac. Alcune questioni specifiche riguardano poi chi ama i piercing: le allergie al nichel e ad altri metalli possono causare dermatiti anche severe (i materiali più sicuri sono il titanio medicale e l’oro ad alta caratura), mentre la guarigione dalla lesione e la cicatrizzazione può richiedere tempo. I piercing alla cartilagine impiegano anche 12 mesi per guarire, mentre quelli in aree molto mobili o superficiali sono più soggetti al rigetto, processo irreversibile in cui il corpo espelle progressivamente il gioiello, lasciando una cicatrice. Un altro osservato speciale è poi il rischio infezioni, che esiste, ma «è circoscritto e strettamente legato alla capacità degli operatori di adottare gli accorgimenti necessari a scongiurarle», spiega l’esperto. Epatite B, epatite C e HIV possono essere trasmessi attraverso strumenti non adeguatamente sterilizzati: l’unico metodo davvero efficace è la sterilizzazione in autoclave, che deve essere certificata e documentata.
E se poi mi pento?
Nonostante la popolarità dei tatuaggi, non sono poche le persone che, a un certo punto della loro vita, si pentono di averli fatti e desiderano cancellarli. In Italia le richieste sono circa 14.000 all’anno, e riguardano soprattutto tatuaggi fatti in giovane età o quelli che non ci rappresentano più. La rimozione laser è oggi una procedura consolidata, ma va eseguita da medici e richiede tempo. Il meccanismo è preciso: «Il fascio di luce concentrato colpisce il pigmento e lo frantuma in parti più piccole, che possono essere assorbite dai macrofagi (cellule del sistema immunitario, ndr)», spiega Antonino Di Pietro, dermatologo presso il Gruppo San Donato. Il risultato dipende dalla profondità del tatuaggio e dalla concentrazione degli inchiostri, mentre resta aperta una questione che Di Pietro definisce «un grande punto di domanda»: le microparticelle trasportate dai macrofagi infatti finiscono anch’esse nei linfonodi, e «in questo momento non ci sono studi o dati per accertarsi che possano dare problemi o no», spiega l’esperto. La rimozione inoltre è un percorso lungo: per cancellare un tatuaggio occorrono almeno diciotto mesi, con sedute ogni sei-otto settimane, al costo di 80-400 euro ciascuna. È sconsigliato farlo in estate – perché il sole interferisce con il laser – e prima e dopo ogni seduta sono obbligatorie precauzioni rigide sulla protezione solare, pena alterazioni permanenti della pigmentazione. I rischi più comuni restano lievi: variazioni di pigmentazione, residui di colore nei tatuaggi multicolore molto saturi, occasionali reazioni allergiche agli inchiostri che vengono liberati nel processo.
Cristina Da Rold
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