Cellule immunitarie nei polmoni finora poco considerate potrebbero rappresentare un punto di svolta nella formulazione di vaccini antinfluenzali di nuova generazione, capaci di prevenire non solo le forme gravi, ma anche contagio e trasmissione dei virus. Le cellule finite nel mirino di un nuovo studio, pubblicato su Nature Immunology, sono un sottotipo di monociti, cellule che fanno parte dell’immunità innata: quella più semplice, antica e meno selettiva, che si attiva velocemente in risposta a un’infezione ma in modo meno preciso rispetto all’immunità adattiva, sostenuta invece dall’azione «specializzata» di linfociti e macrofagi. Questi monociti, si è appena scoperto, permangono nei polmoni più a lungo di quanto si credesse, dove supportano la formazione e la memoria delle cellule T della memoria, i «cecchini» che riconoscono i virus già incontrati e si attivano rapidamente per limitare eventuali nuove diffusioni. Un gruppo di scienziati ha scoperto come monociti e cellule T della memoria comunicano per rafforzare le difese nel primo luogo interessato dell’infezione: una «conversazione» che potrà essere imitata per potenziare i vaccini futuri. La maggior parte dei vaccini antinfluenzali con somministrazione intramuscolo è molto efficace nel prevenire l’infezione in forma grave, ma non sempre la protezione si estende tanto efficacemente anche alle prime vie respiratorie, le più esposte a un primo attacco virale. I vaccini intranasali aspirano di contro a combattere l’infezione lì dove il virus attecchisce in primo luogo, ma non sempre sono efficaci. Gli scienziati dell’Università di Rochester (New York) hanno scoperto che la sopravvivenza e la funzionalità delle cellule T di memoria è supportata da un sottogruppo di monociti che rimane per mesi nei polmoni dopo che l’influenza è terminata. «Questo mette in discussione la visione tradizionale secondo cui la memoria immunitaria è guidata solo dalle cellule T e B» spiega Minsoo Kim, principale autore dello studio. Possiamo immaginare questa popolazione come una schiera di cellule che resta nelle retrovie per offrire tutto il supporto necessario ai linfociti in prima linea. Ma gli scienziati hanno anche scoperto come monociti e cellule T di memoria si… «parlano». Lo fanno attraverso una proteina chiamata galectina-1, che attiva le cellule T e le mantiene vitali. Aggiunto a vaccini sperimentali nei topi, questo potente segnale immunitario ha migliorato notevolmente la risposta al virus nei polmoni. Forme più stabili di questa sostanza potrebbero essere usate come additivi vaccinali, per potenziare la comunicazione tra cellule dell’immunità innata e cellule dell’immunità adattiva.
Elisabetta Intini
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