Con l’approssimarsi delle elezioni per il rinnovo dei COMITES ritorna a galla il tema dell’esercizio pieno della cittadinanza e del voto. I due sono strettamente legati l’un con l’altro.
Il tema parte da lontano. Nella prima settimana di Marzo dell’anno passato la trasmissione RAI “Presa Diretta” ha messo il dito nella piaga delle cittadinanze italiane, guarda caso dando l’esempio non proprio edificante del Brasile. Ahimé, io vivo in Brasile a Porto Alegre e sono perfettamente cosciente di tutto ciò. Persone intervistate in fila davanti ai consolati senza parlare una sola parola di italiano, neanche sapendo chi fosse il Presidente della Repubblica e ammettendo candidamente la ricerca del (solo) passaporto per viaggiare in quei paesi dove il passaporto europeo apre le porte. Inoltre la stessa trasmissione mostrò impietosamente il business miliardario delle agenzie attuanti in Italia e Brasile non sempre pulito, i piccoli comuni quasi tutti del nordest Italia con gli uffici anagrafici al collasso così come in collasso il Tribunale di Venezia. Purtroppo, mostrando come il business della cittadinanza italiana equivalesse a un problema di polizia giudiziaria: false residenze, false dichiarazioni, falsi documenti e perfino falsi certificati di battesimo (!). E molti soldi, molti davvero quando una pratica per la cittadinanza italiana con un’agenzia può arrivare a diecimila Euro.
La situazione era nota da tempo. Ma a fronte di questa inchiesta televisiva il Ministro degli Esteri è intervenuto con la delicatezza di un elefante in un negozio di cristalli. Il D.L. pubblicato dal Governo Italiano che è associato al suo nome (decreto Tajani) praticamente ha stravolto completamente le modalità di acquisto della cittadinanza “jure sanguinis”. Ha scatenato la rivolta di tutte le associazioni italiane e di discendenti italiani sparse nel mondo, segnatamente in Sud America dove gli oriundi sono numerosissimi e dove le liste di attesa nei consolati erano stracolme in attesa della chiamata per la presentazione dei documenti. La rivolta è ancora forte e viva.
All’epoca c’era all’analisi della commissione affari costituzionali del Senato la proposta di legge Menia che proponeva di mettere ordine alle cittadinanze collocando limiti all’ascendente che desse il diritto automatico alla richiesta di cittadinanza. E comunque oltre il limite di un bisnonno, la proposta di legge chiedeva solo di passare un anno di residenza in Italia così che il richiedente si impregnasse di cosa fosse l’Italia di oggi differente da quella di fine secolo XIX del suo avo. In ogni caso la proposta contemplava la richiesta del certificato di conoscenza della lingua italiana. Per far sì che il cittadino italiano si possa esprimere in italiano, comprendere la lingua e potersi a sua volta esprimersi ed essere compreso. In linea con quanto prevedono gli altri paesi europei. Non un turista con il passaporto italiano ma un cittadino, con uguali doveri e diritti degli italiani in madrepatria. Lo stesso consigliere CGIE Petruzziello disse che aveva nostalgia della proposta Menia.
Si sarebbe potuto votare ed approvare quella legge piuttosto che approvare quel D.L. confusionario e vessatorio. Purtroppo così non è stato e alla data odierna le cittadinanze vengono emesse con ricorso ai tribunali italiani, ricorso che ottiene lo scopo. Ma costa. Quindi poco è cambiato. Rimane il tema sinistro e molto contorto della trasmissibilità che introduce il cavallo di troia dello “jus soli”
Esiste in Italia un partito trasversale contrario alle cittadinanze all’estero. Fra gli argomenti usati vi è quello della mancata conoscenza dell’Italia e della sua lingua da parte dei neocittadini. Purtroppo qui il tema della lingua italiana e della sua scarsa conoscenza persiste. E gli esempi istituzionali non mostrano nulla di buono, anzi. I vari Comites non pubblicano né si comunicano in italiano, e dire che i Comites sono stati istituiti con legge italiana per rappresentare i cittadini italiani. Io stesso candidato a queste elezioni Comites e, pur fluente in portoghese, sono trattato con disappunto per esprimermi in italiano e pretendere che si usi sempre di più l’italiano. Viene da constatare che gli stessi Comites che hanno protestato veementemente contro il D.L. Tajani non fanno assolutamente nulla per togliere argomenti a chi è contro le cittadinanze italiane agli oriundi. Al contrario, non fanno altro che dare ragione a questo partito trasversale.
Ora arrivano le elezioni per il rinnovo dei Comites. E qui siamo arrivati al paradosso. Da parte dell’Italia negli ultimi anni si è puntato l’indice sulla bassa partecipazione al voto degli italiani residenti all’estero. Forse è vero, ma mi viene da chiedere cosa abbia fatto l’Italia, dopo la morte di Tremaglia, per avvicinare le due sponde: madrepatria e comunità italiane sparse nel mondo.
1) Innanzitutto, per esprimere il suo voto il cittadino italiano residente in una circoscrizione consolare deve fare richiesta espressa al Consolato. Fast It è una chimera, si dovrà richiedere via e-mail. Avranno i consolati la capacità di smistare migliaia di messaggi?
2) Poi viene il tema delle firme dei sottoscrittori di lista, qui a Porto Alegre duecento ne sono richieste. Il cittadino si deve recare al Consolato e firmare in presenza di un funzionario consolare.
Da parte italiana si segnala che la partecipazione al voto all’estero è bassa. Quindi l’elettorato attivo per chi risiede all’estero non è più un diritto in senso lato, il cittadino italiano residente all’estero non riceve automaticamente la scheda elettorale come in Italia ma deve farne richiesta al Consolato. Quindi si viola apertamente il diritto elementare all’uguaglianza previsto dalla Costituzione. Verrebbe da chiedersi se una norma del genere fosse introdotta in Italia dove l’astensione dal voto è in forte crescita quale risultato si otterrebbe. Un fracasso, ci sarebbe da piangere.
Per quanto riguarda le firme dei sottoscrittori anche qui un ostacolo. Lo Stato del Rio Grande do Sul dove vivo è grande come l’Uruguay. Con quattro volte la popolazione e con oltre 130.000 cittadini maggiori d’età: elettori. Come si può pretendere che un cittadino italiano animato dalle migliori intenzioni faccia centinaia di chilometri e perda una giornata di lavoro per sottoscrivere una lista? Lo stesso per tutte le altre circoscrizioni consolari, immaginando il Messico e la Colombia. È stata inviata una lettera al ministero degli esteri, ai parlamentari eletti nella circoscrizione estero, ai consiglieri CGIE proprio su questo tema. Segnalando che una tale follia limita l’esercizio al diritto al voto si richiedeva che quanto meno ciò potesse essere disbrigato presso i Consolati onorari, mantenendo il rispetto alle disposizioni normative vigenti. La risposta iniziale del ministero è stata negativa. Poi al novantesimo minuto qui è stata trovata la soluzione salomonica: i consolati manderanno in date prestabilite i funzionari nei consolati onorari per accettare le firme dei sottoscrittori.
L’Italia ufficiale punta il dito contro la scarsa partecipazione degli italiani al voto additandoli come italiani di serie B. Ma l’atteggiamento italiano e del ministero degli esteri non fa altro che allontanare le comunità italiane dalla madrepatria.
Per chi, come me, ha partecipato con i CTIM alla battaglia di Tremaglia questo è avvilente. E lui, il buon Mirko, si rivolta nella tomba a vedere che scempio che ne è stato fatto della legge di riforma dei Comites: anziché avvicinare le due Italie le allontana sempre di più.
Stefano Calcara
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