«Era già tutto previsto», cantava Riccardo Cocciante. Quando il tramonto di ieri si è leggermente oscurato per l’eclissi, l’umanità non si è fermata in silenzio ad osservare come accadeva nei secoli scorsi. Ha sollevato le braccia, ha acceso i display, ha cercato la messa a fuoco. La definisco “sindrome del «ceroanchio»” assomiglia a un tentativo disperato di trattenere il tempo, documentare sui social e in poche parole… narcisismo. Forse è una risposta a quella “FOMO” (fear of missing out) che ci divora, la paura viscerale di essere gli unici esclusi dal grande evento collettivo. Ecco l’urgenza di condividere lo scatto come un’autodifesa sociale: la prova documentale che siamo al passo con il mondo. Ecco che oggi ci siamo ritrovati sommersi da foto sfocate e omologate. Ai concerti questa dinamica è ormai una coreografia collaudata. Si segue un evento musicale tenendo gli occhi sullo schermo anziché sul palcoscenico!! Idem al ristorante! Nell’intimità di un fenomeno astronomico, però, diventa lo specchio di una solitudine collettiva. Eppure, in quello scatto sovraesposto e condiviso in fretta per placare l’ansia di non esserci, non c’è solo la perdita del presente. C’è una richiesta d’aiuto silenziosa: «Io esisto, l’ho visto, ero parte del miracolo». Forse dimostra che abbiamo smesso di emozionarci. Forse, semplicemente, usiamo lo smartphone come uno scudo contro l’esclusione, trasformando un pezzo di cielo buio in un ponte per sentirci inclusi, connessi e meno soli sulla Terra.
Vincenzo Mangione
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