Giovanni Cardone
Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale nel 1914 ebbe un impatto significativo sulla Palestina. L’Impero Ottomano, che controllava la regione, si schierò a fianco degli Imperi Centrali. La popolazione locale soffrì enormemente le conseguenze della guerra, tra l’arrivo di truppe che si appropriavano dei generi alimentari, e l’aumento senza precedenti dei prezzi dei beni di prima necessità, come la farina. Nel 1917, inoltre, la Palestina fu colpita da una terribile carestia. Durante il conflitto, il territorio palestinese divenne teatro di scontri tra le forze ottomane e quelle britanniche, quest’ultime alleate con le truppe arabe guidate dal principe Faisal. Nel 1917, le truppe britanniche, con l’aiuto di reparti ebraici volontari come la Legione Ebraica, riuscirono a conquistare Gerusalemme, ponendo fine al dominio ottomano. Quando la guerra si concluse nel 1918, le truppe britanniche occupavano la Palestina. Già un anno prima il destino della regione era stato deciso dalle potenze europee senza che la popolazione locale venisse in alcun modo consultata. Nel 1917, con l’accordo Sykes-Picot, Francia e Inghilterra si dividevano le terre arabe appartenute all’Impero Ottomano. Ancora più densa di conseguenze per la Palestina fu la Dichiarazione di Balfour con cui il governo di Sua Maestà si dichiarava favorevole alla nascita di un “focolare” nazionale (national home) per il popolo ebraico in Palestina. La dichiarazione, che prende il nome dal ministro degli Esteri britannico, Arthur Balfour, fu emanata il 2 novembre 1917. Già nell’Ottocento Herzl aveva capito che la causa sionista, per avere successo, aveva bisogno del sostegno di una grande potenza. Il primo contatto ufficiale tra Herzl e le autorità britanniche avvenne, però, soltanto nel 1902. In quell’anno Herzl, venne invitato a fornire il suo parere alla Royal Commission on Alien Immigration, una commissione che aveva lo scopo di porre fine alla migrazione straniera, prevalentemente di ebrei dalla Russia. La scelta della Gran Bretagna, in parte favorita dallo scarso interesse mostrato dal Kaiser Tedesco, Guglielmo II, nei confronti del progetto sionista, si rivelò vincente. In Gran Bretagna le aspirazioni sioniste trovarono terreno fertile per numerosi motivi. In primis per l’interesse coloniale che Londra nutriva nei confronti della regione, interesse che nel 1882 si era concretizzato con l’occupazione dell’Egitto. L’arrivo degli ebrei, come quello dei missionari, veniva probabilmente ritenuto un elemento che avrebbe contribuito all’espansione britannica in Palestina, espansione a cui il governo di Londra aspirava in caso di, o meglio, al momento del, crollo dell’Impero Ottomano. Gli storici si sono a lungo interrogati sulle motivazioni che spinsero il governo inglese a emanare la Dichiarazione di Balfour. In primo luogo, la Gran Bretagna sperava che le comunità ebraiche sparse nel mondo avrebbero supportato i suoi sforzi bellici e influenzato i governi in tal senso, in particolare negli Stati Uniti e in Russia, dove l’influenza degli ebrei venne decisamente sopravvalutata. L’emanazione della Dichiarazione, e le sue tempistiche, furono anche probabilmente influenzate da vicende belliche e da alcuni cambi di strategia intrapresi dalla Gran Bretagna sul campo di battaglia. Infine, sebbene le radici della Dichiarazione debbano essere principalmente ricercate in considerazioni di tipo bellico e imperialista, è comunque indubbio l’importante ruolo svolto dal filosemitismo di matrice puritana e protestante diffuso in Gran Bretagna. L’esistenza di quest’ultimo, come sottolienato da Kamel, non ostava alla presenza, nella società britannica, di un antisemitismo viscerale, in crescita in quegli anni. Ma nel promuovere il sionismo qual era l’attitudine della Gran Bretagna nei confronti degli abitanti della Palestina? Come pensava il governo inglese di vincere le resistenze della popolazione autoctona? In realtà al problema fu data sin dall’inizio scarsa considerazione e la questione fu affrontata in termini vaghi, al di là delle affermazioni di principio, contenute nella stessa Dichiarazione. Tale atteggiamento, che in parte cambierà nel 1939, con la pubblicazione del Libro Bianco, rifletteva la mentalità coloniale dominante. Questa tendeva a vedere le popolazioni autoctone come “inferiori” in generale e, nel caso specifico, rispetto agli ebrei arrivati dall’Europa. Un atteggiamento che avrebbe influenzato le politiche perseguite dalla Gran Bretagna durante il mandato e non sarà privo di conseguenze sui futuri rapporti tra le due comunità. La Dichiarazione di Balfour, rappresentò un momento cruciale nella storia del sionismo e della Palestina, in quanto costituiva il primo riconoscimento ufficiale da parte di una grande potenza del diritto degli ebrei a stabilirsi in Palestina, seppure con la clausola che «non si farà nulla che possa recare pregiudizio ai diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche presenti in Palestina». La Dichiarazione, di fatto, legittimò a livello internazionale le aspirazioni del movimento sionista. Essa venne successivamente incorporata nello Statuto del Mandato Britannico, approvato dalla Società delle Nazioni nel 1922. L’emanazione della Dichiarazione, insieme alla conquista britannica della regione, aprì la strada a un’ulteriore intensificazione dell’immigrazione ebraica in Palestina negli anni successivi e al rafforzamento della presenza sionista, contribuendo in modo decisivo alla creazione dello Stato di Israele nel 1948. I primi coloni ebrei della Palestina, fin da subito ignorarono gli interessi della popolazione locale, interessandosi più che altro di mantenere gli equilibri diplomatici e geopolitici, come i buoni rapporti con l’Impero ottomano e con L’Impero britannico, e questo almeno fino al 1948. Proprio negli anni ’30 del XX secolo, i leader israeliti, e sopratutto Ben Gurion, iniziarono a valutare il problema palestinese all’interno del progetto sionista. All’epoca, quello che costituiva 1/3 della popolazione israelita, proveniva dall’Europa, dove sfuggiva dalle persecuzioni fasciste e nazionalsocialiste, costituendo ancora oggi lo zoccolo duro della nazione di Israele. Fu, però, alla fine della Seconda Guerra Mondiale che si cominciò concretamente a pensare a come risolvere i problemi con la popolazione autoctona, perché era evidente che l’Inghilterra non avrebbe più governato la Palestina e alla sua amministrazione si sarebbe sostituita quella delle Nazioni Unite. Così, proprio quando nel Febbraio del 1947, la Gran Bretagna annunciò al mondo di rinunciare al governo di quei territori, Ben Gurion iniziò ad interessarsi concretamente di questi problemi. La sua attenzione si focalizzò subito su due aspetti: uno geografico, legato allo spazio vitale di questa nuova comunità, e uno demografico. Il primo problema, quello geografico, fu di stabilire quanta parte di quella regione dovesse appartenere agli Ebrei sotto guida sionista, per fondare il nuovo Stato. Ben Gurion stabilì in modo chiarissimo che al nuovo Stato ebraico doveva spettare l’80% del territorio e che, viceversa, l’insediamento palestinese, che avrebbe costituito il punto di contatto col Regno di Giordania, sarebbe stato l’attuale “West Bank” ( sponda occidentale ). Voglio ricordare che, all’epoca, il Re di Giordania, aveva lo stesso nome di quello attuale, ma, era ovviamente suo progenitore: Abd Allah. Sempre nel 1947, cioè prima della rivoluzione che diede origine allo Stato di Israele, Ben Gurion disse in modo chiaro che gli Ebrei dovevano controllare l’80% del territorio palestinese e dovevano essere anche l’80% della popolazione. Una volta stabilito questo, si presentavano ai leader sionisti tre importanti problemi da risolvere. Il primo, era di ordine legale, perché non spettava ai dirigenti sionisti, ma, bensì, all’Onu decidere la ripartizione dei territori della Palestina. A tal proposito, le Nazioni Unite, con la risoluzione del 29 Novembre 1947, stabilirono che era giusto che una parte della Palestina spettasse agli Ebrei per la fondazione dello Stato di Israele, per una quota di territorio pari al 50%, ma, che, anche in quei territori la popolazione doveva essere per metà ebraica e per l’altra metà autoctona. Da un lato questa risoluzione fu vanificata dal fatto che all’unanimità tutto il mondo arabo si oppose in ogni caso alla formazione di uno Stato israeliano e questo fece il gioco di Ben Gurion e degli altri leader sionisti, che dichiararono che quello che gli spettava se lo sarebbero preso con la forza. Ci fu appunto una nettissima sfida militare che poteva portare alla disfatta dei Sionisti, perché le varie potenze arabe decisero di combattere questo progetto. Dopo questa risoluzione dell’Onu, il pericolo della guerra araba contro questo nuovo abbozzo di Stato fu risolto con un accordo fra i futuri capi di Israele e il Re di Giordania, perché la Giordania era il paese arabo che possedeva il più forte esercito nella regione. Comunque, c’è da dire che i dirigenti di Israele ottennero molti aiuti economici dalla comunità ebraica mondiale, che diede loro sin da subito la possibilità di crearsi un forte esercito che si poteva opporre efficacemente ad una possibile guerra con gli arabi. In realtà, al centro di tutta questa lotta, c’era il terzo problema, quello demografico, perché a fronte di 600.000 Ebrei, c’erano 1.000.000 di Palestinesi; quindi, il maggiore ostacolo al raggiungimento degli obbiettivi della dirigenza israeliana, era che la situazione demografica, era esattamente opposta a quella che volevano i dirigenti sionisti, e proprio questo era la questione da risolvere. Così, si prese la decisione tra il 1947 e il 1948 di procedere concretamente alla pulizia etnica che colpì, in pochissimo tempo, centinaia di villaggi palestinesi. Infatti, prima ancora che alla metà del febbraio del 1948, gli arabi decisero di opporsi all’operazione di pulizia etnica, gli Israeliani avevano già fatto sloggiare con la forza 300 mila Palestinesi. Di fatto,l’operazione di pulizia etnica fu compiuta in soli otto mesi, e quando i Palestinesi iniziarono ad opporsi con la forza, i Sionisti compirono terribili massacri sulla popolazione locale, sopratutto nella Galilea. Ma, la pulizia etnica, non significò solo mandare via i Palestinesi dalle loro terre e dalle loro case, ma, impossessarsi anche di tutto ciò che essi avevano, strappandoli alla loro cultura. Tra l’altro, quando avvenne questa operazione di pulizia etnica, erano presenti sia rappresentanti delle Nazioni Unite, sia della Croce Rossa Internazionale, che importanti giornalisti, ma tutti tacquero in quel momento su ciò che stava veramente succedendo. Questo accadde perché l’Onu non voleva che la sua risoluzione apparisse come un pretesto per la pulizia etnica, mentre la Croce Rossa Internazionale, troppe volte accusata di aver taciuto durante la Seconda Guerra Mondiale su quanto avvenuto realmente nei campi ci concentramento tedeschi, ed i giornalisti, non volevano inimicarsi la comunità ebraica a 3 anni dalla fine della guerra e dall’Olocausto. Pertanto, il risultato fu che, lo Stato israeliano che nacque, non ricevette alcuna critica per i massacri che erano alla base della sua fondazione, anche se la pulizia etnica è un crimine contro l’umanità e coloro che la decisero e l’attuarono, sono perciò dei criminali. Ma, essa non si ferma davanti a niente, anzi, la pulizia etnica è divenuta quasi una ideologia dello stesso Stato israeliano; infatti, se si vede l’evoluzione storica di Israele dal 1948 ad oggi,essa prosegue ancora, benché in altre forme e con altri mezzi, perché, ottenere che in Palestina la maggioranza della popolazione sia giudaica, è il più importante degli obbiettivi che i dirigenti ebraici vogliono raggiungere. Tra il 1945 e il 1956, altri 37 villaggi furono “puliti” etnicamente, e, successivamente, durante la guerra del 1967, altri 100.000 Palestinesi furono espulsi dalla “West Bank”. Anche negli ultimi anni, questa stessa tendenza alla pulizia etnica è continuata, con la costruzione del Muro, l’espulsione dei Palestinesi da Gerusalemme, spinti verso il deserto del Neghev. Il nesso del problema, sta nel fatto che i dirigenti israeliani concepiscono il proprio Stato in termini etnici e razziali, e questo viene ben percepito dai Palestinesi, ed è perciò il più grande ostacolo che si pone davanti alla pace fra Palestinesi ed Ebrei. Quello che lo Stato di Israele chiede all’Occidente è che il suo governo sia accettato come tale,cioè come uno stato razzista e colonialista, motivo per cui il sedicente processo di pace ( importanti da ricordare gli incontri del 1970 e del 1993 ), non riesce ad andare avanti. In questi incontri verso la cosiddetta pace, inscenati da Americani e Israeliani dopo la guerra del 1967, l’obbiettivo è stato quello di dare l’autonomia ai Palestinesi nel West Bank piuttosto che a Gaza o viceversa, ma, in realtà, il processo originario dei dirigenti israeliani che si sta realizzando, è di espellere i Palestinesi, e, perciò tutto il resto è solo demagogia, poiché, il problema della pace si basa concretamente sul fatto di decidere quale parte deve essere data agli Israeliani e quale (piccolissima) ai Palestinesi. In seno a questa idea della Pace in Palestina, è evidente che dalla parte israeliana non sia mai stato fatto un passo avanti concreto verso la spartizione delle terre con i Palestinesi. Allora, ci chiediamo cosa fare per invertire la rotta di questo processo? Innanzitutto, cambiare il nostro linguaggio, perché le tensioni belliche in Palestina non riguardano un conflitto israelo – palestinese, ma, un vero e proprio processo di colonizzazione che va avanti in quei territori dal 1948. Infatti, la cosa incredibile è che, nel XXI secolo si deve costatare che si vuole far entrare in Europa uno Stato razzista e colonialista come Israele, senza riuscire a far capire ai poteri che contano cosa sia realmente Israele. Attualmente, comunque, parte della società civile europea, ha imparato a conoscere Israele per quello che è, perciò bisogna studiare delle misure da prendere contro questo Stato, come avvenne per il Sudafrica negli anni Sessanta e Settanta del XX secolo. Si può notare che, finalmente, negli Usa e anche fra alcune categorie di giovani Ebrei, si sviluppano movimenti anti – sionisti. Per esempio, si potrebbe citare il gruppo “Nothing My Name”, presente sia negli Usa che in Europa fra i giovani Ebrei, visto come il tentativo di distinguere la comunità ebraica dalla lobby sionista. Se questa separazione da parte degli Ebrei stessi avvenisse, una delle ragioni che giustificano l’azione dei Sionisti, cioè il pericolo dell’antisemitismo, non verrebbe più accettata. Infatti, si deve criticare Israele in quanto stato razzista e colonialista, e non in quanto formato da Ebrei, quindi, il principio dell’antisemitismo per giustificare l’azione dei Sionisti, non avrebbe più senso. Questo è il motivo per cui penso che, fare distinzione fra la comunità ebraica in generale e i Sionisti, sia un compito importante che viene svolto dagli Ebrei, in vista di un cambiamento del linguaggio per intendere la questione. La seconda cosa molto importante è una prassi da adottare verso Israele, cioè di prendere i provvedimenti che vennero adottati in passato verso il Sudafrica, cosa che gli Israeliani ritengono impossibile, perché loro si sentono parte integrante del mondo moderno, dell’Occidente e dell’Europa, ma, in realtà, è fondamentale che questo succeda. Se Israele fosse considerato come uno Stato razzista e colonialista da parte della società e dell’opinione pubblica occidentale, verrebbero portati avanti dei boicottaggi nei suoi confronti e la dirigenza sionista dovrebbe arrestare la sua opera di pulizia etnica. Per esempio, nel Dicembre del 2007, gli Israeliani hanno avuto un avvertimento molto importante, quando l’allora Ministro degli Interni israeliano ha dovuto rinunciare allo shopping a Londra per aver saputo che sarebbe stato arrestato per crimini di guerra contro i Palestinesi se avesse messo piede in Gran Bretagna. A mio modesto parere, i Palestinesi devono trovare l’unità che non c’è fra di loro, mentre per quanto riguarda l’Europa, deve portare avanti opera di boicottaggio verso Israele e di pressione, sopratutto verso il suo più importante alleato, cioè gli USA. Per concludere, credo che ci siano tre obbiettivi da raggiungere: 1) La società civile Occidentale e Israele devono riconoscere i crimini commessi dal 1948 ad oggi; 2) Richiamare Israele alla responsabilità verso le disposizioni dell’Onu per far tornare i rifugiati nel paese; 3) Accettare la storia per quella che è, assumendosi le proprie rispettive responsabilità, facendo sì che le diverse popolazioni convivano e si rispettino l’una con l’altra. Pertanto,l’unica soluzione che possa comprendere la realizzazione di questi tre punti, è la creazione di uno Stato unico, veramente democratico, con uguaglianza etnica e religiosa. Questa ipotesi si potrebbe realizzare solo se si porterà avanti una critica verso l’operato di Israele e delle opere di disinvestimento da parte degli operatori internazionali nel paese, come in passato nel Sud Africa, in modo tale che, si potrà costruire gradualmente questo Stato, dove possono convivere pacificamente Israeliani e Palestinesi. Le principali guerre tra Israele e alcuni tra i più importanti stati arabi si sono svolte tutte nell’arco temporale della guerra fredda, tra il 1947 e il 1991, ed inevitabilmente ne sono state condizionate, come la quasi totalità degli eventi internazionali di quel periodo. Definire quanto sia stato importante questo condizionamento, tuttavia, è un compito non semplice: il rapporto tra l’evoluzione del confronto bipolare e i vari scontri arabo-israeliani è stato tutt’altro che diretto o lineare, e almeno fino al 1967 sarebbe una distorsione presentare Tel Aviv come un alleato tout court degli Stati Uniti o gli stati arabi, e in particolare l’Egitto nasseriano, come meri clienti dell’Unione Sovietica. Quella distorsione sarebbe poi ancora maggiore se immaginassimo Israele e Egitto come mere pedine, e non come interlocutori attivi e dotati di ampia autonomia, delle due superpotenze. La storiografia sulla guerra fredda degli ultimi decenni ha infatti ampiamente dimostrato come i nessi tra le logiche del confronto bipolare e le dimensioni locali in cui quel confronto si manifestava fossero spesso estremamente complesse, e caratterizzate da un alto livello di interazione dialettica, e spesso anche di contrasto, tra le superpotenze e i loro interlocutori regionali. Questo capitolo si prefigge perciò il compito di indagare le interconnessioni tra la storia della guerra fredda e le guerre tra Israele e gli stati arabi attraverso una breve ricostruzione degli eventi del 1956, del 1967 e del 1973, soffermandosi in particolare sui punti più controversi del dibattito storiografico. La famosa guerra di Suez del 1956 è forse l’esempio più evidente della complessità delle relazioni tra il quadro medio-orientale e l’evoluzione del sistema internazionale durante la prima fase della guerra fredda. La crisi si colloca infatti all’intersezione tra le tensioni regionali, il declino degli imperi europei e il difficile tentativo dei paesi di nuova indipendenza di definire una comune identità a livello internazionale, così come presenta anche una serie di connessioni dirette e indirette con l’andamento delle relazioni tra Unione Sovietica e Stati Uniti. All’indomani della nascita di Israele e degli armistizi del 1949, l’amministrazione Truman aveva assunto un ruolo relativamente defilato di fronte al quadro politico del Medio Oriente. Nonostante non mancassero divergenze e una latente rivalità con la politica seguita da Londra nella regione, a Washington prevalse inizialmente una linea che sembrava lasciare all’Impero britannico il ruolo di protagonista nella difesa degli interessi occidentali in Medio Oriente. Di fronte a un quadro complessivo di drammatico deterioramento delle relazioni con l’Unione Sovietica, culminato con lo scoppio della guerra di Corea nel giugno 1950, per l’amministrazione Truman l’obiettivo più importante sembrava evitare che nella regione si aprisse un nuovo fronte dello scontro bipolare. A Washington si riteneva perciò fondamentale bloccare una prosecuzione delle ostilità e disinnescare una possibile corsa agli armamenti tra Israele e gli stati arabi, oltre a prevenire mosse sovietiche volte a sfruttare la destabilizzazione dell’intera area dopo la nascita dello stato ebraico. Fu principalmente per questi motivi che il 25 maggio 1950 Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna rilasciarono tre dichiarazioni identiche con cui garantivano la sicurezza dei confini tra Israele e gli stati limitrofi stabiliti con gli armistizi del 1949 e si impegnavano a limitare le loro vendite di armi a tutti gli stati del Medio oriente. Secondo alcuni storici dietro a questa apparente unanimità di vedute tra le potenze occidentali si nascondevano diffidenze reciproche, se non anche vere e proprie rivalità di varia natura. Nonostante queste latenti tensioni, nel giugno 1952 la cooperazione trilaterale fu formalizzata ulteriormente con la creazione del Near East Armaments Coordinating Committee (NEACC), un organismo consultivo trilaterale che aveva il compito di verificare se le richieste di acquisto di armi da parte degli stati della regione rispettavano i criteri delineati dalla dichiarazione tripartita. I limiti dell’approccio occidentale volto a congelare la situazione emersero comunque sia nei ripetuti fallimenti di dar vita a un patto difensivo regionale che comprendesse anche l’Egitto, sia nelle difficoltà di controllare effettivamente le vendite di armi, in particolare a Israele. Un’importante novità che rese più difficile il conseguimento dell’obiet tivo di stabilizzare l’area mediorientale e di organizzarne la sicurezza in fun zione anti-sovietica fu il colpo di stato che nel 1952 rovesciò la monarchia egiziana e portò al potere un gruppo di militari guidati da Mohammed Naghib e Gamal Abdel Nasser, intenzionati ad attuare una drastica moder nizzazione del paese e a spazzare via quanto restava dell’era coloniale. Nasser, che nell’arco di poco tempo emerse come il principale leader del nuovo regime, sembrava voler fare dell’Egitto uno dei paesi guida di quegli stati afro-asiatici che alla Conferenza di Bandung, nel 1955, avrebbero espresso chiaramente una netta condanna nei confronti del colonialismo. Al tempo stesso, sembrava intenzionato a non prendere una posizione netta a favore di uno dei campi della guerra fredda, e a mantenere buoni rapporti sia con Washington sia con Mosca. Nel periodo successivo alla presa del potere da parte dei militari egiziani, dal canto loro, gli Stati Uniti cercarono cautamen te di stabilire una qualche forma di collegamento con il nuovo regime: in un primo momento sostennero un piano promosso dall’United Nations Relief and Works Agency (UNRWA, l’agenzia ONU incaricata di gestire il pro blema dei profughi palestinesi) e approvato dall’Egitto per la ricollocazione (resettlement) di alcune migliaia di palestinesi, e a partire dalla fine del 1954 concepirono, insieme al governo britanico, il cosiddetto piano Alpha che mirava a promuovere una soluzione del conflitto tra Egitto e Israele in cam bio di concessioni per il reinsediamento dei profughi e di garanzie territoriali. Nasser non aveva respinto questi approcci americani, ma le sue scelte politiche erano pesantemente condizionate da vari fattori. Sul piano locale, l’Egitto doveva tener conto dei continui scontri tra Israele e i profughi pale stinesi a Gaza e in Cisgiordania: negli ultimi mesi del 1953, ad esempio, Israele aveva compiuto alcune violente incursioni contro gli insediamenti palestinesi come rappresaglia contro altrettanti attacchi, provocando decine di morti tra la popolazione civile, e questa situazione di estrema tensione rendeva estremamente difficile impostare un negoziato per una soluzione del problema. In secondo luogo, per quanto non disdegnasse coltivare le relazioni con Washington, il principale obiettivo di Nasser era soprattutto quello di affermare la piena indipendenza e sovranità territoriale dell’Egitto. Per raggiungere questa meta doveva ottenere la rimozione delle basi militari di cui la Gran Bretagna ancora disponeva lungo tutta la zona del Canale di Suez, un risultato che conseguì dopo lunghe trattative con un accordo concluso nell’ottobre del 1954. Il governo conservatore britannico aveva accettato di venire incontro alle richieste egiziane per il ritiro delle proprie forze, ma al tempo stesso si stava progressivamente convincendo che il governo rivoluzionario egiziano costituisse un pericoloso ostacolo al mantenimento della propria influenza nella regione. Nasser osteggiava infatti apertamente le monarchie conservatrici come quelle irachena e giordana, sulle quali invece Londra faceva particolare affidamento per poter continuare a svolgere un ruolo importante nell’area anche dopo il ritiro delle proprie truppe dalla zona del Canale. Con il passare del tempo, sia Churchill sia il suo successore, Anthony Eden, finirono per percepire il rapporto con Nasser sempre più alla luce dell’esperienza fallimentare dell’appeasement degli anni ’30: accettare le richieste di Nasser veniva visto come un errore, così come lo era stato venire incontro a Hitler, perché non avrebbe fatto altro che incitarlo a porne sempre di nuove. A Londra si riteneva quindi inevitabile assumere una posizione di crescente fermezza, se non di vera e propria intransigenza, nei confronti del regime egiziano, fino a ipotizzare scenari volti a creare le condizioni per il suo rovesciamento. Contemporaneamente, agli inizi del 1955, Londra aderiva a un’alleanza regionale, il patto di Baghdad, che comprendeva anche Turchia, Pakistan Iran e Iraq – ma non l’Egitto. La nuova alleanza, che in realtà ebbe un’efficacia limitata, sarebbe dovuta servire tanto a prevenire un’eventuale espansione dell’influenza sovietica sia, soprattutto, a rafforzare il ruolo della Gran Bretagna come potenza chiave nel Medio Oriente. Ebbe però il risultato di irritare profondamente Nasser, che lo per cepì come la prosecuzione del’imperialismo britannico sotto altre vesti e ne osteggiò risolutamente la creazione. Anche il governo di Parigi, che dal settembre 1954 doveva fronteggiare la rivolta lanciata dal Fronte nazionale di liberazione in Algeria (FLN) contro il dominio coloniale francese, aveva maturato una forte avversione nei confronti dell’Egitto, che del FLN invece era uno dei principali sostenitori. Soprattutto a partire del 1956 la comune ostilità nei confronti del radicalismo panarabo nasseriano, e la presenza di contatti maturati in altri contesti, quale quello dell’Internazionale socialista, avevano favorito un progressivo avvicinamento tra il governo a guida socialista di Guy Mollet e quello laburista di David Ben Gurion. Le divergenze tra Londra, Parigi e Washington che sarebbero emerse nel corso del 1956 erano quindi già presenti anche negli anni precedenti, sia pure in una forma meno evidente. Washington cercava di coltivare buoni rapporti con il regime rivoluzionario egiziano, mentre Londra condivi deva questi sforzi con sempre minore convinzione e si avvicinava sempre di più alla ostilità che Parigi stava sviluppando nei confronti di Nasser. Al tempo stesso i due governi europei avevano posizioni diverse nei confronti di Israele, con cui il governo francese stringeva rapporti sempre più stretti mentre le relazioni di quello britannico con Tel Aviv continuavano a essere improntate a una certa freddezza. Quanto all’Unione Sovietica, dopo le incertezze connesse alla prima fase della destalinizzazione, la nuova leader ship di Nikita Chruščëv aveva iniziato a esibire un crescente dinamismo nei confronti dei paesi in via di sviluppo e aveva individuato nel governo egizia no un potenziale interlocutore. Un primo momento di svolta si verificò nel corso del 1955, quando Il Cairo iniziò a discutere con Mosca una possibile fornitura di natura militare. Di fronte alle esitazioni americane a vendere armi all’Egitto, Nasser si rivolse infatti all’URSS, che a sua volta in un primo momento si mostrò molto cauta nei confronti di queste richieste. Dopo la firma del patto di Bagdad agli inizi del 1955, tuttavia, l’ambasciatore sovietico al Cairo presentò a Nasser un’offerta senza precedenti, che il leader egiziano accettò nell’autunno successivo: tramite il governo cecoslovacco, l’URSS avrebbe fornito all’Egitto carri armati, aerei a reazione e altre armi moderne per un valore complessivo di circa 80 milioni di dollari. A Mosca fino a quel momento si era svolto un vivace dibattito sull’opportunità di allinearsi o meno con regimi quali quello di Nasser, il cui nazionalismo e la cui ostilità nei confronti dei comunisti egiziani sollevavano non pochi dubbi. Con il passare del tempo, tuttavia, sembrava prevalere sempre di più la linea politica di chi, come in parte lo stesso Chruščëv, riteneva che schie rarsi dalla parte di un governo rivoluzionario e portatore di una ideologia anticolonialista, anche se caratterizzata da un forte nazionalismo, offrisse all’URSS prospettive interessanti. La fornitura di armi del 1955 fu quindi il primo intervento importante dell’URSS nella regione. Nasser, peraltro, non era interessato a un allineamento completo con l’URSS e la decisione di accettare la fornitura di armi non significava una definitiva scelta di campo filosovietica. Il leader egiziano continuava infatti a seguire anche una politica di relazioni sufficientemente cordiali con gli Stati Uniti, dal momento che era soprattutto dal rapporto con Washington che dipendeva il più importante progetto volto a modernizzare l’economia egiziana, la costruzione della gigantesca diga di Assuan che avrebbe dovuto regolamentare il corso delle acque del Nilo. Nel dicembre 1955, anche per contrastare la mossa sovietica, Stati Uniti e Gran Bretagna si erano dichiarati interessati a valutare il progetto egiziano e concedere una parte dei finanziamenti necessari alla costruzione della diga. Nel marzo 1956, tuttavia, l’amministrazione Eisenhower cominciò a modificare la linea politica seguita fino a quel momento nei confronti di Nasser: dopo il fallimento della missione in Egitto dell’inviato speciale del Presidente, Robert Anderson, gli Stati Uniti abbandonarono il piano Alpha e adottarono, insieme alla Gran Bretagna, una strategia molto diversa. Al contrario del precedente, infatti, il cosiddetto piano Omega mirava a mettere sotto pressione l’Egitto isolandolo dagli altri stati della regione, e secondo alcune interpretazioni forse si spinge va fino a immaginare la rimozione di Nasser. Anche a causa della crescente ostilità mostrata dal Congresso degli Stati Uniti di fronte al progetto della diga, il 19 luglio del 1956 il Segretario di Stato John Foster Dulles decise di annunciare che per il momento gli Stati Uniti non avrebbero concesso il prestito necessario a consentire a Nasser di iniziarne i lavori. L’inaspettata reazione di Nasser fu la nazionalizzazione della Compagnia franco-britannica che gestiva il traffico marittimo attraverso il Canale. Con questa mossa il leader egiziano avrebbe potuto fare a meno di prestiti internazionali perché avrebbe potuto usufruire dei profitti ricavati dalla gestione del Canale. Le settimane seguenti videro un crescendo di tensioni: fin dall’inizio della crisi Londra e Parigi sembravano ritenere che l’iniziativa egiziana fornisse loro un’occasione irripetibile per liberarsi di Nasser, ma prima di ricorrere alla forza il governo britannico voleva dimostrare di avere esaurito le soluzioni diplomatiche. Il governo di Anthony Eden era infatti convinto di dover mantenere l’allineamento con l’amministrazione Eisenhower, che a sua volta si sforzava però di evitare uno scontro aperto con l’Egitto. Eisenhower e Dulles volevano infatti evitare che gli Stati Uniti venissero identificati dai paesi di nuova indipendenza come i sostenitori degli interessi delle vecchie potenze coloniali e cercarono perciò di risolvere la crisi sul piano diplomatico elaborando la proposta di dar vita a un’associazione di stati utenti del canale (SCUA, Suez Canal Users’ Association) di cui avrebbe potuto far parte anche l’Egitto. Quando dopo vari tentativi emerse chiara mente che quella proposta non sarebbe riuscita a sbloccare la situazione, il governo francese, per convincere quello britannico a rompere gli indugi, giocò la carta dell’intervento armato di Israele. In una serie di incontri tra la metà e la fine di ottobre del 1956 i principali esponenti dei governi britannico e francese, e in un secondo momento anche di quello israeliano, elaborarono un piano segretissimo che fu poi definitivamente messo a punto nei cosiddetti Protocolli di Sévres – di cui gli Stati Uniti furono tenuti completamente all’oscuro. Israele avrebbe attaccato l’Egitto con il pretesto di colpire i campi dei profughi palestinesi ospitati in territorio egiziano da cui partivano i raids dei fedayeen. Le sue forze armate si sarebbero poi spinte fino al Canale di Suez attraversando l’intera penisola del Sinai. A quel punto, con la giustificazione di voler salvaguardare l’incolumità del traffico navale, Francia e Gran Bretagna avrebbero emesso un ultimatum intimando a entrambi gli stati di ritirarsi a distanza di sicurezza dalla zona del Canale. Londra e Parigi si aspettavano che il governo egiziano si rifiutasse di rispettare questo ultimatum, e che ciò avrebbe fornito loro il pretesto necessario per consentirgli di attaccare le forze armate egiziane. Sia il governo Eden sia quello di Guy Mollet auspicavano che gli Stati Uniti avrebbero tollerato l’iniziativa dei loro alleati europei, vuoi perché in quel momento erano distratti dalle imminenti elezioni presidenziali, previste per il primo martedì di novembre, vuoi perché probabilmente soprattutto i britannici avevano frainteso il senso di alcune dichiarazioni dei loro interlocutori americani, deducendone una qual certa complicità da parte di Washington. Secondo alcuni studi, inoltre, Londra e Parigi avrebbero sovrastimato l’influenza della cosiddetta lobby filoisrae liana negli Stati Uniti. Quello che accadde dopo l’inizio delle operazioni israeliane il 29 ottobre rivelò invece la fragilità del complesso schema concepito dai due governi europei. Le forze egiziane furono sbaragliate in due giorni da quelle israeliane, che giunsero al Canale nei tempi previsti, ma la risposta americana fu completamente diversa da quella che Francia e Gran Bretagna si erano immaginate. Gli Stati Uniti sospettarono sin dall’inizio la collusione di Londra e Parigi con Israele, e i loro sospetti furono confermati dall’ultimatum franco-britannico rilasciato il giorno seguente l’inizio delle operazioni. Cogliendo del tutto di sorpresa i propri alleati europei, l’amministrazione Eisenhower prese ufficialmente posizione contro il loro ultimatum votando a favore di una risoluzione di condanna presentata all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Come se questo non bastasse, Washington mise in atto una serie di forti pressioni diplomatiche e un altrettanto forte pressione sui principali mercati finanziari internazionali nei confronti della sterlina britannica. Anche l’Unione Sovietica prese una posizione altrettanto dura. Nonostante fosse impegnata a reprimere con la forza la drammatica crisi ungherese che in quegli stessi giorni vedeva seriamente compromesso il futu ro del regime socialista di Budapest, il governo di Mosca criticò aspramente la manovra anglo-francese, fino a minacciare, neanche tanto velatamente, di poter ricorrere all’uso delle armi nucleari per fermarla. Inizialmente Londra e Parigi sembrarono intenzionate a proseguire comunque nell’attuazione del piano delineato a Sèvres e le truppe anglo francesi cominciarono a occupare ampi tratti della zona del Canale, ma il 6 novembre l’irrigidimento americano convinse il governo Eden a interrompere le operazioni militari, e a quel punto anche quello di Guy Mollet non potè che fare altrettanto. Il risultato della crisi fu uno smacco terribile per le ambizioni francesi e britanniche, e da quel momento la crisi di Suez è stata definita, forse sin troppo semplicisticamente, come il momento della svolta definitiva nella storia della presenza coloniale di Londra e Parigi in tutta l’area mediorientale. In realtà entrambe le potenze europee avrebbero cercato di continuare a esercitare un ruolo nella regione, ma con sempre minore successo. Dalla crisi uscirono invece rafforzati sia Israele, che aveva dimostrato nuovamente la sua superio rità militare nei confronti del più forte stato arabo e che alla fine delle ostilità si trovava comunque ad occupare l’intera penisola del Sinai, sia paradossalmente anche lo stesso regime di Nasser, che nonostante le sconfitte subite sul campo era riuscito a tener testa alle due principali potenze europee. Quanto a Stati Uniti e Unione Sovietica, entrambe le superpotenze sembrarono con vinte che la crisi avesse aperto un vuoto di potenza nella regione e iniziarono una politica di crescente attenzione per le vicende del Medio Oriente. Da un lato, i sovietici cercarono di rafforzare ulteriormente i propri legami con Nasser, dall’altro nel gennaio del 1957 il Presidente Eisenhower annunziò pubblicamente quella che sarebbe poi stata definita come la sua “dottrina:” gli Stati Uniti erano determinati a intervenire a sostegno di quelle popolazioni mediorientali che avessero fatto richiesta di aiuto economico o di assistenza militare se fossero state minacciate di aggressione da parte di un paese “controllato dal comunismo internazionale”. La vicenda di Suez si era svolta in gran parte secondo una logica che solo in parte risentiva diretta mente degli schemi e dell’influenza della guerra fredda, ma una delle sue conseguenze più importanti, se non la principale, fu quella di intensificare la presenza di Stati Uniti e Unione Sovietica in tutta la regione. Nel lungo decennio che va dalla guerra del 1956 a quella del 1967, sia Washington sia Mosca modificarono gradualmente il loro atteggiamento verso il conflitto arabo-palestinese-israeliano. L’amministrazione Eisenhower cercò di recuperare almeno in parte il rapporto con Nasser, ma fu soprattutto il nuovo Presidente John F. Kennedy a compiere uno sforzo determinato nei confronti del Presidente egiziano con una rinnovata apertura di credito, concretatasi con un piano triennale di aiuti economici. Al tempo stesso Kennedy cercò sistematicamente di prevenire lo sviluppo del programma nucleare a cui il governo israeliano stava segretamente lavorando attuando fin dal suo primo incontro con David Ben Gurion una politica di forti pressioni. Kennedy chiedeva infatti che il governo di Tel Aviv accettasse una serie di ispezioni dell’impianto nucleare di Dimona da parte di fisici nucleari americani che ne avrebbero verificato l’utilizzazione per soli scopi pacifici. In cambio, il Presidente degli Stati Uniti era disposto ad autorizzare la vendita ad Israele di missili antiaerei Hawk per rafforzarne la sicurezza militare. La politica di Kennedy, in altre parole, sembrava volta a miglio rare la posizione americana nella regione evitando però di impegnarsi in maniera troppo scoperta a favore di uno dei due principali contendenti. Anche Chruscev, dal canto suo, cercava di potenziare la presenza sovietica in Medio Oriente: pur riconoscendo il diritto di Israele all’esistenza, la politica estera sovietica promuoveva sistematicamente i propri rapporti con l’Egitto attraverso aiuti sia economici (la diga di Assuan fu infine costruita in gran parte con l’assistenza di Mosca) sia militari. Non sempre i rapporti tra i due stati furono privi di increspature, e nel 1959, ad esempio, Nasser e Chruscev si trovarono su posizioni duramente contrapposte a proposito delle tensioni interne sviluppatesi in Iraq dopo la presa del potere da parte di un movimento rivoluzionario l’anno precedente. Nel 1964, tuttavia, la visita del leader sovietico al Cairo in un certo senso sembrò simboleggiare la crescente importanza attribuita dall’URSS alle relazioni sovietico-egiziane. Negli anni seguenti, nonostante l’allontanamento di Chruscev dal potere e il dibattito interno che accompagnò la crescita dell’impegno di Mosca nella regione, l’Egitto divenne il principale beneficiario di aiuti sovietici tra i paesi non comunisti del Terzo Mondo, e alcuni storici hanno sottolineato come la fiducia accordata a Nasser sembrasse prefigurare un nuovo modello di relazioni tra l’URSS e le potenze emergenti dal processo di decolonizzazione. Al tempo stesso anche la Siria divenne sempre più oggetto delle attenzioni sovietiche, soprattutto dopo il colpo di stato del febbraio 1966 che aveva rovesciato la vecchia classe dirigente del partito Baath e aveva dato vita a un regime molto più radicale. Tra la fine della presidenza Kennedy e la destituzione di Nikita Chruschev nell’ottobre 1964 questa situazione di fragile e precaria stabilità cominciò progressivamente a modificarsi, soprattutto a causa del coinvolgimento egiziano nella guerra civile yemenita, scatenata da un gruppo di militari radicali che nel 1962 avevano rovesciato il regime tradizionalista dell’ Imam Muhammad Al-Badr, legato alla monarchia saudita. Lo scontro in Yemen tra le forze del nuovo governo repubblicano sostenuto dall’Egitto e quelle legate al vecchio regime politico appoggiate dall’Arabia Saudita contrapponeva indirettamente Stati Uniti ed Egitto, e già nel corso del 1963, pur cercando di evitare un coinvolgimento aperto nel conflitto, Washington iniziò a rivedere la sua posizione nei confronti di Nasser. L’arrivo di Lyndon Johnson alla Presidenza accelerò questo riposizionamento americano così come intensificò le relazioni tra Washington e Israele: la nuova amministrazione interruppe gli aiuti economici garantiti all’Egitto negli anni precedenti, mentre a partire dal 1965 gli Stati Uniti iniziarono a fornire al governo di Tel Aviv armi non solo difensive, ma anche aerei da caccia e carri armati. Nonostante questo progressivo avvicinamento, tra Washington e Tel Aviv non mancarono comunque anche momenti di tensione: quando nell’autunno del 1966 l’esercito israeliano effettuò una incursione contro il villaggio giordano di Samu dopo che alcuni soldati israeliani erano stati uccisi da una mina lungo il confine, l’esercito giordano rispose dando vita a uno scontro breve ma intenso. Irritati dalla reazione israeliana contro la Giordania, uno stato che cercava di mantenere una posizione filo-occidentale, anche gli Stati Uniti approvarono la Risoluzione 228 del Consiglio di Sicurezza che criticava duramente l’azione israeliana. Alla vigilia degli avvenimenti che portarono allo scoppio della guerra dei sei giorni, in altre parole, era già in atto un riposizionamento di entrambe le superpotenze che lasciava intravedere un allineamento più stretto tra Washington e Tel Aviv da un lato e Mosca, Il Cairo e Damasco dall’altro. Ciò non significa però che le dinamiche che innescarono la crisi e poi il conflitto siano interpretabili come una conseguenza o una estensione del confronto bipolare, anche se non sono mancati tentativi di individuare nelle scelte di Washington o di Mosca le responsabilità della crisi. In particolare gli studiosi che hanno sostenuto questa tesi hanno attribuito molta importanza al fatto che, a partire dalla visita di Anwar Sadat (all’epoca speaker del Parlamento egiziano) a Mosca il 13 maggio del 1967, i sovietici informarono ripetutamente – e erroneamente – gli egiziani che Israele stava schierando le proprie forze al confine con la Siria in vista di un’invasione. Alcuni storici hanno visto in questo episodio un tentativo di utilizzare una notizia infondata per spingere l’Egitto al confronto militare con Israele e innescare così un conflitto in cui coinvolgere gli Stati Uniti, già duramente impegnati nella guerra del Sud Est asiatico, al fine di indebolirne ulteriormente la posizione sul piano globale. La campagna di disinformazione sovietica, in altre parole, sarebbe stata parte di una manovra volta a moltiplicare gli impegni di Washington su un altro fronte extra-europeo, per logorarli ulteriormente. Altri hanno invece sostenuto che Egitto e URSS volessero provocare un’aggressione israeliana per poter avere l’opportunità di rispondere colpendo le installazioni nucleari israeliane a Dimona e bloccare lo sviluppo del programma atomico di Tel Aviv. Quanto al ruolo degli Stati Uniti, l’interrogativo principale ruota intorno all’ipotesi se abbiano in qualche modo dato una “luce verde” all’inizio delle operazioni da parte di Israele il 5 giugno del 1967, approvando preventivamente il ricorso all’uso della forza da parte del governo di Tel Aviv per fronteggiare le crescenti pressioni che Nasser aveva cominciato a mettere in atto nei confronti di Israele a partire dal maggio 1967. La maggior parte delle interpretazioni, tuttavia, sottolinea la dimensione locale delle origini del conflitto, più che quella legata alle dinamiche del con fronto bipolare. Da un lato, la documentazione disponibile sembra indicare che i sovietici avessero preso davvero per buona la notizia di un ammassa mento di forze israeliane al confine con la Siria e che la abbiano passata a Nasser in buona fede – o comunque senza l’intenzione di voler istigare un conflitto ma solo di segnalare un pericolo. Questa ipotesi è resa attendibile sia dalla radicalizzazione del regime siriano e dalla nascita dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina nel 1964, sia da alcune dichiarazioni minacciose di militari israeliani contro Damasco, accusata di sostenere le operazioni militari dell’OLP. Nasser, dal canto suo, iniziò effettivamente una violenta campagna di intimidazioni contro il governo di Tel Aviv: mentre Radio Cairo proclamava incessantemente l’imminente distruzione dello stato israeliano, il 14 maggio Nasser ordinò alle sue truppe di entrare nella penisola del Sinai, poi chiese alle Nazioni Unite di rimuovere le truppe schierate dall’ONU a protezione del confine meridionale di Israele, e infine il 22 maggio procedette al blocco del golfo di Aqaba, chiudendo ad Israele l’accesso al Mar Rosso attraverso gli stretti di Tiran. E’ molto probabile, tuttavia, che Nasser non fosse intenzionato ad attaccare realmente Israele ma che pensasse di utilizzare queste pressioni contro Tel Aviv per prevenire il presunto attacco israeliano contro la Siria e cogliere così un successo diplomatico che compensasse gli smacchi subiti dall’Egitto nella guerra civile yemenita – anche se alcune fonti accennano a un possibile progetto egiziano di un attacco per il 27 maggio. A proposito di quest’ultimo punto, tuttavia, altri studiosi hanno sottolineato come l’URSS abbia cercato perlo più di esercitare un’influenza moderatrice sugli egiziani: quando alla fine di maggio una delegazione di alti funzionari egiziani, tra cui il Ministro della guerra Shams Badran, ebbe a Mosca una serie di colloqui con esponenti di primo piano del regime sovietico, dal Ministro della Difesa Grechko al Primo Ministro Kosygin, si sentì ripetutamente invitare alla prudenza, al punto che i sovietici mostrarono un atteggiamento esitante anche a proposito dell’invio in Egitto di nuove forniture di armamenti. Gli Stati Uniti sembrano essersi mossi in una direzione analoga. Fino ai primi di giorni di giugno nella capitale americana vari esponenti di primo piano dell’amministrazione Johnson tennero una fitta serie di colloqui non solo con l’ambasciatore israeliano Harman, ma anche con il Ministro degli Esteri di Tel Aviv, Abba Eban, e successivamente con il capo del Mossad Meir Alit, che cercavano di capire quale avrebbe potuto essere la risposta americana se Israele avesse deciso di rispondere alle pressioni egiziane con un attacco preventivo. I militari americani, dal canto loro, erano probabilmente già a conoscenza del fatto che i loro colleghi israeliani avessero studiato da tempo la possibilità di lanciare una mossa del genere. Ciononostante, gli Stati Uniti sembrano aver mantenuto un atteggiamento molto cauto: la conclusione a cui è giunto William Quandt, uno dei principali studiosi della questione, è che mentre inizialmente Washington avesse ostentatamente negato il proprio assenso all’uso della forza da parte di Israele (una “luce rossa”), nei giorni immediatamente precedenti il conflitto questa posizione si fosse in parte attenuata e che vari esponenti dell’amministrazione avessero espresso delle posizioni più sfumate, tali da poter essere percepite dai loro interlocutori israeliani come una “luce gialla.” Questo atteggiamento meno intransigente, di rassegnazione più che di incoraggiamento, sarebbe stato sufficiente a convincere quanti all’interno del governo israeliano premevano per un attacco preventivo che una simile mossa non avrebbe incontrato una ferma opposizione da parte degli Stati Uniti. La decisione di passare all’attacco, secondo quanto ne hanno scritto soprattutto gli storici israeliani in base alla documentazione disponibile, fu presa però dal governo di Tel Aviv solo dopo un serrato confronto interno tra i vertici politici civili e quelli militari. Agli Stati Uniti sarebbe stato chiesto non tanto di approvare, quanto eventualmente di non condannare, un eventuale attacco israeliano, come invece avevano fatto nel 1956. A nessuna delle due superpotenze, quindi, sarebbe da imputare la responsabilità dell’inizio delle operazioni. Del pari, sia a Mosca sia a Washington prevalse un atteggiamento volto a disinnescare la crisi il prima possibile, nonostante qualche episodio di alta tensione diplomatica per frenare le ostilità. Un momento particolarmente difficile si verificò quando, dopo aver sbaragliato in pochi giorni le truppe egiziane e giordane, le forze armate israeliane attaccarono anche la Siria. I sovietici lasciarono intravedere un loro possibile intervento, e Johnson rispose ordinando di spostare la Sesta flotta americana verso le coste israeliane. Questo gioco di mosse e contromosse, tuttavia, non modificò l’orientamento di fondo di entrambe le superpotenze, volto a prevenire una escalation del conflitto. Nel novembre del 1967 l’approvazione della Risoluzione 242 da parte del Consiglio di Sicurezza, con cui venivano stabiliti una serie di importanti principi condivisi per arrivare alla pace nella regione, fu il risultato soprattutto di un intenso scambio diplomatico tra sovietici e americani. La schiacciante vittoria israeliana e l’espansione territoriale che ne seguì, tuttavia, ebbero non solo un ruolo fondamentale nel modificare gli equilibri politici della regione, ma anche un peso determinante nel rafforzare l’allineamento tra Washington e Tel Aviv, nonostante il drammatico incidente verificatosi durante il conflitto in cui una nave per la raccolta di intelligence elettronica della marina americana, la USS Liberty, era stata attaccata e pesantemente danneggiata dall’aviazione e dalla marina israeliane. Nei mesi successivi alla guerra, e fino alla fine del suo mandato, Johnson da un lato cercò di elaborare una politica che sfruttasse i successi israeliani al fine di arrivare a una stabilizzazione permanente delle tensioni regionali secondo il principio land for peace, ma intensificò anche i rapporti con il governo di Tel Aviv. Di fronte alla richiesta israeliana di fornire aerei da combattimento di ultima generazione, i Phantom A4¸ l’amministrazione Johnson dapprima cercò di estrarre dal governo israeliano delle concessioni – come ad esempio l’adesione al trattato di non-proliferazione di cui si stava ultimando la stesura in quegli stessi mesi, oppure l’assicurazione che le truppe israeliane si sarebbero ritirate da tutti i territori occupati – ma alla fine, nell’ottobre del 1968, fu il Presidente stesso a decidere di concedere gli aerei senza nessuna contropartita, Fu un passo importante, che apriva la strada a ulteriori sviluppi nella stessa direzione. Intensificare il rapporto con Israele, per l’amministrazione di Richard Nixon insediatasi alla Casa Bianca nel gennaio del 1969, collimava pienamente con il ripensamento delle linee di fondo della politica estera americana che Nixon e il suo consigliere per la sicurezza nazionale Henry Kissinger intendevano portare avanti. Uno dei loro primi obiettivi infatti era quello di ridurre il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nella gestione delle varie instabilità regionali e di delegare questo ruolo a alleati locali fornendo loro il necessario aiuto economico e militare: a questo mirava la cosiddetta dottrina Nixon, proclamata dal neo-presidente durante una sosta nell’isola di Guam nel luglio del 1969. Insieme a Iran e Arabia Saudita, che in Medio Oriente furono tra i principali beneficiari della politica della nuova amministrazione, Israele assunse quindi progressivamente un ruolo sempre più importante nella strategia americana. L’incontro tra Nixon e il Primo Ministro Israeliano Golda Meir nel settembre del 1969 fu uno dei passi cruciali in questa direzione, anche perché secondo alcuni storici fu in quella occasione che gli Stati Uniti tacitamente riconobbero e accettarono lo status nucleare di Israele, impegnandosi a non insistere perché Israele firmasse il trattato di non-proliferazione nucleare, in cambio della promessa israeliana di non dichiarare apertamente il possesso di un arsenale atomico e di non effettuare test nucleari. Questa presunta svolta, accettata da molti studiosi anche in assenza di una esplicita documentazione archivistica che la confermi, viene spesso indicata come il simbolo dell’accettazione da parte di Washington del ruolo di Israele come potenza regionale. Anche per l’URSS la guerra dei sei giorni aveva rappresentato un punto di svolta; dopo la fine delle ostilità Mosca aveva interrotto le relazioni diplomatiche con Israele, e aveva rafforzato il proprio rapporto con l’Egitto oltre che con il nuovo regime radicale instauratosi in Siria. Durante i ripetuti scontri verificatisi lungo il canale tra le forze armate egiziane e quelle israeliane nel 1969-1970, la cosiddetta guerra di attrito, l’Egitto potè contare non solo su aerei e equipaggiamento militare inviato dall’URSS, ma anche su un numero non indifferente di personale militare sovietico. In un primo momento Mosca si limitò a inviare consiglieri militari ma di fronte all’intensificazione degli attacchi aerei israeliani e alle pressanti richieste di Nasser inviò anche piloti di aerei da caccia. La tensione aumentò talmente da spingere l’amministrazione Nixon a intervenire proponendo un cessate il fuoco che fu accettato nell’agosto 1970 e che, nonostante qualche violazione, rimase in vigore nei mesi successivi. La svolta più importante nelle relazioni tra Mosca e Il Cairo, però, si verificò nel “settembre nero” del 1970 con la scomparsa di Nasser dopo le drammatiche vicende del conflitto interarabo delle settimane precedenti. Le tensioni tra le forze palestinesi rifugiatesi in Giordania dopo la guerra del 1967 e l’esercito regolare giordano erano sfociate in uno scontro aperto, allargatosi alla Siria quando le truppe di Damasco erano intervenute a difesa dei palestinesi, e una difficile tregua era stata raggiunta solo grazie allo sforzo di mediazione del leader egiziano, colpito da un infarto alla fine delle trattative con cui la Lega Araba era riuscita a negoziare un cessate il fuoco. Il successore di Nasser, Anwar El Sadat, continuò a mantenere stretti rapporti con l’URSS ma al tempo stesso avviò fin dai primi tempi della sua presidenza un serrato dialogo dietro le quinte con Henry Kissinger, nel tentativo di coin volgere gli Stati Uniti in uno sforzo diplomatico volto a riottenere al tavolo delle trattative i territori perduti nella guerra del 1967. Per accelerare questo processo nel luglio del 1972 Sadat compì un gesto clamoroso, chiedendo a Mosca di ritirare dall’Egitto le migliaia di consiglieri militari inviati negli anni precedenti. Al tempo stesso però la posizione sovietica nella regione si rafforzò dopo che nel novembre del 1970 un nuovo colpo di stato in Siria aveva dato vita al cosiddetto “movimento correttivo” che, sotto la guida del Ministro della Difesa Hafez al-Assad, aveva rovesciato il regime precedente. Il nuovo governo siriano, pur mantenendo un ampio grado di autonomia, si affrettò a consolidare i legami con l’URSS, e già dal 1971 avrebbe concesso alla flotta sovietica il permesso di usare il porto di Tartus. Poiché l’espulsione di militari sovietici dall’Egitto non fu sufficiente a spingere gli Stati Uniti a un maggior impegno nella stabilizzazione della regione, Sadat si decise a preparare, e poi mettere in atto, un’iniziativa di segno del tutto diverso: la ripresa delle ostilità contro Israele. Agli inizi di ottobre del 1973 ebbe dunque inizio, con una mossa che colse di sorpresa tanto Tel Aviv quanto Washington, la guerra dello Yom Kippur, l’ultimo conflitto tra l’Egitto, a cui si unì la Siria, e Israele. L’andamento di quello scontro, così come la sua conclusione, avrebbero mostrato una interconnessione molto più stretta con le dinamiche del sistema bipolare di tutti quelli precedenti. Fin dall’inizio delle operazioni, infatti, l’amministrazione Nixon si pose il problema se accettare le pressanti richieste israeliane di rifornimenti militari. Kissinger tuttavia si mostrò riluttante a farlo, anche perchè il Presidente egiziano si era affrettato ad informarlo che l’offensiva egiziana aveva obiettivi limitati e mirava esclusivamente a convincere Israele ad accettare una trattativa di pace per la restituzione dei territori occupati nel 1967. Kissinger era inoltre preoccupato per le possibili ripercussioni che un eventuale intervento militare a sostegno di Israele avrebbe potuto avere sul rapporto tra Mosca e Washington, che in quegli anni aveva subito una significativa trasformazione. La politica di distensione perseguita da entrambe le parti aveva raggiunto importanti risultati con il viaggio di Nixon a Mosca nel maggio del 1972, e nessuna delle due superpotenze sembrava disposta a rischiare che un nuovo conflitto medio-orientale incidesse sull’evoluzione dei loro rapporti. L’andamento delle operazioni militari nei primi giorni del conflitto, tuttavia, impose a tutte le forze in campo un altissimo tasso di logoramento dei mezzi e degli uomini a loro disposizione. Molto presto sia Il Cairo sia Tel Aviv si trovarono perciò a dover chiedere rispettivamente a Mosca e Washington i rifornimenti necessari a ripianare le ingenti perdite subite. Per Israele, in particolare, le perdite furono talmente elevate da suscitare gravi preoccupazioni sulla tenuta complessiva dei due fronti, quello del Sinai e quello delle alture del Golan, e a questo sarebbe imputabile il presunto dibattito all’interno del governo israeliano sulla necessità di dover effettuare un test nucleare per convincere gli Stati Uniti a svolgere un ruolo più incisivo nel conflitto. A Kissinger, tuttavia, viene attribuita una frase rivelatrice su come personalmente vedesse il ruolo che gli Stati Uniti avrebbero dovuto svolgere durante la crisi: secondo il Consigliere per la sicurezza nazionale, infatti, la soluzione più auspicabile del conflitto sarebbe stata una limitata vittoria israeliana, conquistata a caro prezzo ma senza che gli Stati Uniti fossero costretti a intervenire. Quando però l’Unione Sovietica cominciò a attuare un ponte aereo di rifornimenti per l’Egitto, e le richieste del governo di Tel Aviv si fecero più insistenti e drammatiche, anche gli Stati Uniti dettero vita a un enorme sforzo logistico per rifornire a loro volta le forze armate israeliane – anche se l’eccessiva lentezza con cui inizialmente il ponte aereo fu attuato ha fatto sì che alcuni storici abbiano dubitato della effettiva volontà di Kissinger di impegnare a fondo il suo governo. Sia sul ruolo di Kissinger in questi ritardi, sia sulla possibilità che le forze armate israeliane abbiano effettivamente pensato di effettuare un test dimostrativo con un’arma nucleare per convincere gli Stati Uniti della gravità della situazione, la storiografia non ha raggiunto conclusioni unanimi e permangono interpretazioni divergenti. Non ci sono dubbi, invece sul fatto che dalla metà di ottobre l’arrivo di ingenti quantità di rifornimenti americani permise a Israele di stabilizzare la situazione sul campo e di passare successivamente all’offensiva, sconfiggendo gli egiziani nel Sinai, attraversando il canale di Suez, e minacciando addirittura di accerchiare completamente l’intera Terza Armata egiziana attestata sulla sponda sinistra del canale. Nel giro di poche settimane, l’andamento del conflitto aveva quindi costretto entrambe le superpotenze a rivedere le proprie posizioni iniziali, e l’ultima fase dello scontro avrebbe ulteriormente mostrato quanto fosse tenue l’impalcatura costruita negli anni precedenti per promuovere la distensione. In un primo momento il dialogo tra Mosca e Washington sembrò funzionare nonostante l’inasprirsi della crisi: di fronte all’avanzata israeliana in territorio egiziano, Kissinger volò a Mosca e insieme al Segretario del PCUS Leonid Brezhnev concordò il testo di una risoluzione sul cessate il fuoco che fu approvata dal Consiglio di Sicurezza il 23 ottobre. L’offensiva militare israeliana, tuttavia, continuò, ignorando apparentemente la decisione del massimo organo delle Nazioni Unite. Fu allora che la collaborazione sovietico-americana mostrò tutti i suoi limiti: Brezhnev scrisse a Nixon che Mosca intendeva far rispettare la Risoluzione 383 suggerendo l’invio di una forza di interposizione sovietico-americana, ma lasciando capire che, se necessario, l’URSS era disposta ad agire anche da sola. Kissinger, di rimando, scelse di rispondere in maniera tanto eclatante quanto provocatoria. Mentre Nixon in quegli stessi giorni era completamente travolto dalle vicende dello scandalo Watergate, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale si trovava a godere di un’ampia autonomia decisionale, che in questo caso utilizzò per non rispondere alla richiesta sovietica e mettere invece in stato di allerta l’intero arsenale nucleare americano, ordinando di passare alla condizione di DEFCON 3, quella più avanzata in tempo di pace. Si trattava di una mossa tanto arrischiata quanto ingiustificata, che non ebbe nessun impatto sull’andamento del conflitto: di lì a poche ore, senza nessuna connessione con la decisione americana, le forze armate israeliane si fermarono e il cessate il fuoco chiesto dalla Risoluzione 383 entrò in vigore. La decisione di alzare il livello di allerta nucleare intendeva però mandare un chiarissimo segnale ai sovietici: con quel gesto tanto tracotante quanto inutilmente pericoloso Kissinger asseriva platealmente la volontà americana di assumere una posizione di rilievo nella soluzione della questione mediorientale, relegandone invece ai margini i sovietici. Nei lunghi e complessi negoziati che portarono al progressivo disimpegno delle forze israeliane da una parte del territorio egiziano occupato, e poi agli accordi siglati a Camp David nel settembre 1978 e confermati nel marzo 1979, il disegno americano fu portato avanti sia da Kissinger nella fase finale delle amministrazioni di Nixon e del suo successore Gerald Ford, sia dal nuovo presidente democratico Jimmy Carter, insediatosi alla Casa Bianca nel gennaio del 1977. Sfruttando il riposizionamento strategico di Sadat, che aveva progressivamente spostato l’Egitto da una posizione filo-sovietica a una chiaramente orientata verso il campo occidentale, gli Stati Uniti intendevano cogliere un successo strategico nella regione mediorientale coinvolgendo solo nominalmente l’URSS nella soluzione dei suoi problemi. La shuttle diplomacy con cui Kissinger contribuì a stabilizzare le relazioni tra Il Cairo e Tel Aviv all’indomani della fine delle ostilità, e l’impegno senza precedenti con cui Carter cercò di portare Sadat e il nuovo così lungo una linea di continuità strategica che culminò con l’apparente successo del marzo 1979, quando Egitto e Israele firmarono il trattato di pace dopo aver siglato gli accordi di Camp David nel settembre dell’anno precedente. Quegli accordi, in altre parole, possono essere visti come il primo passo verso la realizzazione dell’obiettivo americano di stabilizzare il contesto mediorientale in chiave filoccidentale, marginalizzando il ruolo dell’URSS nella regione. Da teatro relativamente periferico della guerra fredda, nel corso dei primi anni ’70 il confronto arabo-israeliano ne era stato influenzato sempre di più, e entrambe le superpotenze vi avevano svolto un ruolo crescente, fino alla fine delle ostilità nel 1973. Negli anni seguenti, invece, il ruolo dell’URSS sarebbe stato progressivamente ridotto, e il successo americano nel 1979 lo avrebbe limitato ulteriormente. Quanto a Mosca venisse giudicata negativamente la perdita dell’Egitto, peraltro, lo confermano quelle testimonianze sovietiche che sottolineano proprio l’importanza di quanto accaduto in Medio Oriente per la decisione di invadere l’Afghanistan nel dicembre del 1979: come ha raccontato un alto funzionario del KGB, Leonid Shebarshin, allo storico Odd Arne Westad, un motivo particolarmente importante che avrebbe spinto i vertici del Cremlino verso l’intervento a Kabul sarebbe stato infatti il timore che il leader del governo afgano, Hafizullah Amin, potesse “giocarci uno scherzo alla Sadat.” In un certo senso, come hanno scritto alcuni storici, gli eventi del 1979 marginalizzarono a tal punto il ruolo dell’URSS in Medio Oriente che si può quasi affermare che in quella regione la guerra fredda sarebbe sostanzialmente finita con un decennio di anticipo. Al tempo stesso, però, è necessario ricordare come il trattato tra Egitto e Israele e il successo americano nel confronto con Mosca non abbiano significato la stabilizzazione della regione, ma solo la fine delle ostilità tra quei due stati. Da un lato gli accordi di Camp David si limitavano ad auspicare una soluzione del problema palestinese, lasciandolo però irrisolto – il che provocò il rifiuto degli accordi da parte sia dei palestinesi stessi sia degli stati arabi, e quindi l’isolamento dell’Egitto. Dall’altro, in quegli stessi mesi cominciavano ad emergere i primi segni evidenti di un nuovo problema con cui gli Stati Uniti avrebbero dovuto fare i conti negli anni seguenti, vale a dire la graduale rinascita del radicalismo islamico. Già nel corso del 1979 sia la trasformazione in senso teocratico della rivoluzione iraniana sia la grave crisi che colpì l’Arabia Saudita con l’occupazione della grande Moschea nel dicembre del 1979 mostravano chiaramente la diffusione di questo nuovo fenomeno. Il rapporto tra Stati Uniti e Israele ha conosciuto momenti molto diversi nel corso degli oltre sette decenni dalla fondazione dello Stato ebraico. Una certa continuità e coerenza di quella che va sotto il nome di special relationship si è manifestata a partire dalla cosiddetta Guerra dei sei giorni del 1967, quando ci fu chi pensò che Israele potesse rimanere isolato dopo il crescente miglioramento delle relazioni soprattutto sotto le presidenze dei democratici John F. Kennedy e Lyndon B. Johnson. Quel frangente rappresentò invece un importante punto di svolta. Le relazioni si sono così progressivamente consolidate fino a far diventare Israele un fondamentale partner strategico per gli Stati Uniti in Medio Oriente soprattutto a partire dalla fine della Guerra fredda. Ciononostante, Washington ha assunto anche posizioni critiche soprattutto quando le azioni del governo israeliano sembravano poter mettere a repentaglio gli interessi americani nell’area o aprire congiunture critiche per gli Stati Uniti. La fine della Guerra fredda sembra offrire l’illusoria opportunità di trovare una soluzione di lunga durata al conflitto arabo-israeliano e in particolar modo allo scontro che vede di fronte israeliani e palestinesi. Partono così i negoziati che porteranno agli accordi di Oslo del 1993, e poi ad altri incontri che ottengono il parziale e aleatorio risultato di un riconoscimento israeliano del diritto del popolo palestinese a un suo Stato e l’accettazione da parte palestinese del diritto all’esistenza di Israele. Le promesse naufragano però con l’assassinio di Yitzhak Rabin, premier israeliano nel 1995, con la ripresa di attentati terroristici da parte di gruppi armati palestinesi, in testa a tutti Hamas e Hezbollah, e con lo scatenamento della Intifada Al-Aqsa nel 2000. Negli anni successivi, e soprattutto con gli attentati dell’11 settembre 2001 e con l’avvio della guerra al terrore, la partnership israelo-americana si rafforza soprattutto nel dialogo tra due leader conservatori come Ariel Sharon e George W. Bush. I rapporti sono ormai molto solidi, nonostante alcune frizioni emerse da quando si è insediato al potere a Gerusalemme Benjamin Netanyahu, a partire dal 2009 e continuativamente negli ultimi quindici anni. Fin dalla fondazione dello Stato di Israele nel 1948, diversi governi statunitensi si preoccuparono delle possibili conseguenze per gli interessi americani nel mondo arabo, e in particolare nei confronti dei paesi produttori di petrolio, nel caso di un sostegno troppo aperto al governo di Gerusalemme. Polemiche erano già emerse con il rapido riconoscimento da parte del presidente Harry Truman nella notte della dichiarazione di indipendenza di Israele, il 14 maggio 1948. La decisione del presidente era apparsa frettolosa e troppo soggettiva, di segno opposto rispetto alla contrarietà espressa dai vertici del Dipartimento di Stato e dallo stesso Segretario di Stato George C. Marshall, confortato dagli inviti alla cautela del suo predecessore Edward Stettinius. Nel giro di tre giorni arrivò il riconoscimento dejure di alcune nazioni che avevano già promosso la creazione di uno stato ebraico prima ancora che lo facessero gli Stati Uniti: Unione Sovietica, Cecoslovacchia, Jugoslavia, Polonia, e con loro anche il Nicaragua. Seguendo un andamento alterno, la politica degli Stati Uniti verso Israele cambiò tra il 1948 e il 1967, puntando progressivamente a una partnership che rispettasse, come ovvio, il migliore interesse della potenza nord-americana nell’area. Il passaggio di fine anni sessanta e primi settanta, tra le due guerre del 1967 e del 1973, porta a una crescita di interesse e attenzione della politica statunitense verso Israele negli anni successivi. Gli sforzi di Carter di portare proposte di pace nell’area, culminati con l’accordo di Camp David del 1978 tra Egitto e Israele, e la partnership strategica avviata da Ronald Reagan completano un percorso che avvicina sempre più le due nazioni. Reagan vedeva nello stato ebraico una sorta di baluardo della democrazia occidentale non solo nei confronti dell’Unione Sovietica ma anche rispetto a paesi arabi percepiti sempre più come ostili. La crisi in Iran con la rivoluzione islamica portò gli Stati Uniti a fare scelte più drastiche sul mantenimento di relazioni diplomatiche. La I Guerra del golfo complicò ulteriormente le cose. Finita la Guerra fredda il presidente democratico Bill Clinton pensò che si potesse cogliere l’occasione per portare al tavolo dei negoziati addirittura israeliani e palestinesi, e in particolare il presidente dell’Autorità nazionale palestinese Yasser Arafat. Calcolo errato, l’intransigenza delle due parti portò a un fallimento e al riposizionamento degli Stati Uniti che individuarono da quel momento in Israele un partner imprescindibile, accusando l’Autorità Nazionale Palestinese di aver mancato un’opportunità importantissima. Tra la fine della II Guerra mondiale e le risoluzioni ONU del 1948, la posizione degli Stati Uniti era rimasta in equilibrio anche in considerazione del ruolo giocato dalla Gran Bretagna nella regione. Nel 1939, il governo mandatario britannico aveva stilato il cosiddetto Libro bianco che prevedeva la possibilità di istituire uno stato arabo-ebraico nel giro di dieci anni, a fronte però di una limitazione da parte ebraica all’acquisto di terre in Palestina, congiuntamente a un contenimento dell’immigrazione, la cosiddetta aliyah. Cosa che non solo incontrò lo sconcerto dell’Agenzia ebraica, ma anche l’indignazione del neo-presidente degli Stati Uniti Truman di fronte agli oltre 250.000 ebrei sopravvissuti alla Shoah e rimasti senza terra e nazionalità all’indomani della fine della Seconda guerra mondiale. Essi erano distribuiti in vari campi profughi tra Germania, Austria e Italia. Fu questa una delle ragioni che apparentemente spinsero Truman all’immediato riconoscimento. Nei primi anni dell’esistenza di Israele quindi, gli Stati Uniti si mossero con una certa cautela sia per mantenere almeno discreti i rapporti con i paesi arabi sia per le scelte che la Guerra fredda richiedeva in un’area geografica che si collocava in parte nella sfera sovietica e in altra in quella dei paesi non allineati. Diversi fattori contribuirono a modificare progressivamente le relazioni tra i due paesi: innanzitutto il posizionamento degli USA nell’area e le scelte strategiche fatte nel corso degli anni; poi il cambiamento degli equilibri nella regione, soprattutto tra Iran, Siria, Egitto che nei primi anni cinquanta sperimentarono smottamenti interni, colpi di stato e rivoluzioni. Nella complessiva instabilità, gli Stati Uniti si tennero relativamente defilati, intervenendo laddove sembrava loro più appropriato per contenere derive minacciose per gli interessi angloamericani, come nel caso del colpo di stato che favorirono in Iran nel 1953. Non intervennero però quando Gran Bretagna, Francia e Israele attaccarono l’Egitto nel 1956, nella cosiddetta crisi di Suez in cui avvenne quello che lo storico Mark Gilbert ha definito l’avvio “al tramonto definitivo degli imperi francesi e britannici”. In quell’occasione, l’amministrazione Eisenhower cercò di convincere tanto Israele quanto le due potenze europee dell’inopportunità di un’azione militare di quella portata. Come era stato già per l’ultimo biennio dell’amministrazione Truman dal 1950 al 1952, le relazioni tra Washington e Tel-Aviv conobbero un punto molto basso, tanto da far dubitare il primo che il partner israeliano potesse rappresentare più un peso che un utile alleato e un’opportunità nell’area mediorientale. Un altro fattore che è stato spesso indicato come importante se non determinante nel mantenere un rapporto speciale con Israele è l’attenzione alla consistente presenza ebraica, spesso sopravvalutata nei numeri e nell’impatto elettorale, nella politica interna degli Stati Uniti. A questo proposito vale la pena sottolineare che gli ebrei rappresentano oggi poco più del 2% della popolazione statunitense mentre i musulmani sono intorno all’1% e in crescita. Si tenga presente però che gli ebrei sono anche un gruppo etnico elettorale stabile e coerente nel panorama politico americano, secondi solo agli afroamericani nella continua fedeltà al partito democratico soprattutto a partire dagli anni trenta del Novecento. Le ultime elezioni, con la crisi medio-orientale in pieno corso, hanno registrato però un ulteriore spostamento del voto ebraico verso i repubblicani e soprattutto verso Trump. Ma la differenza rimane profonda, gli ultimi rilevamenti assegnano il 72% al Partito Democratico e il 27 al Repubblicano. Ma nel sistema politico degli USA il peso elettorale è importante a livello locale, soprattutto nell’assegnazione a ciascuno stato dei voti elettorali alle presidenziali. In questo caso, le uniche due aree dove la cospicua presenza ebraica potrebbe aver fatto la differenza sono New York, che è andata però ai democratici, e la Florida. Ma dagli studi condotti su quell’elettorato, il peso del voto ebraico avrebbe dovuto favorire i democratici e così non è stato. Ai tempi dell’elezione di Truman in concomitanza con la fondazione dello stato di Israele nel maggio 1948, in qualche misura esso potrebbe aver contato, ma non in modo determinante. La scelta di un immediato riconoscimento quindi non fu così facile e lineare per il presidente e, come detto, venne contestata ripetutamente all’interno dell’amministrazione, soprattutto da quella élite politico-culturale che si raccoglieva intorno ai club esclusivi di politica internazionale tra Washington e New York, e nello stesso Dipartimento di Stato. Ciò non vuol dire che non ci furono ebrei americani che intervennero nel dibattito, tuttavia la loro voce rimase flebile, considerato l’ancora pervasivo antisemitismo e il timore delle conseguenze per la nuova posizione che gli Stati Uniti stavano assumendo a livello internazionale. Fu proprio nel ventennio successivo alla fine della II Guerra mondiale che gli ebrei cominciarono a vedersi riconosciuti come americani a tutti gli effetti e non più come stranieri sospetti fuggiti ai pogrom della Russia zarista e alle misere condizioni in cui versavano nella Zona di Residenza nel centro Europa. I fattori socio-politici che hanno influenzato, e in qualche misura ancora influenzano le posizioni assunte dagli americani sulla politica mediorientale sono il diffuso antisemitismo, scemato a partire dagli anni ottanta ma ancora presente e anzi tornato pervasivo dal 7 ottobre 2023, e la persistente islamofobia. Il modo in cui gli ebrei, e in certa misura anche lo Stato d’Israele, vengono percepiti dagli americani è mutato nel corso del tempo per effetto sia di cause interne alla società americana sia di fattori internazionali, favorendo in linea generale, e nonostante diverse “ricadute”, il superamento di un intrinseco antisemitismo. Come affermano gli storici Douglas Little e Thomas Borstelmann, la realtà politica israeliana e le relazioni di Tel-Aviv con gli Stati Uniti hanno inciso sul pregiudizio antiebraico nel paese contribuendo a farlo scemare; d’altra parte il cambiamento di atteggiamento nei confronti degli ebrei, visti sempre meno come alieni e di origini mediorientali e sempre più come occidentali, e potenziali alleati, ha agevolato un progressivo avvicinamento che ha portato poi alla special relationship esistente oggi. Ma va comunque sempre sottolineata la differenza, che alcuni trascurano, tra lo Stato d’Israele e gli ebrei della diaspora, compresi quelli che sono cittadini degli Stati Uniti. Anche per questo, al momento della fondazione dello Stato ebraico, pur accogliendone positivamente la nascita, diversi ebrei americani sentirono il bisogno di sottolineare la loro appartenenza indiscutibile alla nazione americana. Va aggiunto che tutto ciò avveniva in una congiuntura favorevole a una maggiore giustizia sociale. Il nazionalismo razziale, per dirla con Gary Gerstle, veniva progressivamente perdendo vigore in un paese che, sollecitato anche dalle imbarazzanti realtà della segregazione razziale e delle feroci politiche anti-immigratorie, cominciò a ripensare se stesso e la coerenza di ideali e valori con la violenta realtà, soprattutto nel profondo Sud. Il movimento dei diritti civili degli anni cinquanta e sessanta che vide gli ebrei marciare spesso a fianco degli afroamericani e battersi per i diritti civili di tutti e non solo del proprio gruppo etnico e religioso di appartenenza, contribuì a sua volta a ridefinire le priorità del paese e il modo in cui trattava le numerosissime minoranze presenti sul territorio. Si può dire che gli ebrei, anche in conseguenza di questo processo, cominciarono a essere riconosciuti come americani a pieno titolo. Ciò non significa che non vi fosse una certa resistenza nei confronti di un popolo che, come stavano dimostrando gli eventi storici, rifiutava di assimilarsi e faceva della differenza per comprendere davvero le relazioni tra Stati Uniti e Israele sia necessario ricorrere a un approccio interdisciplinare capace di combinare la storia delle relazioni tra gruppi etnici e la storia sociale e politica del paese, con quella del popolo ebraico e della sua presenza negli Stati Uniti, della politica estera e delle relazioni internazionali. Mai come in questo caso è evidente che le decisioni di politica estera di un governo sono derivate non solo dai ruoli di comando politico e militare alla guida del paese e dagli interessi e motivi di sicurezza che li ispirano, ma anche da fattori di altro genere che inevitabilmente entrano in gioco con essi e contribuiscono a determinarne gli orientamenti. Alla luce di quanto detto fin qui, l’atteggiamento degli Stati Uniti verso Israele nei primi venti anni della sua esistenza può essere definito come di estrema cautela con atteggiamenti mutevoli a seconda dell’interscambio tra le due capitali e soprattutto in base all’atteggiamento del governo di Gerusalemme spesso in disaccordo con la cautela consigliata da Washington. L’amministrazione Eisenhower, si dimostrò ancora più preoccupata di quella che l’aveva preceduta sulle possibili conseguenze tra gli alleati arabi di troppa simpatia verso gli israeliani. Negli anni cinquanta un certo nervosismo si diffuse soprattutto nel Dipartimento di stato a proposito delle scelte che paesi come Iran e Arabia Saudita avrebbero potuto prendere circa la vendita del loro petrolio alle potenze occidentali, in testa gli Stati Uniti. Come altre criticità nella politica mediorientale, queste riaffiorano periodicamente si pensi soltanto alle implicazioni nei cosiddetti Accordi di Abramo siglati nel 2020. Per questo l’Iran rappresentava un territorio geostrategico di prima importanza, per gli USA che riuscirono a mantenere a lungo una certa misura di controllo grazie al governo autocratico dello Shah Mohammad Reza Pahlavi che gli Stati Uniti avevano contribuito a riportare sul trono persiano con il colpo di stato del 1953 in cui fu deposto il primo ministro Mohammad Mossadeq. Nel passaggio delle consegne da Truman a Eisenhower in quello stesso anno, le relazioni tra USA e Israele entrarono in una fase di raffreddamento. Washington da una parte faticava a tenere a bada un piccolo stato irrequieto che aveva urgenza di sopravvivere soprattutto per le centinaia di migliaia di persone apolidi rifiutate da altri paesi e che si trovavano in condizioni umanitarie a dir poco precarie. Gli sforzi del governo repubblicano negli anni cinquanta di cercare una mediazione tra Israele e Siria oltre che con l’Egitto nella speranza di trovare gli argomenti giusti per una trattativa, soprattutto sulla no man’s land al confine tra i due paesi, che dodici anni più tardi sarebbe stata occupata dagli israeliani, non portarono i risultati sperati. Eisenhower tentò così di esercitare pressione sul governo di David Ben Gurion, padre fondatore dello stato ebraico, congelando circa 40 milioni di dollari. La tensione tra i due paesi venne poi temporaneamente alleviata dalla sostituzione alla guida del governo israeliano di Ben Gurion con Moshe Sharrett che si dimostrò molto più dialogante anche e soprattutto nei confronti degli Stati Uniti. Cercò di aprire un canale diplomatico con l’Egitto di Nasser, ma nel giro di due anni venne sostituito dallo stesso Ben Gurion che sostanzialmente resse le sorti di Israele per circa quindici anni. Circa un anno dopo il suo ritorno, le frizioni nell’area precipitarono nella crisi del Canale di Suez che, come si è detto, mise a dura prova le relazioni tra i due paesi. I cambiamenti in atto nello scacchiere internazionale, le tensioni della Guerra fredda e la preoccupazione americana per le vicende mediorientali che sembravano poter creare nuove frizioni con alcuni paesi arabi, portarono però a un riavvicinamento sul finire dell’amministrazione Eisenhower. Il segno più significativo del nuovo stato di cose fu la visita di marzo 1960 di Ben Gurion a Washington. Nonostante il rifiuto del presidente di fornire missili per la contraerea, il congresso allora presieduto da Lyndon B. Johnson approvò la vendita a Israele di sistemi radar per circa 10 milioni di dollari. Fu proprio quest’ultimo a portare a buon fine il ristabilimento di buone relazioni già iniziato timidamente da Eisenhower e continuato da Kennedy che a maggio del 1961, quindi a pochi mesi dal suo insediamento incontrò Ben Gurion a Manhattan. L’intento dichiarato era quello di studiare possibili miglioramenti dello scenario politico in Medio Oriente, ma la ragione principale per l’amministrazione americana era capire le intenzioni degli israeliani a proposito della costruzione dell’impianto nucleare di Dimona avviata nel 1958. Kennedy temeva le possibili conseguenze sulla proliferazione delle armi nucleari in un teatro geopolitico così instabile e chiese assicurazioni al premier israeliano che la centrale in costruzione non fosse usata per scopi militari. Johnson, che da una parte fu un sicuro amico di Israele, si spese molto per limitare l’ennesima corsa agli armamenti nella regione e se possibile evitare che Israele producesse l’arma nucleare. Quando Nixon arrivò al potere nel 1969 si trovò di fronte una complessa situazione nella quale era difficile stabilire se Israele rappresentasse una pedina strategica o una minaccia a livello diplomatico per gli Stati Uniti. Due anni prima, temendo un possibile attacco simultaneo dei paesi arabi confinanti, Israele aveva lanciato un’operazione aerea a sorpresa contro l’Egitto distruggendone buona parte dell’aviazione. Si trovò immediatamente accerchiata dall’intervento congiunto di Siria, Giordania, Arabia Saudita e Libano ma dimostrò di essere capace di contenere i suoi vicini arabi. In quella occasione ebbe la conferma del sostegno di Washington che rispose prontamente alle richieste di aiuto del governo israeliano comprendendone anche l’importanza strategica. Tale rilevanza venne confermata anche dal primo viaggio in assoluto di un presidente degli Stati Uniti in Israele. Nonostante però l’impegno di Nixon e poi la visita di Carter, a rendere abituale la visita di un presidente americano in Israele fu Bill Clinton mentre Reagan e George H.W. Bush non lo ritennero necessario. Se la guerra del 1967 aveva mostrato la fragilità dell’area e i pericoli che Israele correva, fu la cosiddetta guerra dello Yom Kippur nell’ottobre del 1973 a consolidare una partnership strategica che andava ormai ben oltre il diritto all’esistenza dello stato di Israele e gli interessi economici e strategici degli Stati Uniti nell’area. I viaggi continui di Kissinger alla ricerca di un negoziato durante, e soprattutto dopo, il conflitto assomigliano in modo drammatico a quelli compiuti a partire dall’ottobre 2023 dal suo omologo Anthony Blinken nell’amministrazione Biden. In entrambi i casi i risultati furono incerti e non proprio soddisfacenti per gli Stati Uniti. Oltre all’analisi dei fattori internazionali, ce n’è un altro che andrebbe considerato e analizzato per capire il posizionamento degli Stati Uniti non solo nei confronti di Israele ma di tutta l’area: la scarsa conoscenza della travagliata e frammentata storia dell’area, delle popolazioni che l’hanno abitata e la abitano, e in particolar modo dei palestinesi musulmani e cristiani, degli ebrei e di altre entità etniche. Il fattore politico-strategico è di certo diventato centrale quando negli anni sessanta i governi statunitensi si resero conto dell’importante ruolo che la regione avrebbe potuto giocare negli equilibri internazionali e in particolare nella sfida con l’URSS. Si può dire che quella che è diventata negli ultimi tre decenni del Novecento una relazione strategica, nel migliore interesse e convenienza geopolitica nordamericana, sia partita timidamente negli anni sessanta, soprattutto sotto Johnson, per consolidarsi grazie alla politica estera di Nixon e Kissinger. Da allora, per circa un decennio, gli USA sostennero Israele mostrandosi riluttanti a interagire con i rappresentanti palestinesi e in particolare con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e il suo leader Yasser Arafat. Questa esitazione venne superata dall’amministrazione di Ronald Reagan, e in particolare dal Segretario di Stato George Shultz nel 1988 quando gli Stati Uniti si decisero ad avviare un’effettiva interlocuzione con l’OLP in cambio della promessa ufficiale da parte di Arafat di condannare il terrorismo e avviare un percorso, soprattutto interno al popolo palestinese, che prendesse davvero in considerazione un processo di pace con Israele sulla base del suo diritto all’esistenza. Ma in parte questa politica di apertura, che risentiva peraltro dell’accelerazione della trasformazione dei rapporti tra Est e Ovest soprattutto dalla salita al potere in Unione Sovietica di Michail Gorbaciov, era stata avviata ben prima, sotto la leadership di Jimmy Carter nella seconda metà degli anni settanta. Carter aveva riconsiderato il conflitto come uno scontro a livello regionale piuttosto che un altro teatro del confronto est-ovest, cercando di intervenire tra le maglie delle complesse relazioni internazionali di allora. Ciò gli consentì di portare al tavolo delle trattative i leader dei paesi arabi che avevano attaccato Israele nel 1973, in particolare Egitto, Giordania e Siria. Da lì ottenne poi di fare incontrare a Camp David Menachem Begin, Primo ministro israeliano e il presidente egiziano Anwar al-Sadat mettendo in moto il processo che avrebbe portato al Trattato di pace del 1979. Questa iniziativa e soprattutto il fatto che Carter per primo parlò della possibilità di uno stato palestinese contiguo a Israele e possibilmente sui confini precedenti al 1967, fece dubitare molti sostenitori di Israele sul futuro delle relazioni. Tra le lezioni a livello diplomatico e nelle relazioni Israele-Stati Uniti che le esperienze di Carter e Reagan hanno impartito c’è la consapevolezza che è importante tenere in considerazione le ragioni di Israele, e soprattutto il suo diritto all’esistenza, senza la continua minaccia di essere cancellata dalle carte geografiche, come d’altronde reclamano diverse organizzazioni armate palestinesi più o meno vicine a Teheran. Ciò però non deve esimere Washington dal porre la massima attenzione e considerazione non solo alle ragioni e ai diritti dei palestinesi ma anche agli altri attori dell’area. Quindi da una parte, se Carter rivolse un’attenzione senza precedenti alle richieste palestinesi, non rinunciò a quello che è uno dei principali aspetti nel rapporto con lo Stato di Israele, il suo diritto non solo all’esistenza ma anche alla sicurezza. Oggi a distanza di tempo può sembrare utopistico riproporre uno sforzo diplomatico di tale portata, ma si deve tenere in considerazione che Carter avviò le trattative che portarono agli accordi di Camp David, solo cinque anni dopo la violenta guerra del kippur del 1973. Per questo è importante che gli Stati Uniti siano in grado di dare garanzie al governo israeliano, chiedendo sì concessioni ma al tempo stesso rassicurando il paese sulle intenzioni degli stati limitrofi con cui inevitabilmente Israele si deve continuamente confrontare. Come sottolineato da molti specialisti di relazioni internazionali, gli Stati Uniti dovrebbero tornare a disegnare una grande strategia che li collochi di nuovo in una posizione rilevante dello scacchiere internazionale e che includa anche l’area mediorientale, individuando d’accordo con altre potenze i legittimi interlocutori tra le diverse parti del conflitto ed evitando di cadere in confronti diretti con potenze regionali che hanno interesse a far naufragare i negoziati. Se si guarda attentamente alle soluzioni proposte da Carter, è possibile ritrovare diverse delle linee di azione intraprese dal governo Biden nel corso del 2024. Gli attori in gioco sono molteplici e alcuni agiscono per conto di altri interessi. Per questo è importante definire quali siano gli scopi di ciascuna potenza o agente regionale e in che misura le loro rivendicazioni o richieste siano legittime. Con la fine della Guerra fredda molte cose sono cominciate a cambiare e con esse l’idea che si potesse trovare una soluzione al conflitto israelo palestinese. Le speranze di molti in Israele si accesero soprattutto dopo l’elezione di Bill Clinton alla presidenza nel 1992, quando pochi mesi prima avevano eletto un governo laburista guidato da Yitzhak Rabin in qualità di primo ministro. In quel frangente sembrò rivitalizzarsi la special relationship che appariva destinata a raggiungere uno dei suoi momenti migliori in una cooperazione volta al dialogo con diversi Stati arabi, ma soprattutto con la progressiva accettazione da parte israeliana di un dialogo con la dirigenza palestinese. La cosa era stata fin lì ritenuta sostanzialmente inaccettabile dagli israeliani che la consideravano in gran parte responsabile di molti attentati terroristici. Di converso, questo consentì al presidente americano di aprire una finestra in direzione della Autorità Nazionale Palestinese, germogliata dall’OLP. Tutto ciò avveniva in un quadro internazionale favorevole che si era avviato sotto l’amministrazione di George W.H. Bush e del suo Segretario di Stato James Baker portando alla famosa conferenza di pace di Madrid dell’ottobre 1991. Con i successivi accordi di Oslo proprio nel primo anno di mandato di Clinton, sembrarono cominciare a delinearsi nuove prospettive per una soluzione almeno parziale del conflitto arabo israeliano. Il 13 settembre 1993, sotto lo sguardo vigile e tutto sommato paternalistico del presidente Clinton, avvenne la storica stretta di mano tra Rabin e Arafat che sembrava preludere a promettenti sviluppi fondati anche sul rapporto personale che il presidente degli Stati Uniti era riuscito a stabilire con il premier israeliano. Questi però due anni dopo cadde vittima di un attentato orchestrato da fanatici israeliani di estrema destra. In Israele, c’era chi riteneva Rabin responsabile di aver ceduto troppo alle pressioni americane sul ritiro dai territori. Da quel momento le sorti del conflitto israelo-palestinese hanno poggiato sugli orientamenti e la volontà di diversi leader israeliani e del loro rapporto con le amministrazioni americane. L’intesa creatasi tra Clinton, Rabin e l’allora ministro degli esteri israeliano e poi presidente, Shimon Peres, era destinata a infrangersi contro la realtà di nuove condizioni e di diverse partnership. Un personaggio in particolare avrebbe condizionato la politica nella regione e i rapporti con gli Stati Uniti già a partire dal 1996, Benyamin Netanyahu che sconfisse alle elezioni proprio Peres, considerato evidentemente troppo debole per il frangente che il paese stava attraversando. Nel 1999 però si generò un momento di illusione collettiva dopo un triennio a guida Netanyahu, con l’elezione con ampia maggioranza di una coalizione di centro-sinistra, guidata da Ehud Barak che aveva una discreta intesa con il presidente americano e si mostrava intenzionato a dialogare con la ANP. Nel giro di pochi mesi ripresero le trattative, ma le inevitabili tensioni sul terreno portarono ben presto a un fallimento e al ritorno al potere di un personaggio che sollevava diversi dubbi sulle sue capacità di mediazione, il falco e già generale dell’esercito israeliano Ariel Sharon. Fu lui a stringere una partnership strategica con il nuovo presidente repubblicano George W. Bush nel suo primo difficile mandato. Insediatisi entrambi a inizio 2001 si trovarono a far fronte alle conseguenze del più grave attentato terroristico della storia sul territorio statunitense. L’attacco dell’11 settembre 2001 impresse una svolta definitiva all’approccio adottato dal Partito Repubblicano verso il conflitto mediorientale, con un progressivo spostamento a sostegno sempre più convinto di Israele e dei suoi diritti che era cominciato con l’emergere dei cosiddetti neo-con, i neoconservatori che negli anni ottanta si affermarono definitivamente nella politica nazionale sotto i due mandati di Reagan. Il gruppo aveva poi consolidato le posizioni con la grande vittoria alle elezioni di mid-term del 1994 quando, dopo quaranta anni, il Partito repubblicano, guidato da Newt Gingrich, ritrovò la maggioranza al Congresso. La nuova politica conservatrice che avrebbe trovato poi piena realizzazione nella presidenza di George W. Bush, spinta anche da una crescente influenza di cristiano-evangelici decisamente schierati a favore di Israele, aprì nuovi orizzonti alle leadership conservatrici israeliane, spesso insistendo sull’opportunità di non cedere i territori occupati in Cisgiordania o di trattare con l’Autorità palestinese. Nonostante le energie spese da Clinton e dal suo primo Segretario di Stato Warren Christopher, e l’impegno profuso dai democratici a sostegno della causa israeliana, i repubblicani si proponevano sempre più come i “migliori amici” di Israele. Ma nonostante una loro crescita nell’elettorato ebraico, ancora nel 2024, come si è visto, i democratici hanno riportato un risultato straordinario a favore di Harris nel computo dei voti. A sostenere le campagne repubblicane di supporto a Israele è soprattutto l’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee), finanziata da imprenditori israeliani e americani oggi vicini al governo di Netanyahu, piuttosto che la larga maggioranza degli elettori ebrei che rimangono fortemente fedeli alla tradizione democratica auspicando un processo di pace che sembra essere sempre più difficile da sviluppare. D’altronde, dopo l’illusione di fine Novecento di una pace raggiungibile e la ripresa dell’Intifada, con le politiche coese di Bush Jr. e Sharon, le amministrazioni americane che si sono succedute in questo secolo non hanno lasciato un segno particolarmente significativo su possibili soluzioni al conflitto israelo-palestinese. Il governo degli Stati Uniti rimane il principale alleato strategico e politico di Israele, soprattutto dopo la strage del 7 ottobre 2023, ma i rapporti un tempo cordiali, a volte anche a livello personale, tra gli inquilini della Casa Bianca e chi governava a Gerusalemme sono ormai diventati complessi e sensibili alle più leggere sfumature del linguaggio politico-diplomatico a livello globale.



